Why Virginia Raggi is unfit to lead Rome

Why Virginia Raggi is unfit to lead Rome
Ho scritto questa puntata del Diario della crisi finanziaria il 6 settembre dello scorso anno e ora che ci si avvicina al processo per falso ideologico e abuso di ufficio della sindaca, in uno con il suo ex braccio destro e sinistro Raffaele Marra le cose che scrivevo si stanno chiarendo ancora di più e, quindi, ripropongo ai lettori quelle considerazioni scritte a caldo.

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In oltre mille puntate del Diario della crisi finanziaria non mi sono mai occupato delle vicende dei partiti e movimenti politici italiani, anzi nei primi sei anni di vita del blog mi sono occupato pochissimo di vicende italiane ed europee, in quanto l’epicentro della tempesta perfetta era negli Stati Uniti d’America e alcune mie previsioni come quella sul fallimento di Lehman Brothers mi procurarono un pubblico statunitense che ancora oggi rappresenta oltre il 60 per cento delle persone che quotidianamente leggono il Diario, il che è molto interessante visto che lo stesso è scritto, ad eccezione di una puntata e del titolo di questa che riprende un famoso titolo con cui l’Economist  bollò l’incapacità di Silvio Berlusconi a guidare il nostro Paese, in italiano.

Dal giorno del ballottaggio delle recenti elezioni amministrative, sono stato pochissimo in Italia, ma ho seguito con grande attenzione le mosse delle due candidate a cinque stelle elette alla guida di due comuni molto importanti, Roma e Torino, due città che avevano vissuto due competizioni elettorali molto diverse tra loro, perché mentre a Roma, a parte il buon recupero di Giachetti rispetto ai disastri del PD romano, le divisioni interne alla destra sembravano spianare la strada quasi a chiunque il movimento di Grillo avesse presentato (e così puntualmente è stato, quasi come diceva un mio amico cambista, si trattasse di un calcio di rigore tirato a porta vuota), a Torino Chiara Appendino è andata a vincere contro tutti i pronostici che vedevano favorito, e in testa al primo turno, Piero Fassino, l’incumbent come dicono gli americani, nonché presidente della potente associazione dei comuni italiani, carica che peraltro ancora ricopre per motivi legati allo statuto dell’associazione.

Già nel corso della non troppo vivace campagna elettorale, mi aveva molto colpito la decisione della Raggi di non annunciare in anticipo la sua squadra di governo della città, cosa fatta dal suo principale competitor, Roberto Giachetti, che ne annunciò la composizione all’indomani del primo turno e che non lo aveva fatto ancora prima in quanto nei sondaggi non era dato neanche al ballottaggio, ma la squadra della neosindaca non  comparve neanche all’indomani del voto, mentre fu chiara da subito la struttura del cerchio magico della Raggi, una struttura non proprio interna al movimento cinque stelle ma formata da persone che almeno in un caso avevano un passato legato alle precedenti amministrazioni della Città quando la stessa, come nel caso dell’attuale vice capo di gabinetto, Marra, era guidata da Gianni Alemanno, un uomo politico di centro destra poi finito nelle indagini su Mafia Capitale.

I motivi del ritardo furono subito chiari, in quanto la neosindaca fu subito affiancata da quello che venne definito un mini direttorio composto da esponenti di primo piano dei pentastellati romani, tra cui spiccava per grinta e piglio decisionistico Giovanna Lombardi, la prima capogruppo alla Camera che verrà ricordata per l’umiliazione inferta a Pierluigi Bersani quando quest’ultimo cercava di ottenere i voti del movimento per formare un Governo dopo la non vittoria alle lezioni del febbraio 2013. Nel braccio di ferro tra un’ostinatissima Raggi e il mini direttorio a uscirne con le ossa rotte fu la Lombardi che lasciò il mini direttorio per organizzare la festa nazionale dei cinque stelle (sic), ma anche la Raggi pagò il suo prezzo  e dovette accettare un super assessore al Bilancio con delega alle partecipate, Minenna, e un capo di gabinetto, Raineri, magistrato di lungo corso che già aveva collaborato, come lo stesso Minenna, con un cerbero come il commissario Tronca, ottenendo però che il resto della squadra fosse composta dai suoi fedelissimi, dalla Muraro e da altre persone di suo gradimento.

Dei comportamenti con i quali ha spinto alle dimissioni le persone che Di Maio ed altri le avevano imposto sono state piene per giorni le cronache dei quotidiani, ma è nella sostituzione dell’assessore al bilancio, stavolta senza delega alle partecipate, che la Raggi dà il meglio di sé  rivolgendosi al suo ex datore di lavoro, l’avv. Sammarco, che, come confessa candidamente il neoassessore De Dominicis, persona sicuramente specchiata e perbene, è quello che gli ha offerto l’incarico e che lo ha convinto ad accettare, una circostanza che si intreccia con le amnesie del curriculum di Virginia sui suoi trascorsi professionali negli studi Previti prima e Sammarco poi.

Sulla vicenda di un altro assessore vicinissimo alla sindaca, Paola Muraro, e sulle astuzie da azzeccagarbugli della sindaca nel giustificare il perché non avessero reso noto che la Muraro era indagata stendo un velo pietoso se non per dire che nella visione anglosassone tali comportamenti rendono impossibile proseguire in ruoli pubblici.

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