L’alba dell’era Trump: cancellare la riforma sanitaria di Obama. Intanto, nel mondo le donne manifestano contro Donald

L’alba dell’era Trump: cancellare la riforma sanitaria di Obama. Intanto, nel mondo le donne manifestano contro Donald

A poche ore dall’insediamento il presidente Donald Trump ha dato mandato alle agenzie governative di congelare i regolamenti e di prendere misure per indebolire il cosiddetto ‘Obamacare’, la riforma sanitaria varata dall’amministrazione Obama. Condotto nello Studio Ovale poco dopo la conclusione della parata presidenziale, Trump ha siglato l’ordine sull’Affordable Care Act in cui si sollecitano i dipartimenti governativi a “rinunciare, rinviare, concedere deroghe o ritardare l’attuazione” di tutte quelle norme che impongono oneri fiscali sugli stati, le società o gli individui. La Casa Bianca non ha fornito ulteriori dettagli sull’ordine esecutivo. Il portavoce di Trump, Sean Spicer, ha spiegato che il capo dello staff della Casa Bianca, Reince Priebus, invierà anche un memorandum alle agenzie governative chiedendo il congelamento delle regole. Si tratta di una prassi comune con l’ingresso di una nuova amministrazione perchè concede alla Casa Bianca la possibilità di rivedere le regole. L’abrogazione dell’Affordable Care Act, il cosiddetto Obamacare, è una delle promesse elettorali più forti del neo presidente.

Trump, l’Africa e la guerra commerciale con la Cina

Il neo Presidente degli Stati Uniti è un pericolo per l’Africa? Sono in molti a chiederselo nel continente all’indomani del suo insediamento alla Casa Bianca. E sono in molti a esprimere scetticismo sulle politiche che l’ex costruttore newyorkese potrebbe mettere in atto. La prima grande preoccupazione è di carattere economico. In Africa, si teme che Trump voglia scatenare una guerra commerciale con la Cina. Ciò potrebbe avere, tra le varie conseguenze, anche quella di portare a una riduzione dei prezzi delle materie prime. I sistemi economici di molti Paesi africani dipendono però proprio dall’andamento dei prezzi delle materie prime – petrolio in primis – e ciò significherebbe un tracollo, al quale si aggiunge l’annuncio della volontà di ridurre gli aiuti allo sviluppo. Attualmente, gli Stati Uniti sono il più grande donatore di aiuti bilaterali a livello mondiale. L’anno scorso Washington ha speso 31 miliardi di dollari in cooperazione allo sviluppo per l’Africa.

Dal punto di vista politico, le perplessità sono ancora più forti. Trump non ha mai nascosto la sua ammirazione per i Presidenti forti. Più volte si è detto ammiratore di Vladimir Putin e di Saddam Hussein. In Africa, probabilmente, non si farà scrupolo a sostenere uomini politici di dubbia moralità. Non è un caso che, appena eletto, abbia ricevuto le congratulazioni da parte del burundese Pierre Nkurunziza e dell’ugandese Yoweri Museveni. Non proprio due campioni della democrazia. Trump infine non ha fatto mistero della sua avversione verso gli immigrati. Durante la campagna elettorale si è scagliato contro la comunità somala, molto forte in Minnesota. A suo dire, i somali sarebbero la quinta colonna di al Shabaab negli Stati Uniti.

In tutto il mondo, ha luogo la “Marcia delle donne” contro Trump

La ‘Marcia delle donne’ è già iniziata in Australia e Nuova Zelanda dove migliaia di persone stanno protestando contro il nuovo presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che ieri si è insediato alla Casa Bianca. A Sidney, circa 3mila persone hanno marciato da Hyde Park, nel centro della città, fino al consolato americano con striscioni con la scritta ‘Il femminismo è la mia lettera Trump’ o ‘lottare come una ragazza’. “Non marciamo come un movimento anti-Trump in sé per sé, ma protestiamo contro tutti i discorsi di odio, di retorica della violenza, di misoginia, di fanatismo e xenofobia”, ha spiegato l’organizzatrice, Mindy Freiband, all’emittente ABC. “Vogliamo essere una voce unita con tutte le donne del mondo”, ha aggiunto. La cantautrice Amanda Palmer e la leader aborigena Jenny Munro hanno preso parte alla protesta. Manifestazioni sono state organizzate anche a Melbourne, Canberra e Brisbane. Poco prima in Nuova Zelanda, circa 2mila persone sono partite in corteo dal consolato americano lungo le strade di Auckland con striscioni con scritto ‘Donne del mondo unite’ o ‘Il mio corpo, i miei diritti’. Alla protesta, a cui hanno partecipato molte più persone di quelle previste, hanno partecipato diversi membri dell’opposizione come la laburista Jacinda Ardern e Catherine Delahunty, dei Verdi. Manifestazioni sono state indette anche a Wellington, Christchurch e Dunedin, con rispettivamente circa 600, 400 e 300 partecipanti.

Centinaia di migliaia di persone, provenienti da tutti gli Stati Uniti, sono attese oggi nel centro di Washington per la grande ‘Marcia delle donne’ indetta per protestare contro la politica retorica del neo presidente Donald Trump. La manifestazione, che prevede la partecipazione di molte celebrità e che si snoderà lungo il National Mall, è stata organizzata per diventare un contro-movimento alla campagna populista di Trump, accusato di aver preso di mira donne, cittadini messicani e musulmani. Il corteo arriva poi il giorno dopo i violenti scontri registrati nella capitale in occasione dell’insediamento del presidente, in cui black-bloc hanno distrutto vetrine e incendiato cassonetti e auto e la polizia ha risposto lanciando gas lacrimogeni e granate stordenti. Le proteste di ieri hanno mostrato la profondità della rabbia di molti americani, in un Paese profondamente diviso che lentamente si sta riprendendo dalle cicatrici create dalla campagna elettorale, al termine della quale Trump è riuscito a sconfiggere Hillary Clinton, prima donna candidata alla presidenza degli Stati Uniti. Gli organizzatori della marcia di oggi, che si è tenuta anche in molti altri Paesi, dall’Australia al Giappone, hanno assicurato la presenza di ingenti forze dell’ordine per garantire la sicurezza dei partecipanti. L’evento, nato da un’idea di una nonna hawaiana Teresa Shook, è visto come una possibilità per le donne e gli uomini, che si ritengono ‘femministi’, di esprimere il proprio dissenso alla vittoria del magnate repubblicano. Ma tra le motivazioni della protesta non vi è solo la contrarietà alla retorica sessista del presidente: centrale sarà oggi anche la difesa della riforma sanitaria varata da Barack Obama, il cosiddetto Obamacare, che Trump ha promesso di abrogare. A marciare vi saranno anche le cantanti Janelle Monae e Katy Perry, entrambe sostenitrici di Clinton, e dozzine di membri di vari gruppi in difesa dei diritti. Shannon Watts, leader del gruppo Mamme per il controllo delle armi, ha confermato la partecipazione di oltre 100 membri. “La violenza delle armi è un problema delle donne”, ha dichiarato spiegando che negli Stati Uniti le donne hanno 16 volte in più la probabilità di essere vittima di violenza per armi da fuoco rispetto ad altre nazioni. Presenti anche gruppi come ‘Emily’s List’, che supporta le candidate democratiche. “So che domenica mattina non sarà cambiato nulla ma penso che per le persone sia importante comunque esserci oggi”, ha commentato Erica Eisdorfer, originaria di Carrboro, in North Carolina.

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