Assemblea Pd: gioco dell’oca. Fuori programma di Emiliano. Renzi chiude ogni porta al dialogo e chiede aiuto ai “rottamati” Veltroni e Fassino. La scissione è vicina, dopo il comunicato serale dei leader di minoranza. Un film dell’orrore

Assemblea Pd: gioco dell’oca. Fuori programma di Emiliano. Renzi chiude ogni porta al dialogo e chiede aiuto ai “rottamati” Veltroni e Fassino. La scissione è vicina, dopo il comunicato serale dei leader di minoranza. Un film dell’orrore

L’Assemblea nazionale del Pd va avanti stancamente, un intervento dopo l’altro ad incensare Renzi. Si attendono le conclusioni di Renzi Matteo, o meglio la replica, dopo un dibattito durato circa sette ore. Dei mille componenti ce ne sono poco più di seicento. Mancano fra gli altri coloro che hanno dato vita a “ConSenso”, l’associazione fondata da Massimo D’Alema, ormai lontano dal Pd. In particolare verso la fine dell’Assemblea nazionale che deve aprire il percorso congressuale c’è un fuori programma del presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, uno dei tre candidati alla segreteria del partito,  insieme a Roberto Speranza, leader dei “bersaniani” ed Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana. Ieri nella assemblea tenuta  al Teatro Vittoria a Roma, avevano concluso con un appello rivolto a Renzi per aprire un vero dibattito congressuale per discutere il programma del partito, la linea politica, le cose da fare. Una conferenza programmatica, vera, prima delle elezioni  amministrative, poi la conclusione del congresso con le candidature e le primarie. Altrimenti non ci sarebbero state le condizioni per rimanere nel Pd. Quando l’assemblea si avviava, stancamente, verso la sua conclusione con i renziani che pari pari  riproponevano i no di Renzi a qualsiasi proposta di aprire un vero dibattito congressuale, così come aveva chiesto Guglielmo Epifani a nome del “tridente”, i tre candidati della sinistra Pd, Michele Emiliano si iscriveva a parlare, si dice senza avvertire né Rossi, né Speranza e neppure Epifani, i quali facevano buon viso a cattiva sorte. Il presidente della Puglia sentiva il bisogno di rivolgere un estremo appello a Renzi a dare risposte positive, in particolare sulla conferenza programmatica, per aprire un discorso vero sul congresso, sullo stato del partito, sulla sua politica, sulla durata del governo Gentiloni. Come nel gioco dell’oca, l’assemblea tornava al punto di partenza. Proprio nella relazione di apertura dei lavori, Renzi, come vedremo nel racconto dei lavori della assemblea, aveva detto no, in modo secco, arrogante. Emiliano, con tono dimesso, quasi con il cappello in mano, ci sia concessa questa fotografia, cosa che non è nel suo carattere e nel suo modo di fare politica, si rivolgeva a Renzi. Gli chiede di fare il possibile per evitare la scissione, una “piccola cosa, la conferenza di programma”, dice. “Questo può farlo – ha proseguito – per struttura, per vocazione solo il segretario. Io ho fiducia in lui e nella sua capacità di guidare questa gente meravigliosa. C’è in noi una sofferenza bestiale in questo momento”. Renzi lo guarda meravigliato. Ha ancora nelle orecchie la frase pronunciata da Emiliano alla assemblea del “Vittoria” e che aveva raccolto l’applauso della platea: “Se Renzi si convincesse – aveva detto Emiliano – che è meglio che non lo fa più il segretario… perché può anche essere che prenda una decisione del genere”. Emiliano ha la battuta pronta:“Chi ha detto che Renzi non si deve ricandidare alla segreteria?” si domanda. Arriva la risposta dell’ex premier e ex segretario del Pd che si è presentato dimissionario aprendo l’iter congressuale. Dal banco della presidenza, sorride, addita con l’indice il presidente pugliese e risponde: “L’ha detto lui”.

L’unico obiettivo del “raduno” dei dem è mettere alla gogna chi dissente

Capita anche questo in un’assemblea il cui unico obiettivo è quello di incensare Renzi e mettere alla gogna chi dissente. Ovviamente, Renzi nel merito non risponde. Non concluderà l’assemblea, non ci sarà alcuna replica, lui non è più il segretario. Punto e basta. Ci pensa il capogruppo alla Camera, Rosato, in una dichiarazione, a mettere la parola fine al “generoso tentativo”, così lo definiscono  esponenti della sinistra Pd, presi alla sprovvista. Dice Rosato che “il Congresso è una conferenza programmatica. C’è una dialettica interna al nostro partito. Lo sforzo è tenere questa dialettica dentro il partito. Trattativa? Non esiste una trattativa, c’è un percorso definito oggi verso il congresso. Il congresso è la sede per discutere di contenuti. Lo faremo nei tempi e nel rispetto del calendario istituzionale, tenendo conto che le amministrative si terranno in primavera”, aggiunge.  Conferenza programmatica? Partita chiusa. Rossi, Speranza, lo stesso Emiliano, confermeranno le posizioni assunte nel corso dell’assemblea del “Vittoria”, accusano Renzi di essere lui il responsabile della eventuale scissione.  Domani è previsto un incontro per  definire  come e quando dare attuazione alle decisioni prese, la fine del rapporto con il Pd, se non arriveranno novità dell’ultim’ora. Cosa non prevista. Renzi aprendo i lavori aveva respinto, con un tono aspro, duro, degno di miglior causa, la richiesta, legittima, di svolgere un congresso vero. Ha annunciato le sue dimissioni da segretario aprendo così il percorso congressuale. Aspro e arrogante, come è nel suo  carattere. Due argomenti, si fa per dire, nel quadro di un intervento dove ha descritto l’Italia come il paese di Bengodi, dove grazie al suo governo tutto va bene, l’occupazione aumenta, le tasse calano, la scuola va bene, la sanità ancora meglio, in Europa siamo i più forti e ci fermiamo qui. Poi lo stoccata alla sinistra, alle minoranze che vivono ancora nel Pd. Parla di “ricatto” nei suoi confronti. Leggiamo: “Io dico fermiamoci, fuori ci prendono per matti. Oggi discutiamo ma poi mettiamoci in cammino. La nostra responsabilità è verso il Paese e quelli che stanno fuori. Adesso basta: si discuta oggi ma ci si rimetta in cammino. Non possiamo continuare a stare fermi a discutere al nostro interno. Scissione – ha sottolineato – è una delle parole peggiori, peggio c’è solo la parola ricatto, non è accettabile che si blocchi un partito sulla base dei diktat della minoranza”. Scissionisti e  ricattatori. Non poteva esserci peggiore offesa. Non bastava: illuminante la concezione che  ha  l’ex premier di partito, di democrazia e partecipazione. “Il potere – aveva  affermato – appartiene ai cittadini che vanno a votare alla primarie”. E legittima così “l’uomo solo al comando”. Il partito liquido, il partito inesistente. Chiede aiuto, glielo forniscono, “padri nobili” del Pd, proprio coloro che Renzi aveva preso di mira fra quelli da rottamare, Veltroni e Fassino. Conferma che aprirà la sua campagna elettorale per le primarie proprio al Lingotto, dove Veltroni lanciò il progetto del partito a vocazione maggioritaria. Fassino, segretario dei Ds. Parole di nostalgia, la “rottamazione” va in soffitta.

L’ex premier accusa la minoranze di ricatto. Dura risposta di Epifani

Guglielmo Epifani interviene a nome del “tridente”. Parla di politica, quella vera. “Noi ci aspettavamo una proposta, il segretario ha tirato dritto, io credo che sia un errore perché un grande partito deve avere a cuore il superare le difficoltà ed è il segno della democraticità del processo. Se viene meno è chiaro che in molti si apre una riflessione che porterà ad una scelta. Non è un ricatto ma per stare in un partito ci vuole rispetto reciproco”. “Ricatto è una parola che non va usata né per sé né per gli avversari. La parola scissione non ha senso, non l’avrei mai usata. Ma per stare dentro un partito ci vuole rispetto, rispetto per chi si batte giorno dopo giorno non per indebolire ma per fare più forte il progetto comune per cui tutti abbiamo lavorato” aggiunge. Epifani si è poi soffermato sui provvedimenti che hanno visto critica la minoranza del partito: “Quando ti fa sciopero il 60 per cento della categoria, lo sciopero più partecipato della storia della scuola, devi farti delle domande”. E sulla legge elettorale: “Non bisognava aspettare la Consulta per capire che c’era qualcosa che non andava in quella legge elettorale. Non è la stessa cosa eleggere un sindaco, un consiglio comunale e un Parlamento. Perché in Parlamento vanno rappresentate tutte le sensibilità politiche e sociali. Tu consentivi a chi prendeva il 20 per cento di governare. Quando lo abbiamo detto ci siamo sentiti chiedere la fiducia. Questa è la verità. Questa è stata l’unica fiducia sulle 60 che io e altri non abbiamo votato”. Parla di lavoro che non c’è, dell’articolo 18 eliminato, del referendum della Cgil.

Sul referendum riguardante le trivellazioni: “C’era proprio bisogno di dire che era meglio non andare a votare il giorno del referendum sulle trivelle? Anche perché era stato chiesto da cinque Consigli regionali, istituzioni democratiche del Paese”. Infine il tema delle tasse: “Partire dall’impresa, passare dalle case, e per ultimo lasciare il lavoro. Mi fa venire qualche perplessità. Temevo che se si facessero prima le altre cose, arrivavamo al punto di non avere le risorse per fare la riduzione dell’Irpef. Sono preoccupazioni che reggono oggi? È proprio tanto di sinistra togliere l’imposta sulla prima casa anche a chi la può pagare e in gran parte d’Europa la pagano?”.

Gianni Cuperlo fa autocritica. Bersani, il Pd va a sbattere. Rossi: la maggioranza ha alzato un muro

Non fa parte del “tridente” Gianni Cuperlo, che ha assecondato Renzi nella sciagurata impresa del referendum costituzionale. Di fatto, il suo intervento è una feroce autocritica. Ma più in là non va. Fuori assemblea parla Bersani: “Se va avanti così il Pd va a sbattere. E con il Pd anche l’Italia. Non diciamo che vogliamo mandare a casa Renzi per forza, stiamo dicendo che vogliamo discutere di un possibile cambiamento di rotta. Ma anche stamane Renzi ha alzato un muro. No a un congresso cotto e mangiato. Secondo me si gira attorno al problema di fondo: stiamo perdendo contatti con un pezzo di Paese. Io rimango uno di sinistra. Lui è per la sinistra delle opportunità. Ci hanno bastonati e dicono di soffrire loro”. Enrico Rossi riprende le parole di Bersani. “Hanno alzato un muro. Tutti, anche Veltroni e Fassino. Sia nel metodo che nella forma. Tutti interessati a difendere Renzi. Per noi la strada, invece, è diversa, è un’altra. Sono maturi i tempi per formare una nuova area”, dice, “già ci sono stati milioni di cittadini che hanno abbandonato. I tempi sono quelli per la costruzione di una nuova forza con quei cittadini che non considerano più a sinistra il Pd”.

La nota finale di Emiliano-Rossi-Speranza

A tarda sera e ad Assemblea ormai terminata, per togliere ogni dubbio, Michele Emiliano, Enrico Rossi e Roberto Speranza firmano una nota stampa congiunta, che è sostanzialmente l’annuncio dell’addio imminente: “Anche oggi nei nostri interventi in assemblea c’è stato un ennesimo generoso tentativo unitario. E’ purtroppo caduto nel nulla. Abbiamo atteso invano un’assunzione delle questioni politiche che erano state poste, non solo da noi, ma anche in altri interventi di esponenti della maggioranza del partito. La replica finale non è neanche stata fatta. E’ ormai chiaro che è Renzi ad aver scelto la strada della scissione assumendosi così una responsabilità gravissima”. A tambur battente le repliche indignate, o apparentemente tali, dei vertici del Pd. Ecco il vicesegretario Guerini: “Sono esterreffato ed amareggiato per la presa di posizione di Emiliano, Rossi e Speranza. Chiunque abbia seguito il dibattito della assemblea nazionale si è potuto rendere conto che esso andava in tutt’altra direzione, intervento dopo intervento. Segno che questa presa di posizione – del tutto ingiustificata alla luce del confronto odierno nel Pd – era evidentemente una decisione già presa”. Emanuele Fiano: “Avevamo capito dalle parole di Emiliano in assemblea che ci fosse una volontà di riconciliazione e di dialogo. Ma, a giudicare dall’ultimo comunicato dei tre candidati alla segreteria, la parola di Emiliano vale poco più di mezz’ora, visto che quell’apertura non sembrerebbe più esistere”. Matteo Ricci, sindaco di Pesaro e vicepresidente uscente dell’Assemblea: “Ancora uno strappo, ancora una giravolta, ancora una decisione che era evidentemente già stata presa e che si scarica sul Pd e sulla sua comunità. Dispiace, certo, la posizione dei tre della minoranza, ma l’amaro in bocca resta per la mancanza di rispetto che Speranza, Emiliano e Rossi riservano ai militanti del Pd e la contraddizione stridente con il dibattito di oggi in assemblea. Ora si è aperta la stagione congressuale, e il Pd guarderà avanti, ai grandi temi e ai problemi degli italiani, senza voltarsi indietro alle tattiche e alle capriole di chi vuole solo ferire i democratici, la nostra comunità”. Come si evince da queste ultime parole, la scissione è ormai per molti renziani scontata.

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