Stati Uniti. Lunedì decisivo: conta dei voti dei Grandi Elettori per Trump, mentre infuriano polemiche e pressioni sui parlamentari. Resta il fatto che Clinton ha battuto Trump nel voto popolare: 65.788.583 contro 62.955.363

Stati Uniti. Lunedì decisivo: conta dei voti dei Grandi Elettori per Trump, mentre infuriano polemiche e pressioni sui parlamentari. Resta il fatto che Clinton ha battuto Trump nel voto popolare: 65.788.583 contro 62.955.363

La prestigiosa catena televisiva all news CNN ha aperto le sue edizioni domenicali con la domanda cruciale, che solo lunedì riceverà una risposta: “Could Electors stop Trump?”, i Grandi Elettori potrebbero fermare Trump? L’interrogativo assale la maggioranza degli americani che ha votato per Clinton e anche parecchi sostenitori del partito Repubblicano, che vedono nella presidenza Trump un rischio. Quella che di norma sarebbe una pura formalità, si sta trasformando in un evento molto atteso. Le pressioni sui membri del Collegio Elettorale perché scelgano una persona diversa dal miliardario newyorchese, sospettato di conflitto di interesse per il suo impero economico e con ambigui legami con Paesi stranieri, sono andati crescendo nelle ultime settimane. Il risultato è scontato, ma resta la possibilità estremamente remota di una rivolta, invocata da diversi esponenti democratici e pure da qualche isolato repubblicano, degli ‘elettori infedeli’.

Donald Trump ha conquistato l’8 novembre 306 grandi elettori contro i 232 della rivale democratica Hillary Clinton. Questo nonostante quest’ultima abbia ottenuto ben 2,8 milioni di voti popolari in più. Infatti, il voto popolare si è chiuso con 65.788.583 per Clinton e 62.955.363 per Trump. Proprio quel netto vantaggio nel voto popolare, aggiunto ai dubbi su Trump e sulla sua personalità impulsiva e alle rivelazioni della Cia sulle interferenze della Russia nelle elezioni dell’8 novembre, hanno fatto moltiplicare gli appelli ai grandi elettori repubblicani perché ‘tradiscano’ il loro mandato. E così i 538 parlamentari che lunedì si incontreranno in tutto il Paese per votare sono sotto i riflettori. “Sotto assedio”, presi di mira da minacce, telefonate anonime, pioggia di e-mail di chi non si arrende a Trump presidente. Un Grande Elettore repubblicano del Texas ha rivelato di essere stato letteralmente bombardato con più di 200mila messaggi di posta elettronica. Un membro democratico del Congresso ha chiesto di rimandare il voto in attesa che si chiarisca il ruolo della Russia nelle elezioni. Gruppi di attivisti stanno preparando proteste in tutto il Paese. Il Partito Repubblicano ha ripetutamente sondato la fedeltà dei “suoi” 306 grandi elettori, confermando che uno solo è pronto a “tradire”. Si tratta del texano Christopher Suprun: sulle colonne del New York Times ha annunciato che sosterrà un altro candidato, perché non ritiene Trump all’altezza del compito che lo attende alla Casa Bianca. Il pressing su Suprun è tale che una televisione texana ha rivelato che l’uomo, ex vigile del fuoco, si sarebbe letteralmente inventato di esser stato tra i primi ad arrivare al Pentagono nei minuti drammatici successivi all’attentato dell’11 settembre 2001 (lui ovviamente ha negato tutto). Un altro texano del Grand Old Party (Gop), Art Sisnerors, ha preferito dimettersi da Grande Elettore piuttosto che votare per Trump.

Invece si è arenata la richiesta di 79 Grandi Elettori – tutti democratici tranne Suprun – che chiedevano, prima del voto, un briefing dell’intelligence sulle interferenze di Mosca nel processo elettorale Usa: James Clapper, direttore della National Intelligence che coordina 16 agenzie di spionaggio Usa, ha risposto venerdì facendo notare che lo stesso presidente Barack Obama ha chiesto una valutazione completa delle interferenze russe e che “appena sarà completata, nelle prossime settimane, l’intelligence riferirà al Congresso”. Molti hanno preso di mira anche i democratici, che dovrebbero votare per la Clinton, per convincerli a passare a un repubblicano meno dirompente e che possa attrarre un sostegno sufficiente nel Gop, un repubblicano “di compromesso” al posto di Trump. La realtà politica è che Donald Trump si appresta a insediarsi alla Casa Bianca il prossimo 20 gennaio, giorno dell’inaugurazione. Anche se non riuscisse a raggiungere i 270 voti necessari per assicurarsi la presidenza (cioè la maggioranza assoluta dei 538 delegati del collegio elettorale), l’elezione sarà infatti decisa dalla Camera dei Rappresentanti che è saldamente sotto il controllo dei partito repubblicano. Vale a dire che se anche gli “elettori infedeli” spostassero la maggioranza assoluta dei loro voti su un candidato diverso da Trump, il Congresso avrà il potere di “rettificare” il risultato del voto del collegio elettorale. Le riserve su Trump nel Gop sembrano ormai ampiamente superate dalla voglia di salire sul carro del vincitore – come dimostrato dalla sfilata dell’establishment alla sua corte – e dal manifestato interesse a portare avanti istanze fortemente conservatrici. Pur senza impedirgli di arrivare alla Casa Bianca, negargli la maggioranza assoluta dei voti del collegio elettorale avrebbe però un forte valore simbolico: minerebbe cioè la forza del suo mandato, mettendo in luce la tenacia dei suoi oppositori.

Share

Leave a Reply

Your email address will not be published.