La BCE e le banche italiane: se la cura ammazza il cavallo

La BCE e le banche italiane: se la cura ammazza il cavallo

Avevo promesso in una recente puntata di tornare sulla lunghissima intervista al quotidiano La Repubblica a Daniele Nouy, responsabile della Vigilanza europea presso la Banca Centrale Europea dal giugno 2014, un periodo brevissimo ma che a molti banchieri italiani è sembrato durare un’eternità alla luce del ritmo martellante di ispezioni e richieste perentorie guidate dal suo ufficio al venticinquesimo piano del grattacielo che ospita a Francoforte la sede della BCE, ispezioni e richieste chiaramente avallate da Mario Draghi e dal consiglio direttivo cui la Nouy riferisce ogni quattordici giorni od ogni qualvolta sia necessario per motivi di urgenza, il tutto in un clima di totale armonia tranne quando, in occasione della missiva che ha aumentato in corsa l’entità dell’aumento di capitale per il nazionalizzando Monte dei Paschi di Siena (da 5 ad oltre 8 miliardi di euro), missiva di cinque righe cinque indirizzata al ministro dell’Economia, Piercarlo Padoan, che ha visto il voto contrario di Ignazio Angeloni, numero tre dell’organismo, e del rappresentante di Bankitalia nel Consiglio di Sorveglianza.

Ad una domanda diretta, la Nouy dice che tra le quindici banche da lei sorvegliate, a breve ridotte a tredici per la fusione già avvenuta tra Banco Popolare e Banca Popolare di Milano e per quella in corso di realizzazione tra le tecnicamente fallite e salvate dal Fondo Atlante, Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca (che diverranno la Banca delle Venezie), ve ne sono alcune che vanno benissimo, mentre altre vanno malissimo ma si stanno dando dannatamente da fare per venire incontro alle richieste della Vigilanza e basta vedere gli aumenti maxi e mini in corso da parte di alcune o i progetti di espansione da parte di altre per capire quali sono quelle che vanno in un modo e quelle che vanno nell’altro e lascio al lettore di individuare le prime e le altre, anche perché notizie e analisi delle prime(pochissime) come delle seconde (un po’ di più) sono piene le pagine dei giornali e degli altri media.
Parlando del problema dei problemi, la significativa riduzione dei Non Performing Loans, la Nouy ha ripetuto la frase di Gentiloni e cioè che per percorrere una lunga strada bisogna mettersi in marcia e con le idee chiare, ha di fatto bocciato l’approccio del Monte dei Paschi che ha deciso di azzerare tout court le sofferenze lorde rendendo di fatto impossibile l’aumento di capitale (non cogliendo cioè le opportunità offerte dalla missiva della BCE che chiedeva una soluzione entro la fine del 2018) e ha implicitamente dato il via libera a quello più gradualistico di Unicredit che è andato in rosso per 12 miliardi circa nel 2016, lasciando ancora da smaltire gran parte dei 57 miliardi di NPL’s senza aiuti da parte dello Stato ma con un programma significativo di cessioni totali o parziali e con un forte ridimensionamento dei costi fissi, in particolare di quelli del personale che si ridurranno a livello globale di 19 mila dipendenti, ma con un significativo, almeno per quanto riguarda l’Italia, numero di assunzioni.

Tornerò in una prossima puntata del Diario della crisi finanziaria sul Nouy pensiero e sul diverso trattamento tra le banche tedesche e quelle italiane.

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