Sally Yates, la donna che ha messo sotto scacco Trump sui migranti, e per questo licenziata. Ora è considerata il simbolo dell’opposizione al presidente usa

Sally Yates, la donna che ha messo sotto scacco Trump sui migranti, e per questo licenziata. Ora è considerata il simbolo dell’opposizione al presidente usa

Licenziata in tronco in stile “Apprentice” per aver “tradito” il boss: in 24 ore Sally Yates si è trasformata da alta funzionaria finora discretamente nell’ombra a eroina della resistenza contro Donald Trump. “Stiamo con Sally Yates. #RESIST” proclama l’account ufficiale della Marcia delle Donne, uno dei tanti messaggi di solidarietà alla “numero due” della Giustizia di Obama che aveva accettato di restare in carica come facente funzione in attesa della conferma in Senato dell’Attorney general designato Jeff Sessions. Sally Yates si era resa colpevole di aver manifestato perplessità sul bando dei cittadini provenienti da sette Paesi a maggioranza musulmana ed è stata quindi destituita: “Debole in materia delle frontiere, debole in materia di immigrazione illegale”, ha sostenuto Trump nel verdetto recapitato a mano senza rendersi conto che la Yates è in realtà una “lady di ferro”, ferocemente indipendente, integerrima e al servizio della “rule of law”, dello stato di diritto.

La biografia di Sally Yates racconta una verità diversa da quella che ha cercato di far passare la Casa Bianca. Chiamata a Washington da Barack Obama, dopo decenni al servizio del dipartimento della Giustizia in Georgia, Sally Yates aveva stroncato da procuratrice federale casi di corruzione e nel 1996 uno dei primi casi di terrorismo sul suolo americano, quello tentato dal bianco Eric Rudolph contro le Olimpiadi di Atlanta. Yates ha guidato il Dipartimento della Giustizia in attesa della conferma del nuovo Attorney General scelto da Trump, Jeff Sessions, da parte del Senato. 56 anni, laureata in legge all’Università di Georgia, negli ultimi due anni Sally ha gestito il “day by day” di 113 dipendenti del Dipartimento della Giustizia. Negli ultimi mesi della presidenza Obama, aveva lavorato al programma dei “perdoni” concessi dalla Casa Bianca a migliaia di condannati per reati non violenti legati alla droga. In dicembre aveva annunciato i provvedimenti contro Volkswagen dopo lo scandalo delle emissioni: 4,3 miliardi per reati civili e criminali. “Sally non aveva paura di parlare quando vedeva qualcosa che non andava”, ha detto l’ex portavoce del Dipartimento della Giustizia Emily Pierce. Stavolta questo coraggio le è costato il posto.

Numero due del dipartimento di Giustizia dal maggio 2015, la Yates ha assunto l’interim dopo che l’attorney general Loretta Lynch si è dimessa il 20 gennaio, giorno dell’insediamento di Donald Trump. Venerdì scorso, come molti altri nell’amministrazione americana, è stata colta di sopresa dall’ordine esecutivo del nuovo presidente. E durante il fine settimana ha discusso a lungo con il suo staff legale su come affrontare la situazione. Alla fine, scrive il New York Times, ha deciso che bisognava tenere conto delle intenzioni di Trump, che in campagna elettorale aveva promesso di colpire gli immigrati musulmani. Dato che la Costituzione vieta di discriminare le persone in base alla religione, lunedì mattina Yates ha diramato un ordine a tutti gli avvocati dello Stato di non difendere l’ordine esecutivo sui migranti se contestato dai tribunali. Alle 21.15 di lunedì sera le è arrivata la notifica scritta del suo licenziamento. La Yates avrebbe dovuto comunque lasciare l’incarico oggi, dato che in giornata è prevista l’approvazione della nomina di Sessions come nuovo ministro della Giustizia. Ma il licenziamento di Trump l’ha trasformata in un simbolo di resistenza. Come vice attorney general, ha dimostrato la sua indipendenza anche nei confronti dei democratici. Sia lei che la Lynch furono criticate per non essere intervenute contro il capo dell’Fbi James Comey quando mandò la lettera al Congresso sulla vicenda delle mail di Hillary Clinton negli ultimi giorni di campagna elettorale.

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