Italicum all’esame della Consulta. Tornano i retroscena. Riprende il dibattito politico. Il presidente del Senato: Gentiloni fino al 2018. Prodi rilancia, “centrosinistra unito”. Bersani: “Parole sante”. Renzi non ha motivi di “star sereno”

Italicum all’esame della Consulta. Tornano i retroscena. Riprende il dibattito politico. Il presidente del Senato: Gentiloni fino al 2018. Prodi rilancia, “centrosinistra unito”. Bersani: “Parole sante”. Renzi non ha motivi di “star sereno”

Tornano i retroscena in vista dell’udienza della Corte Costituzionale con all’ordine del giorno l’Italicum. Con questo genere di informazione, definiamolo così, ogni scriba può raccontare ciò che vuole, tanto nessuno lo smentirà. Si apprende così che i giudici sono divisi. È  una non notizia perché difficilmente questi giudici decidono all’unanimità, viste le loro diverse formazioni, o meglio “scuole”, le diverse provenienze culturali e, perché no, politiche, nel senso esatto del termine. Mentre tornano i retroscena torna il confronto, il dibattito politico concreto con interventi che vedono scendere in campo il presidente del Senato, Pietro Grasso, il quale ha dichiarato in una intervista al Corriere di essere favorevole all’ipotesi che il governo Gentiloni prosegua fino a scadenza del 2018. Favorevole a questa ipotesi il sindaco di Milano, Giuseppe Sala. Dal canto suo Romano Prodi, dopo il Sì al referendm costituzionale, un periodo di silenzio, forse di meditazione e riflessione, interviene a tutto campo e rilancia: “Quella del centrosinistra unito non penso sia un’esperienza irripetibile. Non penso – prosegue – sia irripetibile, soprattutto dopo quello che sta succedendo. Io vedo che la gente ha bisogno di sentirsi unita in questo mondo che si disgrega, con Trump, con la Brexit, con le crepe che arrivano dappertutto. Io vedo che c’è un naturale desiderio di riunirsi ma è uno sforzo che non mi sembra impossibile”. Coglie la palla al balzo Pierluigi Bersani, l’ex segretario del Pd, il quale afferma: “Parole sante”. E rivolge a Prodi un pressante invito: “Penso – dice – che  sia l’ora per chiunque la pensa in questo modo di metterci impegno e generosità”.

Nel Pd acque molto agitate. La nuova segreteria? Rinviata

Se mettiamo insieme le parole di Prodi e quelle di Bersani, il quale aveva già fatto presente la necessità per il centro sinistra di individuare un “giovane Prodi” a candidato premier, con  Roberto Speranza candidato alla segretaria del Pd, Renzi Matteo non ha motivi di “star sereno”. Bersani aveva anche precisato che “giovane” significava un “nuovo Prodi”. Aggiungiamo che sempre Prodi aveva fatto visita, in modo inusuale a Paolo Gentiloni, ricevuto a Palazzo Chigi con tutti gli onori e un abbraccio, “ciao presidente, benvenuto”. Le acque nel Pd si presentano molto agitate. Intanto Renzi non è riuscito a dar corpo alla nuova segreteria, di fatto un suo staff privato o giù di lì. Dice che il rinvio è dovuto ai drammatici avvenimenti di questi giorni. In realtà, trova molte difficoltà. Aveva fatto conto di incassare il sì di Gianrico Carofiglio, scrittore, già parlamentare Pd, doveva essere un fiore all’occhiello, la ripresa di un rapporto con il mondo della cultura. Ma ha detto no, quando ha visto che si sarebbe occupato di comunicazione. E ben si sa cosa intende l’ex premier per comunicazione. Anche l’annunciata nomina di un dirigente del Pd emiliano, Andrea Rossi, consigliere regionale, nella segreteria del presidente Bonaccini, a responsabile dell’organizzazione, insieme ad un altro emiliano, il deputato Richetti, tornato nelle grazie di Renzi, ha fatto storcere la bocca a molti dirigenti Pd. Così come la nomina di un esponente del Pd toscano avrebbe trovato forti opposizioni. Aggiungiamo che già personaggi come il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano e Vincenzo De Luca, presidente della Regione Campania, hanno dato vita a una loro lista, e che Rossi, presidente della Regione Toscana è pronto a presentare una sua candidatura a segretario del Pd, che Enrico Letta potrebbe tornare in campo per capire quanto sia minato il terreno calpestato dal giovanotto di Rignano. Proprio per questo alcuni suoi collaboratori fanno presente che  la posizione ufficiale del Pd è quella di “andare ad elezioni senza ansia e senza fretta”. Posizione che anche Grasso conferma.

L’ex  premier vuole evitare il Congresso prima delle elezioni. Paura della sconfitta

Il voto subito metterebbe al sicuro Renzi da un congresso che potrebbe vederlo soccombere sotto il peso di sconfitte subite, una dopo l’altra, dal voto amministrativo, al referendum costituzionale, alla mancata elezione del suo candidato, Pittella, a presidente del Parlamento europeo. Un congresso che potrebbe decidere che candidato premier e segretario Pd sono due diverse figure. Un rischio da giocare, dicono sempre i suoi collaboratori, in particolare guardando ad un possibile governo di coalizione, con Silvio Berlusconi, liberato da un troppo ingombrante Salvini. Per questo c’è bisogno di una legge elettorale ad hoc e di tempi necessari per far maturare nuovi accordi, un Nazareno bis depurato da voti scomodi come quelli dei verdianiani. Una “garanzia di sinistra” al Pd, in queste ipotesi, dovrebbe darla il nuovo gruppo cui sta lavorando Pisapia, mettendo in un angolo Sinistra italiana che sta andando a congresso.

Anche il sindaco di Milano contrario ad elezioni anticipate

A smuovere le acque arrivano inaspettate, forse no, due “osti” con i quali i renziani devono fare i conti.  Anzi tre. Oltre a Prodi e il presidente del Senato, il sindaco di Milano, non l’ultimo arrivato, il quale rivolto a Renzi  lancia una battuta al vetriolo. Dice che “il tema a questo punto è confrontarsi sulle cose importanti per il nostro Paese, altrimenti trovo sterile il dibattito su possibili alleanze. La gente non capirebbe e comunque non sarebbe giusto”. Il riferimento è duplice, a Pisapia e a Berlusconi. Prosegue: “Spero che Renzi nel suo ruolo di segretario del Pd venga a Milano presto, perché il modello di alleanza del centrosinistra a Milano funziona. Quindi, credo sia estremamente utile che venga”. Dal canto suo Romano Prodi  afferma che  è necessario “riunirsi su delle idee, su un rinnovamento. Perché riunirsi per riunirsi non serve e niente. Il grande problema è ricominciare a parlare di politica. Di problemi veri come la distribuzione del reddito, l’occupazione, la scuola, pensare nel lungo periodo e non nello scontro quotidiano per riformare una società che è diventata profondamente ingiusta. Perché le basi di queste tensioni  sono date dall’ingiustizia”. “Se il Partito democratico non cambia concretamente e con saggezza, rischia di prendere il sopravvento l’irritazione”. “Io non parlo delle vicende attuali del pd. Ho detto solo – ha proseguito – che c’è questo grande desiderio di cambiamento, ma di un cambiamento concreto e reale, un cambiamento nella saggezza e non nell’irritazione. Se non facciamo il cambiamento arriva l’irritazione”.

Pietro Grasso: “Il governo vada avanti. Ci sono da approvare provvedimenti bloccati da mesi “

Il presidente del Senato esce allo scoperto: “Credo che questo governo debba lavorare a prescindere dalla riforma elettorale. Il Parlamento si occupi di questo, e approvi una legge condivisa e omogenea per Camera e Senato, come ha chiesto il capo dello Stato. E il governo – sostiene – vada avanti sul resto. Ci sono provvedimenti sospesi e bloccati da mesi. Parlo, e sono solo alcuni esempi, delle modifiche al sistema penale, del delitto di tortura, della concorrenza, del contrasto alla povertà. Bene, si riprendano in mano e vengano approvati. Dobbiamo sfruttare al massimo il tempo residuo della legislatura. Non vorrei che rimanessero ancora fermi, sacrificati sull’altare della legge elettorale”. L’intervistatore lo interrompe: “Scusi, ma perché li avete bloccati?”. “Li hanno bloccati – sbotta Grasso -perché in vista del referendum erano considerati divisivi. Si temeva che discutendoli la maggioranza si potesse rompere. Ma adesso evitiamo di passare dalla paralisi pre-referendaria a quella pre-elettorale, bloccando di nuovo tutto. Sarebbe grave perpetuare questa stasi”. “Il segnale dato dall’affluenza al referendum – prosegue – è che gli italiani credono alla partecipazione democratica. Emerge una mappa del nostro Paese dove la divisione principale è tra chi ce la fa ancora e chi non ce la fa più. Dopo la lunga crisi economica è esploso il tema della diseguaglianza. Sono le fasce economiche più deboli ad avere mandato un messaggio chiaro, le zone del Sud che soffrono di più, e le generazioni esposte a prospettive precarie. Questo ha prevalso sull’adesione ideologica ai partiti, Pd compreso. Finora un’analisi vera del risultato non si è vista. Credo dovrebbe esserci un’autocritica sullo scollamento tra politica e cittadini. Il Pd è stato sconfitto nelle periferie, e dovrebbe ricucire il tessuto sociale del partito”.

Retroscena: gli “schieramenti” che si fronteggiano nella Corte Costituzionale

Come nel gioco dell’oca, tanto amato quando eravamo bambini, che sembra caratterizzare la situazione del nostro  paese, torniamo al punto di partenza, il martedì della Consulta. Leggendo uno dei quotidiani più “informati” in materia, La Repubblica, si apprende che vi sono due schieramenti, uno “governativo” che fa capo ad un costituzionalista del calibro di Augusto Barbera, scelto dal Pd, il quale è stato fra coloro che hanno bocciato il quesito referendario della Cgil, quello che si riferiva ai diritti dei lavoratori nel caso di licenziamento e richiamava l’abolito articolo 18. Lo schieramento Barbera sarebbe orientato a poche modifiche all’Italicum in modo da renderlo immediatamente utilizzabile venendo incontro ai desiderata di Renzi Matteo, il quale ha fretta di tornare in campo, ma forse ha cambiato idea come poi vedremo, di dare il benservito a Paolo Gentiloni e andare al voto al massimo a giugno.  L’altro schieramento farebbe capo al presidente della Corte, Paolo Grossi e al relatore Zanon e propende per modifiche sostanziali che richiedono la formulazione da parte del Parlamento di una nuova legge elettorale, tenendo conto di quanto affermato dal Presidente della Repubblica, Mattarella, quando ha posto il problema della “armonia” delle leggi per la Camera e per il Senato. A difesa dell’Italicum il governo schiera l’avvocato generale dello Stato, Massimo Massella Ducci Teri che per non sbagliare ritiene inammissibili i ricorsi che sono giunti da numerosi tribunali presentati con successo dal pool di avvocati guidati da Felice Besostri. La tesi dell’avvocatura è che una legge  può essere contestata dopo che è stata applicata. Sarebbe come dire che prima una legge deve produrre danni, poi la si giudica. Comunque sia, vale ricordare che i giudici della Consulta presenti saranno tredici come per i referendum Cgil, uno assente per malattia, un altro ancora non eletto. Ricordare anche che il quesito sull’articolo 18 è stato respinto con 8 voti contro cinque. Si dice che uno degli artefici di questo risultato, insieme ad Augusto Barbera sia stato Giuliano Amato. Quest’ultimo, stando ai retroscena, ora starebbe svolgendo il ruolo di mediatore fra i due gruppi. Martedì si vedrà.

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