Napolitano contro Renzi e Grillo: al voto nel 2018, e “non per calcolo tattico di qualcuno”. Il Pd insiste sul Legalicum, in asse coi 5Stelle. Bersani non ci sta

Napolitano contro Renzi e Grillo: al voto nel 2018, e “non per calcolo tattico di qualcuno”. Il Pd insiste sul Legalicum, in asse coi 5Stelle. Bersani non ci sta

Parlando con i giornalisti, Giorgio Napolitano aveva detto: “Nei paesi civili alle elezioni si va a scadenza naturale e a noi manca ancora un anno. In Italia c’è stato un abuso del ricorso alle elezioni anticipate. Bisognerebbe andare a votare o alla scadenza naturale della legislatura o quando mancano le condizioni per continuare ad andare avanti. Per togliere la fiducia ad un governo deve accadere qualcosa. Non si fa certo per il calcolo tattico di qualcuno…”. Si può non essere d’accordo col presidente emerito della Repubblica, ma le sue parole sono dettate da buon senso e da correttezza istituzionale. Tuttavia, hanno suscitato un vespaio di polemiche, proprio perché in realtà hanno fotografato la realtà, e in qualche modo hanno anche avuto il merito di accelerare le posizioni nel dibattito sulla data del voto e sulla legge elettorale. Si è registrata una tale bagarre di voci che le redazioni delle agenzie di stampa hanno stentato a stare dietro alle centinaia di comunicati di stampa. La bagarre ha preso una doppia direzione: la prima suscitata dagli insulti contro Napolitano (al quale va la nostra solidarietà) twittati da Matteo Salvini, indegni di un parlamentare e uomo pubblico. Salvini ha scritto su twitter: “Nei Paesi civili chi tradisce il proprio Popolo viene processato, non viene mantenuto a vita come parlamentare, presidente e senatore”. Il tweet di Salvini è accompagnato dall’hashtag #napolitanovergogna. Ora, la posizione di Salvini è chiara da tempo: correre alle urne prima possibile, indifferentemente dalla legge elettorale, mentre le affermazioni di Napolitano sono appunto dettate da una considerazione istituzionale corretta, quella della sfiducia al governo Gentiloni, e “non per calcolo tattico di qualcuno”. Il riferimento di Napolitano non era certo nei confronti di Matteo Salvini ma a un altro Matteo, Renzi. E testimoniava una presa di distanza dal segretario del Partito democratico, anch’egli tarantolato dalla voglia di urne presto. Cosa diavolo c’entrasse Salvini con quel rozzo twit, francamente sfugge. Fatto è che indirettamente il Matteo leghista ha usato una cortesia proprio nei confronti di Renzi, spostando l’attenzione su Napolitano, piuttosto che sul bersaglio vero. Così, da una parte, il Partito democratico ha fatto quadrato nei confronti di Napolitano, esprimendogli solidarietà, e ci saremmo meravigliati del contrario, ma ha astutamente relegato in secondo piano il disaccordo sulla linea del voto nel 2018 che il presidente emerito ha voluto avanzare.

Massimo D’Alema: “d’accordo con Napolitano. Lavorare a una legge elettorale diversa”

In ogni caso, ed è questa la seconda direzione, le parole di Napolitano hanno suscitato commenti molto più seri e politicamente più fondati. Massimo D’Alema, che sabato scorso aveva lanciato a Roma il progetto di ConSenso, ha avuto parole chiare, da Cagliar: “Del tutto d’accordo con il presidente Napolitano. Credo che sarebbe utile a tutti che il Parlamento avesse modo di lavorare a una legge elettorale tenendo conto di quello che ancora non sappiamo, cioè delle motivazioni della sentenza della Corte costituzionale”. D’Alema ha aggiunto: “Una legge elettorale che fosse senza le esagerazioni dell’Italicum, introduca dei correttivi per favorire la governabilità. Anche perché con il proporzionale puro si rischia l’ingovernabilità. Per fare questo ci vuole una discussione e un tempo ragionevole e non uno contingentato. In secondo luogo sarebbe utile che il governo potesse lavorare anche a correggere taluni provvedimenti, penso al jobs act, che in parte sono oggetto di referendum. E che gli stessi membri del governo ritengono, per quanto riguarda la vicenda dei voucher, degni di essere corretti”. Correttamente, D’Alema raccoglie lo spunto di Napolitano e rilancia non solo sui tempi ma soprattutto sulla qualità della legge elettorale, che deve contenere rappresentatività e governabilità. E introduce, nuovamente, nel dibattito pubblico la necessità di affrontare le questioni spinose poste dai quesiti referendari della Cgil.

Enrico Rossi: “Napolitano ha ragione. Affrontare prima le emergenz principali del Paese”

Dal canto suo, anche Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana e candidato alla segreteria del Pd (quando il congresso si farà) ha apprezzato le parole di Napolitano e ha rilanciato sul piano delle emergenze economiche e sociali. “Il presidente emerito Giorgio Napolitano ha pienamente ragione: l’Italia ha bisogno di essere governata e non può essere travolta da avventure opportunistiche”, ha dichiarato Enrico Rossi. “Le elezioni a scadenza naturale sono la condizione essenziale per affrontare le emergenze principali del Paese, a cominciare dalla ricostruzione delle aree distrutte dal sisma e da un vero governo del territorio dissestato dalle calamità climatiche – ha proseguito Rossi – Serve poi un organico intervento di contrasto alla povertà assoluta, un piano per il lavoro dei giovani e un programma di investimenti pubblici rivolto al Mezzogiorno e alle aree deindustrializzate”.

Singolare convergenza tra Pd e M5s su voto a giugno e legge elettorale

Tuttavia, le voci dall’interno del Pd contro Napolitano e l’ipotesi di portare le elezioni legislative alla loro scadenza naturale, si sono moltiplicate, e ne è nato un fuoco di sbarramento che ha avuto per tema proprio la nuova legge elettorale. Particolare di non secondaria importanza, la singolare coincidenza, nei temi e nei tempi, con la proposta lanciata da Grillo sul suo blog. Di cosa si tratta? Dell’adattamento del cosiddetto Legalicum, ovvero dell’Italicum modificato dalla consulta, anche al Senato, soprattutto per i capilista bloccati. Il presidente dell’Assemblea del Pd Matteo Orfini lo conferma in televisione, ad un’allibita Bianca Berlinguer: “Accordo Pd-M5S su legge elettorale? C’è il tentativo di dare seguito a quanto chiesto dal presidente della Repubblica, Mattarella, e rendere omogenee le leggi elettorali, la soluzione più semplice e realistica è quella di estendere l’Italicum anche al Senato”. Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd: “Siamo pronti a estendere al Senato la legge elettorale della Camera, accogliendo l’indicazione del presidente della Repubblica di armonizzare le leggi elettorali. La legislatura – aggiunge – politicamente è finita il 4 dicembre”. Ed ancora: “nessuno scandalo se si vota subito”. Beppe Grillo sul suo blog: “il Legalicum per noi deve essere quello che esce dalla Consulta, perché – avverte – è il bollino costituzionale imprescindibile”. Restano dunque dell’impianto uscito dalla Corte Costituzionale il premio di maggioranza nazionale al 40% alla lista e non alla coalizione, e la soglia di sbarramento al 3% per le liste. Come ciò possa “armonizzarsi” col Senato, che ha un impianto regionale, lo vedremo.

Bersani all’Huffington Post: “se Renzi continua col Legalicum adattato al Senato e a non convocare il congresso, Nuovo Ulivo”

Altro particolare di non secondaria importanza è la netta e determinata contrarietà ad armonizzare il Legalicum da parte di Pierluigi Bersani e della minoranza del Pd. Bersani ha detto molte cose nel corso dell’intervista all’Huffington Post. Ecco cosa pensa del progetto renzian-grillino: “Siamo passati in poche settimane da un sistema che era il record mondiale del maggioritario a un iper-proporzionale senza bussola, senza discutere. L’ultima suggestione è estendere l’Italicum al Senato, così ci sono due leggi uniformi e si può votare. Ripeto: una legge che garantisce l’ingovernabilità. Rende necessario un accordo con Berlusconi e neanche basta”. Ma, sottolinea, “questo lo dovrebbe scrivere in grassetto nell’intervista: vanno tolti i capilista bloccati che portano a una Camera formata per il 70 per cento di nominati. E considero una provocazione allargare al Senato questo scempio. Possiamo discutere o no?”. L’ex segretario, dopo che ieri non aveva escluso la scissione, oggi ha lanciato un nuovo “avvertimento” al segretario: “Se Renzi forza, rifiutando il congresso e una qualunque altra forma di confronto e di contendibilità della linea politica e della leadership per andare al voto, è finito il Pd. E non nasce la cosa 3 di D’Alema, di Bersani o di altri, ma un soggetto ulivista, largo plurale, democratico”. Renzi, oggi al lavoro al Nazareno dove ha incontrato alcuni big del partito, non risponde e sul blog parla di Europa. E allora a cercare una composizione sono il vicesegretario e il presidente del partito. “Io credo che non si debba procedere a nessun tipo di forzatura, né da una parte né dall’altra. Il Pd ha dato una indicazione per arrivare rapidamente ad avere una legge elettorale e i tempi del Congresso sono quelli stabiliti dallo statuto”, ha detto Lorenzo Guerini al Tg3. Mentre Matteo Orfini offre la soluzione: “Se non facciamo in tempo a fare il congresso si possono fare le primarie e sono sicuro che il segretario non ha intenzione di sottrarsi”. Compromessi, invece, la maggioranza Dem non vuole farne sulla legge elettorale. E se lo stesso Bersani definisce una “provocazione” l’ipotesi di estendere l’Italicum anche al Senato, è ancora Orfini a precisare che su questo Renzi non vuole frenare: “Avevamo proposto il Mattarellum, ci hanno risposto no e allora l’ipotesi più semplice e realistica è quella di estendere la legge uscita dalla Consulta anche al Senato”. Per andare a votare entro l’estate.

Il grave infortunio di Matteo Renzi che in un sms a Floris offende la generalità dei parlamentari a causa del vitalizio 

L’sms sui vitalizi arrivato da Matteo Renzi martedì sera in diretta tv ha fatto da padrone nei capannelli di parlamentari che affollavano il Transatlantico. “Per me votare nel 2017 o nel 2018 è lo stesso. L’unica cosa è evitare che scattino i vitalizi, perché sarebbe molto ingiusto verso i cittadini. Sarebbe assurdo” aveva scritto il segretario Pd a Giovanni Floris, nel corso di ‘Di martedì’. Anche i renziani, pur a mezza bocca, ammettono di non capire la mossa dell’ex premier. “Così non fa che aumentare la distanza tra cittadini e istituzioni, ci delegittima”, dice qualcuno. Sono proprio senatori e deputati di prima nomina a non gradire. Anna Ascani è una di loro. Su Facebook sottolinea come dal 2012 in poi deputati e senatori versano ogni mese dei contributi che si trasformeranno in una pensione di circa 500 euro netti (da prendere raggiunta l’età pensionabile) “solo” se raggiungono 4 anni 6 mesi e 1 giorno di legislatura. “È una stronzata? Si, lo è – scrive – Ora, con tutto l’affetto, a me di prendere 500 euro (o quel che saranno) tra 40 anni (se ci arrivo) me ne frega meno di zero. Meno di meno di zero. Della mia credibilità, invece, mi interessa parecchio”. Nessuno, attacca, “si è incatenato alla sedia per prendersi al vitalizio. Cancelliamo tutto domani, ma liberiamo il dibattito pubblico da questa stronzata. La politica non può essere questo. La politica non è questo. Su questo campo qui vince Grillo. Anzi no, se ci abbassiamo a giocare su questo campo qui Grillo ha già vinto”. Ci va giù duro Pier Luigi Bersani. Chi non vuole il voto lo fa per arrivare al vitalizio? “E’ inaccettabile questa frase. Ci può star tutto nella vita, comprese le diverse opinioni, però se buttiamo anche a mare la dignità del Parlamento non si capisce dove andiamo. Non può insultare il Parlamento – attacca – I vitalizi non ci sono più dal 2012 e ci sono qui dentro deputati 30enni che non sono qui ad aspettare i 65 anni per avere qualche euro di contributi. Non so se siano bersaniani o renziani: oggi ne ho visto qualcuno che piangeva. Gente onesta, perbene, che fa la politica perché ci crede. Perché non si vive di solo pane. Il rispetto conta”. La delusione viene fatta recapitare a Renzi, attraverso una lettera a lui indirizzata, da 17 deputati dem appartenenti a diverse anime del partito. “Caro Segretario, oggi molti dei parlamentari del tuo gruppo politico, sai, quelli che hanno votato le fiducie, quelli che hanno passato giorni a studiare testi anche per trovare correttivi ad atti governativi, quelli che passano i fine settimana ad incontrare cittadini e le loro difficoltà, oggi ascoltano con delusione il tuo attacco ai vitalizi” scrivono. Dura anche la presidente della Camera Laura Boldrini. “Lasciar intendere che la maturazione dell’eventuale pensione possa essere il criterio-guida in base al quale i deputati decideranno sulla conclusione della legislatura rischia di contribuire alla delegittimazione del Parlamento”, attacca. Se la gode, intanto, il M5S. Tanti i deputati grillini convinti che ormai Renzi sia “costretto a inseguire: prima la legge elettorale e ora i vitalizi”, gongolano. “Questi signori non li aboliranno mai i vitalizi, lo faremo noi quando andremo al governo”, azzarda Luigi Di Maio.

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