Paola Clemente, uccisa dalla fatica. Nel suo nome contro sfruttamento e schiavismo. Il mercato delle braccia muove affari per 14-17 miliardi. E se qualcuno muore, i media si accorgono del caporalato. Il rapporto della Flai Cgil

Paola Clemente, uccisa dalla fatica. Nel suo nome contro sfruttamento e schiavismo. Il mercato delle braccia muove affari per 14-17 miliardi. E se qualcuno muore, i media si accorgono del caporalato. Il rapporto della Flai Cgil

Quando viene approvata la legge che contiene “Disposizioni in materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e di riallineamento retributivo nel settore agricolo”, il 29 ottobre del 2016 per diventare operativa il 4 novembre, Paola Clemente di San Giorgio Jonico, nel tarantino, non era più fra noi, morta a 49 anni, colpita da un infarto mentre lavorava all’acinellatura dell’uva nella campagna di Andria. Per approvare la legge pressoché all’unanimità, per la quale la Cgil come ricorda Susanna Camusso si è battuta, si può dire, da sempre, “conquistata a prezzo di dure battaglie, di morti e di centinaia se non migliaia di uomini ridotti in condizioni di vera e propria schiavitù”, ci sono voluti quasi cinque anni. Ma lei non c’è più. Della sua morte non si era parlato, ignorata dalla grande stampa. Ora “riscoperta” di media in seguito all’arresto di persone che sarebbero responsabili della sua morte. La Flai, il sindacato Cgil, che rappresenta i lavoratori dell’agroalimentare e che ha intestato un “Osservatorio” a Placido Rizzotto, dirigente socialista, della Cgil che si batteva insieme ai braccianti, per conquistare condizioni di vita e di lavoro degne di questo nome, ucciso nel 1948 dalla mafia, è  come un  libro che racconta storie di donne e uomini ridotti in condizioni di schiavitù per portare a casa, chi ce l’ha, un pezzo di pane. Un mercato delle braccia che muove un’economia illegale e sommersa con un volume di affari tra i 14 e i 17 miliardi di euro.

L’arresto di persone coinvolte nelle morte della bracciante pugliese scoperchia una brutale realtà

Con l’arresto delle persone coinvolte a vario titolo in reati relativi a caporalato, sfruttamento, intermediazione illecita, relativi alla morte di Paola Clemente, questo “fenomeno” che non è fenomeno ma una consuetudine, una infamia non degna di un grande paese quale vogliamo essere, ha occupato le prime pagine di molti giornali, la televisione, quella pubblica, “scopre” una realtà che emerge solo quando ci scappa il morto. Dice Ivana Galli, segretaria generale della  Flai Cgil che “Paola non c’è più, manca ai suoi cari e agli amici, ma per lei, tutti insieme, non ci siamo risparmiati nel chiedere verità e giustizia su una morte assurda e che non poteva essere stata causata da un ordinario malore. Nel luglio 2015 avevamo denunciato che Paola era morta di fatica nei campi, lasciata senza soccorsi adeguati, e per la sua morte ci doveva essere una catena ben precisa di responsabili. Chiediamo a tutti i soggetti preposti di applicare la legge 199 senza indugi, serve al Paese, serve a chi vuole un lavoro legale e dignitoso”. Un fatto importante che l’informazione abbia dato grande risalto all’arresto degli aguzzini mentre la morte per “fatica” di Paola Clemente era stata pressoché ignorata, così come la “scoperta” che il “caporalato” usa tecniche raffinate, le agenzie interinali, società di trasporto, caporali travestiti, in giacca e cravatta. Sempre di sfruttamento si tratta con “imprenditori” agricoli che a loro si rivolgono per avere manodopera a 3 euro l’ora, dodici ore al giorno, senza una pausa o quasi. Certo la legge è importante, ma bisogna farla applicare, colpendo i nuovi schiavisti ed i vecchi, i caporali senza giacca e senza cravatta, i camioncini traballanti. Ci vogliono le forze dell’ordine che spesso non dispongono neppure dei mezzi di trasporto, un’azione congiunta degli enti locali, delle Regioni. Un’opera di controllo e manutenzione del territorio. Non è possibile che non si conoscano le condizioni in cui vivono in particolare migliaia di migranti, vita da schiavi. L’informazione ha un ruolo molto importante. Non solo quando qualcuno di questi schiavisti viene arrestato. Per esempio “usando” il sindacato che giorno dopo giorno denuncia da anni quanto avviene nelle nostre campagne. Ma non fa notizia. Proprio in Puglia, a Ginosa, lo apprendiamo dalla Flai, sono scattate denunce nei confronti di persone di nazionalità rumena per i reati di intermediazione illecita e sfruttamento di manodopera in agricoltura. Vittime di questi caporali sono altri cittadini rumeni che hanno trovato il coraggio di rivolgersi al sindacato  e denunciare le condizioni di sfruttamento a cui erano sottoposti ormai da mesi, costretti a vivere sotto ricatto, a lavoro per pochi euro o in attesa anche di ricevere quel poco che era loro corrisposto, orari di lavoro che arrivavano anche a 15 ore al giorno. Erano alloggiati in un casolare senza acqua e senza servizi igienici e avevano, come unico contatto con l’esterno, i due furgoncini che li portavano nei campi. Racconta il segretario generale della Flai Cgil Puglia, Antonio Gagliardi, da quella specie di casolare “non si poteva uscire neanche quando qualcuno stava male o aveva necessità di comprare qualcosa per i propri bisogni personali. Pensava a tutto il caporale che comprava medicine, sigarette o alimenti e tratteneva nelle sue mani i documenti di identità di questi lavoratori”. Giovanni Mininni, segretario nazionale Flai, ha commentato così i fatti pugliesi: “Presidiamo il territorio per stare al fianco di quei lavoratori cui non vengono riconosciuti diritti e salario, quello che i carabinieri hanno riscontrato durante i controlli nelle campagne del tarantino è un fenomeno grave e che grazie anche alla recente Legge 199 può essere contrastato più facilmente. Noi crediamo che il fenomeno del lavoro nero e dello sfruttamento in agricoltura possa essere arginato, a patto che tutti siano messi nelle condizioni di operare al meglio, a patto che la Legge 199 sia operativa, e che non ci siano tentativi di sminuire e nascondere la gravità del fenomeno o, ancora peggio, sostenere – come accaduto ad alcune associazioni (di imprenditori agricoli ndr) qualche giorno fa e proprio in provincia di Taranto – che la Legge 199 sia un provvedimento persecutorio e punitivo per tutti. Non si comprende perché non si possa essere alleati in questa battaglia di civiltà a difesa di una legge che oggi è l’unico strumento che punisce lo sfruttamento sul lavoro, usato da chi viola la legalità anche per far concorrenza alle imprese buone”.

Il rapporto  realizzato dall’Osservatorio “Placido Rizzotto”svela una realtà impressionante

Leggere il terzo rapporto “Agromafie e caporalato”, realizzato dall’Osservatorio “Placido Rizzotto” della Flai Cgil ti fa scoprire una realtà impressionante, un quadro delle varie forme di illegalità ricostruendo uno spaccato doloroso sulla condizione di braccianti e raccoglitori, delle variegate forme di illegalità e infiltrazione mafiosa nell’intera filiera. Un mondo di illegalità e violenze imposte ai braccianti nelle campagne delle Puglie fino al Piemonte. Un mondo, neppure sommerso, anzi alla luce del sole, business e gerarchie di boss italiani e  soci stranieri, dice il rapporto Flai. Leggiamo alcune pagine: “Lavorano dodici ore al giorno sotto il sole. Fino a morire di fatica. Accampati in tendopoli o stipati in ghetti fatiscenti. Ai margini dei campi dove vengono prodotte le primizie made in Italy. Senza regole, senza leggi. Dove l’unica parola che conta è quella del caporale. Una pratica che mette in moto due business: le agromafie e la gestione del mercato della braccia, che insieme muovono un’economia illegale e sommersa con un volume d’affari tra i 14 e i 17 miliardi di euro. Dal rapporto emergono ben 80 distretti agricoli con le stesse pratiche di sfruttamento e regole non scritte: cinquemila donne che lavorano nelle serre di Vittoria (Ragusa) dove vivono segregate e nel totale isolamento subiscono ogni genere di violenza sessuale, e poi gli schiavi della vendemmia dal Monferrato alla Sicilia per produrre spumanti e vini doc e sempre più giù nella scala sociale, fino ai 13 mila indiani che vivono nell’Agro Pontino, raccogliendo frutta per 400 euro al mese.

Nel cuore del Chianti fiorentino, un traffico di profughi sottopagati e picchiati

Non c’è settore di produzione immune al fenomeno: è appena stato scoperto un traffico di profughi reclutati per lavorare nei campi del Chianti fiorentino. Sottopagati e picchiati – racconta il Rapporto – per sottostare alle regole di cinque aziende vitivinicole, nel cuore di un territorio diventato in trecento anni e milioni di bottiglie prodotte, un tutt’uno con il brand della Toscana. Ad essere vittime del caporalato (e delle sue diverse forme) sono indistintamente italiani e migranti, un esercito di braccia anonime di 430 mila persone. Un esercito che ha ingrossato le sua fila di altri 40 mila lavoratori rispetto all’anno precedente. Per tutti le regole non scritte dello sfruttamento rimangono più o meno le stesse: nessun contratto, un salario tra i 22 e i 30 euro al giorno (inferiore del 50 per cento rispetto a quelli ufficiali) e poi tantissimo lavoro a cottimo. Unito a un corollario di violenza, ricatti, abusi (come la sottrazione dei documenti), l’imposizione di un alloggio, i guanti venduti peso d’oro e il trasporto effettuato dagli aguzzini stessi”.

Dalle campagne alle grandi città, schiavismo e sfruttamento da metropoli

“Il nostro rapporto esce dopo i fatti della drammatica estate 2015, nella quale troppi sono stati i morti sui nostri campi. Abbiamo voluto non solo fotografare ma anche indagare il fenomeno del caporalato, dello sfruttamento, della condizione dei lavoratori migranti, delle infiltrazioni mafiose nell’agroalimentare perché nessuno possa dire che non si conosceva il fenomeno”. Da oggi nessuno può dire “non sapevo”. E chi lo fa è complice di chi commette reati gravissimi. La legge, che è costata tante battaglie, c’è. La si faccia applicare, cancellando una vergogna che avvelena  le nostre campagne, i prodotti delle nostre terre. Un “fenomeno” che dalle campagne arriva alle grandi città dove gruppi di migranti sempre più spesso stazionano nelle grandi arterie in attesa che “qualcuno” passi  e “offra” un lavoro, schiavismo e sfruttamento di esseri umani da metropoli. Nessuno volti gli occhi dall’altra parte.

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