Valanghe, terremoti, neve, vite salvate: i media riscoprono il loro ruolo. Ci fanno vivere grandi emozioni, gioia e dolore. Le dirette tv, dal Rigopiano a Washington. Ma ci sono anche gli scriba della disinformatija

Valanghe, terremoti, neve, vite salvate: i media riscoprono il loro ruolo. Ci fanno vivere grandi emozioni, gioia e  dolore. Le dirette tv, dal Rigopiano a Washington. Ma ci sono anche gli scriba della disinformatija

Il potere dei media, la forza, in particolare, di “vecchi” strumenti come la radio e la televisione, si misurano nei grandi eventi. Il racconto, drammatico, commovente, l’alternarsi di momenti di gioia e di dolore, i sepolti, imprigionati dalla neve, che tornano a vivere, liberati da soccorritori che rischiano a loro volta la incolumità, un lavoro intenso, duro, i cani che fiutano, davvero gli amici dell’uomo, ci accompagna in questi giorni in cui il mondo intero segue i tragici eventi che hanno colpito intere zone del nostro Paese. Terremoto che non dà tregua, pareti di montagne, valanghe di neve che trascinano a valle tutto quello che incontrano sul loro cammino, un albergo, il Rigopiano, resort a cinque stelle, che non c’è più, boschi distrutti, auto travolte, campagne  devastate, un’area del “benessere” in questo Abruzzo tormentato da scosse sismiche che non sembrano mai finire. Tutto ciò ci fa dimenticare i tanti paesi andati distrutti con il terremoto di agosto, le tende, le baracche, le casette la cui assegnazione viene tirata a sorte, escono dalla nostra memoria. Amatrice e le altre cittadine colpite a morte, campanili caduti, macerie sepolte da cumuli di neve, stalle devastate, animali morti.

Ci racconta tutto questo l’informazione. I media sono costretti a misurarsi con questa realtà orribile, angosciante. I retroscenisti perdono il loro potere, la disinformatija fa passi indietro, relegata nelle pagine che  pochi leggono. È grave che ci sia voluta una tragedia di queste dimensioni per far recuperare alla informazione il suo ruolo fondamentale, il racconto critico di fatti, avvenimenti, la produzione di conoscenza. Per un caso le tante dirette televisive che ci hanno fatto conoscere  realtà come quelle dei territori colpiti dai terremoti, valanghe, devastazione e morte hanno incrociato l’arrivo di Donald Trump a Washington, dando inizio a quella che i commentatori hanno già definito “Era Trump”. Abbiamo sentito risuonare l’inno Usa, ascoltato commenti, valutato la folla presente nelle strade, poca cosa di fronte a quella che accolse Obama che ha lasciato la Casa Bianca. Un evento  di portata mondiale che non ci ha dato alcuna emozione, la nostra mente, il nostro cuore, il nostro pensiero era per questo albergo, per quei bambini che, forse, erano stati salvati. Attendevamo con ansia la conferma. Non a caso, Mentana ha più volte interrotto la diretta di La7  per dare notizie, esultando per il salvataggio di altre persone, i bambini che nessuno sperava di poter trovare ancora vivi.

C’è anche chi non ha rinunciato ai retroscena. Ma perché intervistare Salvini?

Tutto oro quel che riluce? L’informazione che torna a fare il proprio mestiere? Due eventi eccezionali, pur nella loro diversità, hanno “costretto” i media a confrontarsi con la realtà, a raccontarla, rinunciando a dibattiti assurdi come la “postverità”, quando devi misurarti con la “verità” e il tuo compito di mediatore fra il fatto e il cittadino è quello di raccontarla. Ma c’è anche chi, relegato nelle pagine interne o in qualche angolo televisivo, non ha rinunciato a retroscena. Ci domandiamo per esempio se era necessario, essenziale, il parere del leghista Salvini Matteo, travestito da sciatore o alpinista. Che pensavate che dicesse? Certo, quando si tireranno le prime somme verranno fuori ritardi, difficoltà nell’organizzare gli interventi. Ma oggi non è consentito a nessuno gettare la croce addosso a tutti coloro che hanno salvato vite umane a rischio della propria, immersi nel gelo, fra  macerie, senza dormire. Così come gli scriba che ormai sono abituati a stare, sempre e comunque da una parte, quella del potere che non possono fare a meno di dimostrarlo. Ci ha colpito il linguaggio di una cronista e Repubblica, quotidiano all’avanguardia nell’attacco alla Cgil, per l’uso minimale di voucher, a conti fatti tre persone in  un anno, per compensare il lavoro volontario di  qualche pensionato. Parla del “sindacato della Camusso travolto dalle polemiche per i 75 mila ticket, odiati ma usati per  retribuire i pensionati”. Quei dati diffusi dal presidente dell’Inps tradotti in  valori reali sono meno di una goccia in un mare. Ma tant’è. Così viene riportato come una notizia normale il fatto che a fronte della lettera arrivata dalla Commisione della Unione europea che chiede di rivedere i conti pubblici riducendo il debito di 3,4 miliardi, il governo pensi a rinviare di sei mesi il “pacchetto pensioni” concordato con i sindacati  risparmiando circa mezzo miliardo. Ancora una volta i pensionati devono fare le spese di scelte sbagliate del governo. Gli scriba non si accorgono neppure che certe “voci”, lanciate confidenzialmente, sono uno specchietto per le allodole. Servono a verificare le reazioni, usano gli scriba che vengono meno alla  professionalità. Che forse non hanno proprio.

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