Caso Regeni. Le poche luci e le tante ombre dell’inchiesta a un anno dalla morte. Restano pesanti interrogativi

Caso Regeni. Le poche luci e le tante ombre dell’inchiesta a un anno dalla morte. Restano pesanti interrogativi

Ora ne abbiamo la conferma: fu un equivoco, sleale, nonché avido doppiogiochista egiziano, Mohammed Abdallah, definito ufficialmente il capo del sindacato ambulanti del Cairo, a tentare di incastrare e “vendere” Giulio Regeni alla polizia egiziana. Lo conferma un video girato dallo stesso Abdallah in un incontro con il giovane ricercatore italiano, pochi giorni prima della sua scomparsa. Questo video, la cui autenticità sembra fuori discussione, apre un nuovo capitolo della tormentata indagine sulla fine di Giulio Regeni.

E’ passato quasi un anno da quel maledetto 25 gennaio, in cui Giulio Regeni, ricercatore al Cairo per conto dell’Università di Cambridge, improvvisamente scomparve. Il suo corpo, martoriato da indicibili sevizie, fu ritrovato nove giorni dopo, abbandonato lungo una strada, coperto da un pastrano militare. Giulio Regeni avrebbe compiuto 29 anni il 15 gennaio scorso e la madre, Paola Deffendi – che da un anno si batte con indomabile tenacia per conoscere la verità sulla morte del figlio – ne ha celebrato nei giorni scorsi su Facebook “il suo primo non compleanno”. Intanto si sta preparando per il 25 gennaio una grande manifestazione, organizzata da Amnesty International, perché bisogna che Giulio non scompaia dalla memoria degli italiani, che non ci si rassegni alla logica levantina che tutto giustifica con cinica rassegnazione.

A un anno dalla sua tragica fine, qualche novità forse di una certa consistenza, si comincia ad intravedere. La registriamo con la dovuta cautela, perché dal Cairo siamo abituati a docce gelate dopo le promesse di concreta collaborazione. Le novità consistono nel video dell’ultima conversazione di Giulio col capo del sindacato ambulanti, che fu poi quello che lo denunciò alla polizia; e nella dichiarata disponibilità a far esaminare da esperti italiani le registrazioni delle telecamere di sorveglianza nella stazione della metropolitana dove Regeni transitò prima di essere sequestrato. Alla buon’ora si potrebbe dire. C’è voluto un anno: speriamo che il materiale venga fornito nella sua integrità.

Senza rifare tutta la storia, ricordiamo che il giovane friulano era al Cairo per compiere una ricerca nel mondo sindacale egiziano su incarico dell’Università di Cambridge. Sui limiti e la natura di questa missione abbiamo sin qui informazioni un po’ vaghe, dal momento che l’Università inglese non si è dimostrata inizialmente molto collaborativa e la tutor di Regeni si è persino rifiutata ad un colloquio con i magistrati italiani. Dalla Gran Bretagna era lecito attendersi una cooperazione più fattiva. Ricordiamo che, dopo la Brexit, la nuova ambasciatrice inglese a Roma, Jill Morris, aveva dichiarato il 3 agosto che “il governo britannico sostiene la posizione italiana e incoraggia sia l’Egitto che l’università di Cambridge a collaborare”. E circa un mese dopo da fonti giudiziarie italiane si era appreso che, in risposta ad una rogatoria, da Cambridge erano stati forniti alla Procura di Roma diversi documenti concernenti questa vicenda. Di più non è stato possibile sapere.

Tornando alle ultime novità, suscita interesse ovviamente che il Cairo renda disponibili i filmati delle telecamere della metropolitana. Perché si sia atteso quasi un anno per compiere un atto del tutto fisiologico in una fase investigativa, non è facilmente comprensibile, se non alla luce dei contrasti interni all’establishment cairota e alla difficoltà che gli stessi magistrati egiziani – apparsi negli ultimi mesi maggiormente collaborativi – incontrano da parte dei rappresentanti della polizia e dei servizi segreti. Questa apertura pare comunque seppellire definitivamente la fase delle verità farlocche sulla morte di Giulio, che ci venivano fornite con stupefacente spregiudicatezza al ritmo di una alla settimana.

Ma prima di misurare la consistenza di questa novità, vediamo quando e in che misura questi filmati verranno consegnati. E quanto riescano effettivamente a rivelare di quel che accadde a Giulio il 25 gennaio e nei giorni immediatamente precedenti. Di certo si sa che Giulio, proprio in seguito alla denuncia che ne fece il 7 gennaio Abdallah, era già stato oggetto di pedinamenti e di sorveglianza da parte di agenti della polizia, che avevano poi archiviato il caso, non avendo rilevato nulla che giustificasse la denuncia. E’ tra questa data e il rapimento del 25 gennaio che si situa il colloquio videoregistrato di cui si è appreso oggi. Video che, con una microcamera in dotazione alla poliziana egiziana, Abdallah registrò con l’evidente intento di incastrare il suo ingenuo interlocutore. In questo video, Abdallah rinnova le sue richieste di danaro (“qualsiasi cosa… l’importante è che ci siano i soldi”), che Regeni respinge con fermezza, affermando che i soldi avuti da Cambridge non li può utilizzare in forma personale.

A quel punto Regeni si era già reso conto di che pasta fosse fatto Abdallah. Forse non sapeva quello che poi si sarebbe appreso con certezza, e cioè che era un informatore della polizia (come hanno rivelato fin da agosto alcune fonti segrete contattate dalla Reuters). Ma che fosse persona venale e inaffidabile gli era talmente chiaro che l’aveva definito “miseria umana”.

Accertato il ruolo di Abdallah in questa vicenda, restano da chiarire alcuni punti importanti:

1)  Perché questo video compare solo adesso? Se lo aveva lo polizia, perché ce l’ha tenuto nascosto fino ad ora? E se lo aveva conservato lo stesso Abdallah, a che scopo ne ha rivelato l’esistenza ora?

2)  Su quali basi la polizia – e in seguito i servizi – riaprirono il dossier Regeni, dopo aver rilevato l’insussistenza della denuncia di Abdallah? Sulla base di quel video? Sembra davvero non contenere elementi di fondamentale importanza. O quel video ci è stato mostrato monco o esistono altri elementi che spieghino non solo la riapertura del caso, ma anche il sequestro, le feroci tortura, l’assassinio.

3)  I contrasti fra polizia e servizi sono noti, ma si stenta a capire in che modo l’arresto e l’uccisione di Regeni potessero servire a una delle due parti a discapito dell’altra.

O dobbiamo pensare che tutto si riduca a una pura manifestazione di inutile, gratuita crudeltà?

Qualche spiraglio, insomma, si è aperto. Ma questo forse ancora più difficile la navigazione, perché smantellare le verità fasulle (Regeni vittima di rapinatori o implicato in un giro di droga…) è più agevole che districarsi nei labirinti delle mezze verità.

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