Voucher e minijob tedeschi. Un confronto impietoso e rigoroso. Diversi nel progetto, nella sostanza e nell’uso. Una truffa volerli equiparare

Voucher e minijob tedeschi. Un confronto impietoso e rigoroso. Diversi nel progetto, nella sostanza e nell’uso. Una truffa volerli equiparare

Dal nostro corrispondente a Berlino.

Nell’Italia invasa dai voucher si chiama in causa il successo dei minijob tedeschi per sostenere l’efficacia dei buoni-lavoro proprio mentre la Cgil ha aperto la campagna referendaria per eliminare  i voucher dopo l’ammissione del quesito sottoscritto da più di tre milioni di persone. Referendum che riguarda anche la tutela dei lavoratori di aziende che operano in appalto

Ma voucher e minijob si assomigliano veramente? E, soprattutto, è il minijob la chiave del successo economico della Germania? Con una singolare coincidenza, tanto nell’opinione pubblica quanto nelle analisi degli economisti, la Germania del XXI secolo è percepita come il teatro di uno straordinario “miracolo” economico. In un periodo segnato da tracolli finanziari, dalla crisi del sistema post-industriale, dall’incombere di nuovi paesi emergenti e dall’ampliamento della forbice tra ricchezza e povertà, la Bundesrepublik offre indici di sviluppo e di crescita produttiva in netta controtendenza rispetto, quantomeno, al resto del continente europeo – se non, addirittura di quello che un tempo chiamavamo il Primo Mondo occidentale.

I dati più significativi del mercato del lavoro in Germania

I dati più significativi riguardano in primo luogo il mercato del lavoro. Con una disoccupazione tra l’8 e il 9%, all’indomani della riunificazione, cresciuta fino a oltre l’11% a cavallo del secolo, la Germania ha sperimentato un costante trend positivo dal 2005 – appena scalfito dalla crisi finanziaria del 2008 – portando la quota di disoccupati sotto i 2 milioni, ovvero a un invidiabile 4,1%. Il confronto con il resto del Vecchio continente è impietoso. In Francia e in Italia la disoccupazione supera ormai il 10% mentre, tra i grandi paesi, solo il Regno Unito registra sviluppi positivi, con una recente contrazione dei disoccupati poco al di sotto del 5%. Il principale fattore che ha determinato questo singolare “miracolo” tedesco viene generalmente indicato nell’introduzione dei minijob, un contratto di lavoro minimo – per durata o per stipendio – pensato per venire incontro alle mutate esigenze tanto sociali quanto economiche. In Italia, simili esigenze hanno portato invece alla diffusione di varie forme di flessibilità lavorativa e di precariato tra le quali, negli ultimi due anni, si sta imponendo il pagamento attraverso i buoni-lavoro – i cosiddetti voucher. Recentemente si è inoltre teso a difendere tali voucher, indicandoli appunto come una via italiana nel nuovo sistema economico che, favorendo l’annosa emersione del “lavoro nero”,  dovrebbe far percorrere alla penisola gli stessi passi compiuti dalla Repubblica federale tedesca per sconfiggere la disoccupazione. Conoscere meglio il modello che intendiamo – o presumiamo – seguire, può certamente essere utile a formulare giudizi più fondati.

Quattro tipologie di minijob. Origini, numeri e risultati

I cosiddetti minijob sono stati introdotti in Germania nei primi anni del Duemila, nel contesto delle riforme sulle politiche sociali intraprese dal governo del cancelliere Gerhard Schröder (coalizione tra SPD e Verdi). Si tratta di contratti di lavoro il cui principale scopo dovrebbe essere quello di regolamentare gli impieghi secondari o temporanei, ma che è stato capace di dimezzare gli indici della disoccupazione nazionale. Dal punto di vista legale si possono distinguere quattro tipologie di minijob, determinate da due casistiche formali. Una prima differenziazione sussiste sul tipo di contratto, in cui il prefisso “mini” viene declinato in senso cronologico (come lavoro a tempo determinato per un periodo non superiore ai tre mesi) o di stipendio (ovvero con un tetto di ore mensili che, in relazione al salario per ora stabilito a seconda dei diversi ambiti lavorativi, non può superare i 450 euro). Una seconda differenziazione, invece, riguarda le due branche occupazionali a cui i contratti di minijob sono principalmente rivolti: da una parte i lavoratori impiegati nell’economia domestica, presso privati che possono richiedere i loro servizi in ambiti come le pulizie, il giardinaggio, l’assistenza domiciliare a congiunti, bambini o animali; dall’altra coloro che invece sono occupati in ambito commerciale o professionale – ovvero in tutte le altre casistiche possibili. La principale distinzione tra queste ultime due categorie riguarda i contributi previsti dal contratto, segnatamente minori per il primo gruppo, al quale fa riferimento anche un minor numero di lavoratori (appena 250 mila impiegati nell’economia domestica).

Valgono tutte le garanzie e le tutele di qualsiasi altra forma di lavoro

I minijob sono giuridicamente equiparati a qualsiasi altra forma di lavoro. Vale quindi anche nel loro caso il salario minimo previsto a livello federale (8,84 euro lordi all’ora), così come le indennità di malattia, di maternità e per incidenti, nonché un certo diritto ai giorni di ferie e la possibilità, a fronte di un contributo minimo, di maturare un fondo pensionistico. Esclusa dai minijob è invece l’assicurazione sanitaria – ampiamente privatizzata in Germania. Il numero dei lavoratori regolamentati attraverso contratti di minijob è attualmente calcolato oltre i 7,5 milioni, tra i quali le donne sono più fortemente rappresentate (4 milioni, pari al 60%) rispetto agli uomini (2,6 milioni, ovvero il 40%). Considerando invece le fasce d’età, la maggior parte dei contratti di minijob (quasi un milione) è stipulato da persone con più di sessantacinque anni, mentre il minor numero – seppur in crescita – è rappresentato dai giovani con meno di vent’anni. Rispetto al 2015, inoltre, è scesa la quota dei lavoratori tra i venti e i cinquant’anni che hanno un minijob. Sovrarappresentata è, infine, la presenza di stranieri, che costituiscono ben il 12,5% dei minijob, a fronte del loro 9,5% rispetto alla popolazione complessiva. I settori dove vengono stipulati il maggior numero di contratti di minijob sono il commercio (oltre 1 milione di contratti), il turismo, l’assistenza sanitaria e i servizi (complessivamente, circa 2,6 milioni).

Una forma di “flessibilità”, un secondo lavoro in un’economia solida.

I contratti di minijob sono stati istituiti, almeno stando alle dichiarazioni susseguitesi in questi anni, volendo rivolgersi soprattutto a coloro che intendevano integrare i propri guadagni – pensionati o lavoratori a tempo indeterminato in cerca di una seconda occupazione – e ai giovani – quale primo passo nel mondo del lavoro. Con particolare riguardo a quest’ultimo gruppo, i minijob sono strettamente legati ai corsi di formazione (la cosiddetta Ausbildung, per la quale il partecipante percepisce anche uno stipendio minimo) mentre, nel mercato del lavoro tedesco, si cerca di promuovere – nei limiti del possibile e anche attraverso campagne pubblicitarie pubbliche – il passaggio da un minijob a un posto di lavoro “fisso”. Altrimenti detto, il minijob (anche quando non a tempo determinato) dovrebbe essere considerato come un impiego temporaneo, pensato per venire incontro a determinate esigenze – studenti-lavoratori, casalinghe, pensionati, stranieri appena giunti nel paese – e non una forma di occupazione stabile, volta semplicemente a diminuire il tasso di disoccupati.

I dati statistici parrebbero confermare la sincerità di tali intenzioni e un loro certo successo. Tuttavia è innegabile che anche questa forma di “flessibilità” possa funzionare soltanto in un sistema economico solido e in crescita. Prendendo in esame i minijob si commette infatti spesso un errore assiomatico, ponendo il “miracolo” tedesco come un effetto dell’introduzione di questa forma contrattuale e non viceversa, ovvero come i minijob diano buoni risultati perché l’economia tedesca lo permette. La prosperità della Germania si basa su ragioni complesse che qui possiamo soltanto sintetizzare. Esse sono in parte “naturali” – determinate dalla stessa consistenza numerica della popolazione e dalla posizione geografica del paese – e in parte dovute a scelte politiche lungimiranti, operate tra gli ultimi vent’anni del secolo scorso e i giorni nostri. Tra queste possiamo certamente ascrivere i cospicui investimenti nella ricerca e nell’istruzione – grazie ai quali il paese ha potuto mantenere un’elevata competitività internazionale “salvando” così, diversamente da altre realtà europee, il proprio comparto industriale – ma anche politiche edilizie e sociali che hanno tutelato il potere d’acquisto dei cittadini, mantenendo il costo della vita paradossalmente più basso rispetto a paesi meno fortunati in termini di PIL e bilanci.

Imitare Berlino? Solo una manovra di copertura di una forma di precarietà lavorativa

Richiamandoci alla situazione italiana, chiamare in causa i minijob per difendere l’utilità dei cosiddetti voucher è solo una manovra di “copertura”, sbagliata tanto per la sostanza – perché le due cose non sono assolutamente uguali – quanto per il contesto – in una penisola dove 450 euro non basterebbero neppure a pagare un affitto. Se l’Italia deve veramente imitare qualcosa del modello tedesco – ma qui le condizioni “naturali” imporrebbero comunque diversi aggiustamenti – ciò non si può risolvere nell’ennesima, estemporanea, forma di precarietà lavorativa, bensì in un ripensamento strutturale dell’economia italiana che riporti al centro il lavoro (e i lavoratori) invece di vaporizzarlo tra collaborazioni e prestazioni occasionali. Questo, forse, è l’unica cosa che i minijob dovrebbero insegnarci.

Share

Leave a Reply

Your email address will not be published.