Bersani rilancia con durezza il voto nel 2018. “Prima i problemi della gente”. Martina e Orlando smentiscono riunioni carbonare. Roccella profetizza la caduta di Gentiloni sul testamento biologico

Bersani rilancia con durezza il voto nel 2018. “Prima i problemi della gente”. Martina e Orlando smentiscono riunioni carbonare. Roccella profetizza la caduta di Gentiloni sul testamento biologico

In vista della direzione del Pd di lunedì 13 febbraio, esplode Pier Luigi Bersani, dopo la raffica di dichiarazioni, interviste, comunicati stampa di quello e quell’altro esponente, di primissimo, primo, secondo e terzo piano. Ma soprattutto dopo che alcuni quotidiani oggi hanno reso note alcune indiscrezioni, poi parzialmente smentite, di incontri, cene, colloqui tra capicorrente. Intanto, Bersani chiarisce subito una cosa: “Io sono per votare nel 2018. Abbiamo la responsabilità di un paese da governare. E ci vuole un soprassalto di responsabilità. Una classe dirigente che dica al Paese cosa vuol fare. Non gli indovinelli, le ipotesi del tipo ‘se, però, vediamo…'”. Interpellato alla Camera, Bersani invita i dirigenti del Pd a dire chiaramente quando ritengono che si debba andare a votare. L’ex segretario del Pd non cita direttamente il segretario Matteo Renzi, ma è chiaro a tutti i presenti che il discorso è rivolto in primo luogo al segretario.

Bersani: la vita reale delle persone s’interroga su altro e attende risposte responsabili

Poi, l’affondo, la vita reale delle persone normali: “C’è un piccolo problema che io personalmente non riesco più a reggere: in una famiglia italiana normale di cosa cazzo si parla? Si parla di: lavoro, redditi, autosufficienza, se ci sono gli immigrati… E uno che guarda la nostra discussione, cosa può pensare?”. L’ex segretario è un fiume in piena nel Trasatlantico di Montecitorio. Se fosse per lui ai maggiorenti dem chiederebbe: “Ma secondo voi quando si va a votare? Perché quella è la questione basilare. Da lì in giù si mette in ordine tutta la faccenda. Ne deriva cioè che il governo deve governare e ha un insieme di robe da fare che non sto neppure a fare l’elenco. Che dobbiamo predisporci a un turno amministrativo. Che c’è un referendum, e sarà meglio che facciamo qualcosa per i voucher, togliendoli di mezzo”. Quanto al Pd “a giugno parte il congresso. Anche perché la discussione va fatta quando hai alle spalle anche il contesto nel quale ti metti” dal punto di vista della legge elettorale e delle possibili alleanze. “Non puoi mettere il carro davanti ai buoi”.

Bersani: “è l’ora delle parole chiare. Dico che bisogna votare nel 2018”

Bersani ribadisce: “è ora di dire parole chiare. Cosa vogliamo fare. Io dico che bisogna votare nel 2018. E che si dica agli italiani cosa facciamo in questo anno”. In questo modo, spiega l’ex segretario del Pd, i Democratici possono “traguardare il 2018”. E a chi come Renzi teme l’effetto che un anno di governo può avere sul rendimento del Pd in campagna elettorale, come fu per il Pd di Bersani al termine del governo Monti, replica: “Non è questo il problema. Qui bisogna mettersi tutti con una politica che parte dal paese, dall’Italia, perché le tue fortune puoi farle solo se interpreti il Paese. Non esiste un destino del Pd a prescindere dal Paese. A me pare che stiamo ragionando in un sovramondo, sia la politica che l’informazione. Cerchiamo di rimettere i piedi a terra e raddrizzare la barca. Se no andiamo nei guai, non solo politici ma anche economici e sociali”. Le parole di Bersani, nel momento in cui scriviamo, non hanno sollevato risposte dall’interno del Pd, dai vertici chiamati in causa, dal segretario, messo alle strette. Eppure, più che di una pietra nello stagno, si tratta proprio di un macigno granitico.

Il documento dei 40 senatori, molto vicino alla riflessione di Bersani. Tra i 40, spiccano i nomi di Mario Tronti, Silvana Amati, Capacchione, Cirinnà, Manconi, Claudio Martini, Sergio Zavoli 

Intanto, in serata 40 senatori Pd sottoscrivono un documento che segue la scia del ragionamento di Bersani, e propone di mettere al primo posto le responsabilità del governo del paese. I 40 senatori dunque vorrebbero “contribuire al buon lavoro del governo Gentiloni, nella pienezza dei suoi poteri; rimettere in piedi il Pd, al centro e sui territori, restituendone l’immagine di una grande forza politica popolare unitaria; lavorare a una legge elettorale omogenea per Camera e Senato, con i due obiettivi non incompatibili di una corretta rappresentanza e una necessaria governabilità; non concedere più nulla alla pulsione antipolitica, soprattutto nella sua forma devastante di antiparlamentarismo; alzare la bandiera di una visione per un’altra Italia, in un’altra Europa, nell’ordine/disordine mondiale; andare a vincere, vedremo se con la lista di partito o di coalizione, alle elezioni politiche, una volta realizzati questi obiettivi, dando cosi’ un senso ai mesi che restano della legislatura”. Tra i quaranta nomi, alcuni sono di particolare rilievo: Tronti, Albano, Amati, Angioni, Bianco, Borioli, Broglia, Capacchione, Cardinali, Chiti, Cirinnà, Corsini, D’Adda, Dalla Zuanna, De Biasi, Dirindin, Fabbri, Ferrara, Filippi, Fissore, G. Rossi, Giacobbe, Granaiola, Guerrieri, Idem, Lo Giudice, Manassero, Manconi, Martini, Mattesini, Micheloni, Puppato, Ranucci, Sangalli, Silvestro, Sonego, Tomaselli, Vaccari, Valentini, Zavoli.

I ministri Orlando e Martina smentiscono di aver partecipato a riunioni “carbonare” per constringere Renzi a non presentarsi come candidato premier

Smentite giungono invece da due ministri, Orlando, della Giustizia, e Martina, dell’Agricoltura, a proposito di riunioni più o meno carbonare, per condividere con un altro ministro, Franceschini, la richiesta a Renzi di non candidarsi a premier, in caso di primarie. Orlando ha detto ai giornalisti: “L’altro ieri ho ereditato il patrimonio del Pci, ieri è stata calata la mia candidatura al congresso tra l’altro come minaccia e al tempo stesso ho incontrato elementi di Fi sulla legge elettorale. Fandonie finalizzate a ravvivare il mio compleanno, ma mi preoccupa che possano distrarre da una discussione seria che va fatta sul posizionamento del Pd e sul messaggio da dare al paese, che come ho sempre detto viene prima delle discussioni nel Pd su nomi e candidati”. Tuttavia, Andrea Orlando ha poi precisato: “Io non sono del partito del 2018. Si può votare anche rapidissimamente, ma prima bisogna sciogliere alcuni nodi sulla legge elettorale”. A sua volta, il ministro Martina afferma: “Leggo sui giornali ricostruzioni di fantomatici incontri sul futuro del Pd a cui non ho partecipato. Di tutto abbiamo bisogno fuorché di alimentare ogni giorno retroscena simili”.

E Renzi? Scrive su Facebook di Martina, ma ricade nello stesso vizio di sempre, le mezze verità. In questo caso sul Jobs Act

E Renzi? Il segretario si fa vivo via Facebook, per rivelare di aver chiamato l’imprenditore che ha assunto Martina, incinta di nove mesi, perché brava. Poi però, come suo solito, non si è trattenuto, ed è andato oltre, come se quell’evento, bellissimo e straordinario, fosse solo una premessa per ribadire quanto è bravo lui. “Ho chiamato Samuele Schiavon, l’imprenditore, per ringraziarlo di questo gesto. L’ho ringraziato come cittadino italiano per quello che ha fatto”, avrebbe potuto fermarsi qui, ma non è nella sua indole. Infatto, continua, “ho pensato che una delle più belle e meno conosciute novità del Jobs Act non sono solo i 602.000 posti di lavoro in più in tre anni”, dati da propaganda elettorale che non corrispondono al vero, come pure l’Istat ha dimostrato. E qui Renzi confonde le acque, il trucco c’è e si vede. Ecco cosa scrive il segretario del Pd: “Ma anche aver introdotto di nuovo il divieto delle dimissioni in bianco, la squallida pratica contro le donne e contro la maternità”. Qual è il trucco? Semplice, aver omesso di dire che col Jobs Act si è reso più semplice il licenziamento, si è banalizzato il diritto delle lavoratrici ad essere tutelate sempre, per cui gli imprenditori, per i quali quella pessima legge è stata scritta, non hanno alcun bisogno di favorire “dimissioni in bianco” dal momento che possono licenziare in modo sostanzialmente arbitrario.

La profezia della cattolica ortodossa Eugenia Roccella: il governo Gentiloni cadrà sulla legge per il testamento biologico. Lo vuole lo stesso Renzi

Infine, dalla destra cattolica – lo scriviamo solo come una curiosità, ma come diceva un noto esponente della Dc romana, “a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca” – si avanza un sospetto sulle prossime mosse di Renzi per trovare un casus belli per sfiduciare Gentiloni. La fonte è Eugenia Roccella, parlamentare confluita nel gruppo di Quagliariello, notissima esponente del cattolicesimo oltranzista, rigida osservante delle disposizioni del catechista di turno, e riguardano la legge sul Testamento Biologico. Secondo Roccella, dunque, la legge “vuole introdurre l’eutanasia e l’improvvisa accelerata alla discussione è un escamotage politico di Renzi per favorire una rottura della maggioranza e far cadere il governo Gentiloni”. Per l’ex sottosegretario alla Salute del governo Berlusconi “con questa legge si spaccherà certamente la maggioranza. L’Ncd di Alfano, e forse anche qualcuno nel Pd, difficilmente voteranno a favore di questo testo profondamente eutanasico e l’ipotesi che ci sia l’ex premier dietro questa accelerazione per portare all’incidente parlamentare è molto concreta e può facilitare la crisi di maggioranza, anticipando le elezioni”. Non aggiungiamo le critiche della Roccella ad una legge di civiltà che il nostro attende da decenni, prendiamo atto di un sospetto sulla “pietra” posta sul marciapiede parlamentare per far cadere Gentiloni e il suo governo su una “questione di coscienza”.

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