Hotel Rigopiano. I racconti dei sopravvissuti e dei parenti dei dispersi, accolti nel piccolo ospedale di Penne

Hotel Rigopiano. I racconti dei sopravvissuti e dei parenti dei dispersi, accolti nel piccolo ospedale di Penne

“Siamo tutti all’oscuro, non sappiamo niente di niente”. Così il padre di una delle persone disperse intervistato da Raffaella Calandra su Radio 24. La figlia è la responsabile del centro benessere dell’Hotel. L’ultima volta l’ha sentita “ieri sera alle quattro. Un solo un messaggio, perché i telefoni non funzionavano. Loro da ieri mattina chiedevano di essere sbloccati, ma hanno risposto che c’erano altre priorità e hanno abbandonato a pulire su”. E aggiunge: “Stavano una ventina, venticinque, più otto/nove dipendenti”. Alla giornalista che gli chiede se la figlia fosse preoccupata l’ultima volta che l’aveva sentita, il padre risponde: “No, perché lassù è tranquillo. Era una posizione in cui non si poteva pensare che una valanga potesse colpire l’albergo”. Avevano chiesto di essere liberati “dopo il terremoto, perché lassù è stato forte e giustamente hanno chiesto aiuto, hanno chiesto di scendere. Ma c’erano tre metri di neve, come scendevano?”.

Il racconto di Giampiero Parete e di Fabio Salzetta, i due sopravvissuti, pochi attimi prima della tragedia

“Mia moglie aveva mal di testa e aveva bisogno di una medicina che era in macchina. Allora sono uscito dall’albergo e sono andato in auto. Mentre tornavo verso l’hotel ho sentito rumori e scricchiolii e ho visto la montagna cadere addosso all’edificio. Ha travolto anche me, ma parzialmente. Ho visto gran parte dell’albergo ricoperto dalla neve”. Giampiero Parete, 38enne di Montesilvano (Pescara), uno dei due superstiti della valanga che ha travolto l’hotel Rigopiano, racconta gli ultimi istanti prima della tragedia. E, mentre è ricoverato in ospedale, piange e si dispera, perché sotto ai resti dell’albergo ci sono ancora la moglie e i due figli di 6 e 8 anni. Parete affida la sua testimonianza al datore di lavoro e storico amico Quintino Marcella, il primo a ricevere la richiesta di aiuto da Rigopiano. “Ho provato a entrare dentro – racconta Parete all’amico – ma ho rischiato di rimanere intrappolato; allora mi sono aggrappato a un ramo e sono riuscito a tornare verso la macchina. Poi ho incontrato il manutentore dell’albergo e insieme abbiamo lanciato l’allarme. Dall’interno dell’hotel non ho sentito alcun rumore o movimento”. Con lui, infatti, è stato tratto in salvo Fabio Salzetta, manutentore dell’hotel. L’addetto, una trentina di anni, era nel locale caldaia. “Non si è accorto di nulla – afferma il sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta – è stato un brevissimo lasso di tempo silenzioso. Si è trovato travolto all’interno del locale caldaia in cemento armato che l’ha protetto da tutto. Immediatamente liberatosi ha provato a cercare aiuto e a sentire se ci fossero voci. Ha trovato solo l’altra persona che era in difficoltà come lui”. Dal racconto del datore di lavoro di Parete emerge la concitazione degli istanti successivi alla tragedia. “Ho ricevuto la chiamata di Giampiero alle 17.40. Mi chiedeva aiuto disperatamente. Diceva ‘è caduto, è caduto l’albergo’. Mi sono attivato subito, ho chiamato i soccorsi. Giampiero, la sua famiglia e tutti gli altri ospiti, tra l’altro, vista la tanta neve che stava cadendo, volevano lasciare l’albergo ed erano già pronti ad andarsene. Ora Parete è ricoverato nel reparto di rianimazione. Le sue condizioni, come conferma il primario Tullio Spina, sono buone ed è fuori pericolo. E’ con i genitori ed è assistito dalle psicologhe della Asl, ma continua a chiedersi cosa ne è stato della moglie e dei due figli”.

Quel che si conosce di alcuni ospiti e lavoratori dell’albergo: Stefano e Francesca, Luciano e Silvana, Domenico e Marina, e i loro bambini, Roberto, Marco e Paola…

Stefano e Francesca erano alla loro prima vacanza insieme. Luciano e Silvana dovevano ripartire martedì ma sono rimasti un giorno in più a causa del maltempo. Emanuele, invece, era lì tutti i giorni: ci lavorava all’hotel Rigopiano, spazzato via da una valanga. Sono storie di gente normale, di famiglie e coppie che volevano soltanto passare qualche giorno lontano dalla solita vita e magari godersi il silenzio delle montagne dalle vetrate della Spa. Gli unici numeri certi, al momento, sono le 35 persone tra ospiti e dipendenti che erano presenti all’interno della struttura, i due superstiti recuperati nelle prime ore della mattina, un cadavere già estratto e un altro individuato. Degli altri 31, dunque, non ci sono ancora notizie ufficiali, classificati come ‘dispersi’. Dispersa è la famiglia di Domenico di Michelangelo, un poliziotto in servizio a Osimo, nelle Marche, ma nato a Chieti, ai piedi di questa montagna bella e aspra: con lui c’erano la moglie Marina Serraiocco, abruzzese anche lei, di Popoli, e il loro bimbo di sette anni. Il piccolo è uno dei tre bambini che sicuramente erano presenti nella struttura: oltre a lui c’erano infatti i figli di 6 e 8 anni di Giampiero Parete.

Come dovrebbero esserci Stefano Faniello, 28 anni compiuti due giorni fa e Francesca Bronzi, 25. I due fidanzati erano alla loro prima vacanza insieme. Lo raccontano i due papà, mentre scendono dalla montagna con le lacrime agli occhi. “E’ una tragedia, ho mia figlia là sotto – dice Gaetano – era andata a fare una giornata con il ragazzo, c’è suo padre qui accanto a me. Volevano passare un week end ma sono rimasti su”. Erano un regalo per Stefano, questi due giorni di wellness e benessere. “Non erano mai venuti qui – aggiunge papà Alessio – Ma la speranza c’è ancora e noi aspettiamo. Non ce ne andremo”. Anche Roberto Del Rosso era sicuramente in albergo. “Viveva praticamente lì, non lo abbandonava mai” dicono a Contrada Mirri, l’avamposto più vicino – 4 case – all’hotel. Umberto è l’amministratore delegato del Rigopiano. Fino a sei, sette anni fa era in società con i fratelli. Poi si è preso tutto e ha ristrutturato: la piscina, la spa, il centro benessere. Ed erano andati proprio per quello Luciano Caporale e Silvana Angelucci, di Lanciano di Chieti. Parrucchieri entrambi, erano arrivati domenica e dovevano partire martedì mattina. Quando hanno visto le nevicate, però, hanno deciso di fermarsi un altro giorno, senza sapere che sarebbe stato l’ultimo. In vacanza erano Marco Vagnarelli e Paola Tomassini, di Castignano in provincia di Ascoli. Lui dipendente dell’Ariston, lei di Autogril, erano due giovani sereni e tranquilli, dicono i conoscenti. “Ci siamo sentiti che stavano per ripartire – racconta il fratello di lei – aspettavano che la strada fosse liberata per andare via”. Ma erano preoccupati? “Della neve no – dice – erano preoccupati dalle scosse di terremoto della mattina”. Lo erano anche Emanuele e Fabio, due dipendenti. Fabio, che “sapeva fare tutto e faceva un po’ di tutto, il falegname, il muratore, il tuttofare”.

I parenti dei dispersi ospitati nel piccolo ospedale di Penne

Un’intera ala del piccolo ospedale di Penne è occupata dalla quarantina di parenti che, a partire da ieri sera, e poi questa mattina, hanno raggiunto la città con la speranza di riabbracciare i propri cari e con la paura di essere costretti a non rivederli più in vita. Sono i familiari delle 35 persone che si trovavano nell’Hotel Rigopiano. Per la gran parte sono abruzzesi, perché in questo periodo dell’anno i clienti dell’hotel sono soprattutto persone e famiglie della zona. Tra i clienti c’erano anche persone delle Marche, dell’Umbria e di altre regioni. I loro parenti hanno dovuto affrontare viaggi lunghi e difficili, a causa della neve. Fuori, Penne, il comune in Provincia di Pescara dove e’ stato allestito il centro di coordinamento dei soccorsi, e’ imbiancata, come sospesa. I volti dell’attesa hanno tutti la stessa espressione: uomini e donne, giovani e anziani, non fa differenza. Negli occhi ore e ore di attesa e di paura, ma anche dignità e grande contegno. La speranza. Quel filo che unisce tutti i presenti, che li lega indissolubilmente tra loro e che li rende un corpo unico e solidale con tutte le sue parti. Lungo i corridoi e nelle varie sale ci sono una quindicina di psicologhe di varie associazioni, che con volti dolci e pazienti conversano di tanto con qualcuno. “Cerchiamo di stare vicini a queste persone in momenti terribili e difficili – spiega una delle volontarie – in questo momento non c’è altro da fare che attendere e stare loro vicini. Li aiuta molto anche il fatto di essere in connessione tra loro – prosegue la psicologa – non è una situazione facile e c’è bisogno di sostegno”.

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