Strasburgo. Si profila un EuroNazareno. Con la candidatura di Verhofstadt saltano tutte le tattiche dei socialisti

Strasburgo. Si profila un EuroNazareno. Con la candidatura di Verhofstadt saltano tutte le tattiche dei socialisti

La corsa alla presidenza del Parlamento europeo sembrava tutta italiana, fino al pomeriggio di venerdì, quando le cose sono precipitate. A contendersi lo scranno più alto dell’emiciclo di Strasburgo erano Antonio Tajani, dei popolari, forte di 217 voti in partenza, e Gianni Pittella, dei socialisti e democratici, con 189 voti, sui 751 seggi complessivi. Per essere eletto, uno dei due candidati dovrebbe ricevere, dunque, il prossimo 17 gennaio, quando è prevista la votazione, almeno 376 voti, nei primi tre scrutini. Qualora nessuno dei candidati dovesse ottenere la maggioranza assoluta, al quarto scrutinio si procede al ballottaggio tra i due candidati che hanno ottenuto più voti. Così, fino al pomeriggio di venerdì 6 gennaio, sia Tajani che Pittella giuravano di cercare alleanze per sostenere la propria candidatura: il primo sosteneva di poter confidare sull’appoggio dei 74 membri del Gruppo dei Conservatori e riformisti, mentre il secondo dava per scontato l’appoggio dei 68 del Gruppo Alde e dei 52 del Gruppo GUE, tenendo fuori dai giochi tutti i gruppi di estrema destra. Se fosse andata così, com’era nelle speranze di entrambi, alla quarta votazione sarebbe stato un testa a testa tra i due candidati italiani, dal momento che molti deputati della Gue potrebbero non accettare di convergere su Pittella, senza un accordo chiaro.

Venerdì. Gli eventi precipitano per i socialisti di Pittella. L’annuncio dell’EuroNazareno sul Giornale

Venerdì qualcosa è cambiato nel gioco elettorale per la presidenza dell’Europarlamento. Prima, il 5 gennaio nel corso di un’intervista ad un giornale spagnolo, El Confidencial, Gianni Pittella si è detto certo di vincere con un’ampia maggioranza, grazie ad appoggi trasversali, ad esclusione dei partiti di destra, ed ha confermato che la sua “non è una candidatura di bandiera, ma una candidatura vera che manterremo fino all’ultimo turno di votazioni. Con la possibilità che si trasformi in una presidenza reale”. Come abbia funzionato il pallottoliere di Pittella è un mistero, perché anche considerando una grande alleanza tra i tre gruppi più prossimi, D&S, Alde e Gue, si supera di poco i 300 voti, molto lontani dai 376 necessari fino alla terza votazione. Comunque, dopo questa intervista, il 6 gennaio un articolo del Giornale di Berlusconi annuncia un netto cambio di strategia dei due contendenti, una sorta di Patto del Nazareno siglato a Strasburgo tra socialisti e popolari per uno scambio “alla pari”: la presidenza del Parlamento al popolare Tajani, e la presidenza del Consiglio a un socialista, o meglio a una socialista, alla ex premier danese. Perché questo cambio di strategia, questo EuroNazareno, potrebbe essere realistico?

Nelle intenzioni di Gianni Pittella, presidente del Gruppo socialista e democratico, c’era la necessità di scongiurare l’en plein dei popolari alla guida delle tre istituzioni europee. I popolari infatti detengono la presidenza della Commissione con Juncker e quella del Consiglio con il polacco Tusk, la cui scadenza è prevista però tra sei mesi, e lo stesso governo polacco ha già annunciato che non ne sosterrà la rielezione. Di fatto, il posto di presidente del Consiglio si libererà, e data la schiacciante maggioranza di governi di centrodestra nei 28 paesi è molto probabile che verrà confermato un esponente di quella parte politica. Se non si ricostruisce e non si rinnova una Grosse Koalition tra socialdemocratici e popolari, il piano di Pittella potrebbe miseramente fallire. Se si va alla prova di forza, i numeri sono tutti dalla parte dei popolari, sia all’Europarlamento che nel Consiglio. A meno che non si valuti la candidatura dell’esponente liberale belga Guy Verhofstadt non una iattura ma una benedizione tattica.

Il leader dei liberali Verhofstadt annuncia la formalizzazione della candidatura

Venerdì sera, l’esponente liberale belga ha annunciato la formalizzazione della sua candidatura (lasciando a Pittella, sostanzialmente, i soli voti del suo stesso Gruppo) alla presidenza dell’Europarlamento. Ora, Verhofstadt non è un personaggio di secondo piano. Anzi. Ha una storia politica rilevante di europeista convinto, poliglotta, premier del Belgio dal 1999 al 2008, e soprattutto fondatore del Gruppo interparlamentare Federalista intitolato ad Altiero Spinelli. Insomma, sottovalutarne la candidatura potrebbe rivelarsi un grosso errore. L’annuncio di Verhofstadt è un post su Facebook: “in questi tempi turbolenti e incerti, in cui l’Europa è minacciata da nazionalisti e populisti di ogni tipo, abbiamo bisogno di visionari, di costruttori di ponti, di cercatori del compromesso. Io voglio essere uno di loro”. Inoltre, Verhofstadt è stato nominato a settembre capo dei negoziatori che guideranno l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Ed è un esponente di una Brexit “soft” e di lungo periodo, per così dire. Verhofstadt si rivolge pertanto a tutti coloro che vogliano “costruire un’ampia coalizione di tutte le forze europeiste che mettono al primo posto gli interessi dei cittadini”.  Ora, il Parlamento Europeo è chiamato a giocare un ruolo decisivo proprio sulla Brexit, poiché dovrà ratificare il divorzio tra i 27 e la Gran Bretagna. E la posizione di Verhofstadt è molto forte e popolare in Europa: il Parlamento potrebbe anche non ratificare l’uscita della Gran Bretagna, a meno che non gli venga attribuito il ruolo centrale nei negoziati.

Il ruolo di rottura giocato dalla candidatura di Verhofstadt impone la realpolitik dell’EuroNazareno

La candidatura di Verhofstadt potrebbe così spaccare i due Gruppi prevalenti nell’Europarlamento, ponendosi come ponte tra centrodestra e centrosinistra, o, se si vuole, tra l’Europa di tradizione politica nordica e quella di tradizione mediterranea. E anche lui dice di se stesso “di essere l’unico in grado di poter vincere”. Di certo, la figura del terzo incomodo può mettere a rischio entrambi i contendenti italiani. A meno che, appunto, il Giornale berlusconiano non abbia visto giusto, ed entri in funzione l’EuroNazareno, restituendo però il pallino ai popolari, che così potranno eventualmente scegliere tra le due presidenze. Ovvero, votare Antonio Tajani all’Europarlamento ed accettare la candidata socialista danese (o Gentiloni?) tra sei mesi alla presidenza del Consiglio. Oppure convergere su Pittella alla presidenza dell’Europarlamento, cogliendone però l’incoerenza, e proporre un nome per il Consiglio. Cosa si può prevedere tatticamente? È molto probabile che i popolari punteranno alla presidenza dell’Europarlamento proprio per la centralità del processo che condurrà alla Brexit, e non solo. Gli appuntamenti elettorali del 2017 di Francia e Germania, e forse Italia, sono decisivi per assumere una decisione più scaltra per i popolari e i conservatori, certi di vincere a Parigi con Fillon e a Berlino con la Merkel, e di avere così comunque il controllo del Consiglio, chiunque ne sarà il presidente. Comunque vada, ciò che emerge è il fallimento ormai certificato delle strategie anche istituzionali del socialismo europeo. Purtroppo.

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