Direzione Pd. Vince la solita ferocia tattica di Renzi, che finge concessioni, ma decide da solo. Si sente aria di scissione

Direzione Pd. Vince la solita ferocia tattica di Renzi, che finge concessioni, ma decide da solo. Si sente aria di scissione

Se vi fosse ancora qualcuno in Italia che non conoscesse la ferocia tattica con cui Matteo Renzi affronta le delicate e democratiche questioni interne al suo partito, dovrebbe rivedersi in tutto o in parte lo svolgimento della direzione nazionale del Pd andata in scena lunedì 13 febbraio. Si è presentato con una relazione introduttiva apparentemente dorotea, nella quale ha finto di fare concessioni alle diverse anime del partito – o correnti, sul modello della vecchia Democrazia cristiana – e soprattutto alle richieste pressanti delle minoranze interne; ha finto di sostenere il governo Gentiloni dinanzi alle tante questioni irrisolte che la crisi italiana impone; ha finto di analizzare la sconfitta del referendum del 4 dicembre, imputandola al difetto fondamentale della personalizzazione. Poi, però, come un democristiano navigato, ha tirato fuori lo stiletto e ha colpito, prima imputando ai vertici delle correnti una logica da “caminetto” e poi impedendo che si votasse il sostegno al governo Gentiloni fino alla fine naturale della legislatura, liberandosi così le mani sulla decisione relativa al voto legislativo. Ha concesso un congresso, i cui tempi e modalità saranno definiti dall’Assemblea nazionale di sabato prossimo, che rischia di trasformarsi in un ennesimo plebiscito del segretario uscente e nell’annullamento delle ragioni degli avversari interni. Andiamo con ordine e vediamo in sintesi l’articolazione delle diverse posizioni emerse in direzione.

L’intervento di Bersani: mettiamo ordine nella nostra agenda, perché venga prima l’interesse degli italiani

Pier Luigi Bersani, fiutata l’aria, aveva tuonato: “No a un congresso cotto e mangiato con una spada di Damocle sul nostro governo mentre dobbiamo fare la legge elettorale e mentre dobbiamo fare le elezioni amministrative. Non è il messaggio giusto da dare al Paese. Siamo il partito che governa, dobbiamo garantire che la legislatura abbia il suo compimento normale e che il governo governi correggendo qualcosa che abbiamo fatto e che il congresso si faccia nel suo tempo ordinario cioè da statuto parte a giugno e si conclude a ottobre, sarebbe questa la cosa più normale. Non ho sentito dire se vogliamo accompagnare il governo fino alla fine della legislatura”. Ai cronisti che gli chiedevano se la minoranza sia pronta a una scissione, alla conclusione della direzione, Bersani ha poi risposto, deluso: “Adesso vedremo”.”Il governo deve governare e da giugno comincia la pratica ordinaria del congresso. Non sto parlando da bersaniano, sto parlando da italiano. Prima di arrivare al congresso abbiamo un paio di cose da fare. Se partiamo domattina facciamo il congresso del solipsismo, dell’autoreferenzialità, dell’isolamento. Dobbiamo appassionare mondi più vasti, se no quella destra non la fermiamo”, dice Pier Luigi Bersani nel suo intervento in direzione. “Se decidessimo diversamente – sostiene l’ex segretario – guardate che si apre un problema molto serio, molto serio. Perché noi quando si governa ci si mette a servizio e si guida, non si mette l’Italia nel frullatore. Adesso vediamo, riflettiamo, facciamo. Chi ha più buon senso ce lo metta, perché ce n’è bisogno”. “Non sto dicendo di chi è la colpa ma vogliamo essere d’accordo nel dire che dalle regionali alle amministrative al referendum, un pezzo della nostra gente, un pezzo di popolo si e’ allontanato da noi? È vero o no che una parte di popolo non ci sopporta?”, dice ancora Bersani nel suo intervento in direzione Pd. “Dobbiamo approfondire, riflettere, correggere. Senza abiure vogliamo dare un messaggio di ‘ricevuto’ da qui a quando si andrà a votare?”,

Il ministro della Giustizia Orlando non partecipa al voto sulle mozioni perché capisce che la le sue proposte non sono state nepoure ascoltate da Renzi

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando, che non ha partecipato al voto finale sugli ordini del giorno, ha ammesso le difficoltà: il Pd deve evitare un congresso che sia la “sagra dell’antipolitica”, meglio aprire una “conferenza programmatica”, ovviamente fermando la “delegittimazione quotidiana” del segretario. “Quello che temo è la seconda fase, quella delle primarie: senza una restrizione del range, senza correzione, senza una condivisione di una piattaforma, senza un’autodisciplina dei candidati, finiranno per essere una sagra dell’antipolitica, il tutto consumato dentro la campagna elettorale delle elezioni amministrative”. Per Orlando “il modo in cui si celebra il congresso non è adeguato a questa discussione, è stato pensato in una fase diversa, di sistema maggioritario e stiamo andando verso il proporzionale. E perché serviva esclusivamente alla legittimazione del leader. Oggi dobbiamo ricostruire una piattaforma politica. Io non credo che alla fine di questo percorso avremo una piattaforma. Vedo il rischio che il Pd da soggetto principale della stabilizzazione del sistema politico italiano diventi l’epicentro della instabilità”.

Il governatore della Puglia, Emiliano: “mi candido, ma confesso una sensazione di tradimento”

Il governatore della Puglia, Michele Emiliano: “In molti momenti sei apparso lontano dalle persone. Il Pd può essere il partito di quelli che non contano niente? O torna nel suo alveo naturale o rischia di andare fuori dalla fotografia, dalla cornice”, dice rivolgendosi a Matteo Renzi per tutta la durata nel suo intervento. “Stai facendo la stessa faccia che fai quando parla Bersani – lo rimprovera a un certo punto – ti prego fai le facce che fai con altri”. Emiliano ricorda di aver votato Renzi nel 2013 alla segreteria e rivendica: “Non sono mai stato iscritto a una corrente. La tua idea di rinnovare la classe dirigente e riconnettere il Pd con le questioni ambientali mi ha affascinato. Ho iniziato a pensare che qualcosa non andava quando tutte le persone che avevo contro in Puglia sulle questioni di merito, me le sono trovate con te e non avevo più te vicino. Molte volte non sono riuscito a capire dove volevi andare a parare. Il governo non voleva parlare con noi sulle trivelle”, ricorda tra l’altro. “Se tu non avessi chiuso le porte, forse non avrei dovuto aspettare il governo Gentiloni per parlare dell’Ilva”. Emiliano rimprovera a Renzi diverse cose: “Avevamo detto che non avremmo mai cambiato la Costituzione a maggioranza e invece l’abbiamo fatto. Il referendum costituzionale è stato interpretato come una specie di ghigliottina generale da parte tua: se vinco, azzero tutti gli altri. Lo so che non era così ma l’effetto complessivo è stato inverso”. E sulla base di questa analisi, che suona come l’accusa di tradimento delle aspettative, Emiliano conferma la sua candidatura alla segreteria.

Il governatore della Toscana, Enrico Rossi: “non possiamo limitarci alla conta. Un congresso aperto, di un Pd che vuole ripartire”

Per l’altro governatore, quello della Toscana, Enrico Rossi, che da tempo si è candidato alla segreteria: Il congresso non deve essere “soltanto una conta” perché se invece sarà così un “pezzo di popolo rischiamo di perderlo e di regalarlo”. Enrico Rossi, si è detto “molto d’accordo con l’intervento di Bersani, giusto nei toni e nelle considerazioni”, sottolineando che “la gravità del momento ci impone di abbassare i toni e di cercare se possibile una strada comune per affrontare i nodi che abbiamo davanti”. “Dobbiamo fare una campagna congressuale – ha aggiunto – che consenta, o il gioco non torna, di poter riportare alla discussione congressuale quella parte di popolo per il quale ho detto a me stesso che devo dire qualcosa. Dobbiamo riprendere gli albi degli elettori, visionarli e validarli e consentiteci di provare a vedere se quelle centinaia di migliaia di ex elettori che non si sono più iscritti riusciamo a riportarli in un dibattito congressuale. Il congresso può essere un’occasione per farlo e bisogno trovarci d’accordo su tempi che diano il senso di un congresso aperto, di un Pd che vuole ripartire”. Per Rossi il Pd deve “elaborare una proposta politica più robusta, uscire da un riformismo troppo debole e incapace di parlare alla nostra base sociale e proporre un programma di cambiamento più robusto. Credo che i margini ci siano se facciamo un congresso nel quale proviamo a discutere e a confrontarci”. Ma bisogna anche “rivedere lo statuto e per questo chiedo al vicesegretario e al presidente che fine ha fatto il documento Barca?”

Un ex segretario, Bersani, un ministro, Orlando, due governatori di regioni importanti, e diversi altri avevano lanciato una sfida importante sulla gestione del futuro prossimo del partito, atteso comunque a una nuova prova elettorale, quando sarà il momento, e soprattutto alla ricostruzione organizzativa di un partito allo sbando ovunque. Al sfida, Renzi ha risposto con la ferocia tattica che ha sempre dimostrato in questi anni: nessuna concessione, i tempi e le modalità del congresso sono stati già stabiliti da lui medesimo, e la spada di Damocle sulla testa di Gentiloni è ancora là che pende.

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