Buon ottantesimo compleanno, papa Francesco. Però, per favore, non si dimetta. Il mondo ha tanto bisogno di lei

Buon ottantesimo compleanno, papa Francesco. Però, per favore, non si dimetta. Il mondo ha tanto bisogno di lei

Papa Francesco ha compiuto 80 anni sabato 16 dicembre, l’età in cui i cardinali devono andarsene in pensione dal collegio elettorale. Lo farà anche lui? Nella storia, i papi hanno ignorato l’ipotesi di un ritiro, e restavano in carica fino alla morte. Con Benedetto XVI, tuttavia, le cose sono cambiate, dal momento che egli è diventato il primo pontefice a rassegnare le dimissioni, almeno nella storia moderna. E seguendo la decisione di Benedetto, anche papa Francesco ha annunciato qualche volta che potrebbe decidere di dimettersi. È però vitale, non solo per la Chiesa cattolica, ma per l’intera umanità, che egli non lo faccia.

In fondo, i due papi che lo hanno preceduto, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI erano dei conservatori, e per più di trent’anni hanno determinato le parole pubbliche del Cattolicesimo. In soli tre anni, invece, questo papa gesuita, di nome Francesco, ha talmente radicalizzato il discorso pubblico della Chiesa, seguendo il radicalismo evangelico, da aver dettato una vera e propria rivoluzione, culturale, teologica, pastorale. Aveva dato inizio a questa rivoluzione del discorso pubblico della nuova Chiesa con quella affermazione semplice e allo stesso tempo dirompente da Lampedusa: “basta con la globalizzazione dell’indifferenza”, laddove l’indifferenza nascondeva concettualmente un’idea del mondo diviso tra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri. Non solo.

I poveri sarebbero stati deprivati perfino del futuro se non si fossero fermati i danni al Pianeta causati dalla desertificazione, e dunque dal mutamento del clima provocato da un industrialismo forzoso e senza rispetto per la Terra e la natura. Così papa Francesco ha dedicato la sua prima enciclica alla Madre Terra, laudata da san Francesco d’Assisi, non a caso come colei che “ci sustenta et ci governa et produce diversi fructi con coloriti flori et herba”. La terra da preservare, da coltivare, da amare, da rispettare. E non è un cedimento al romanticismo lacrimevole della Natura benigna, ma un vero e proprio principio economico, che si perita di prevedere come sfamare miliardi di persone che hanno la stessa dignità di esseri umani e gli stessi diritti all’esistenza dignitosa.

E come non aggiungere a questo straordinario passo nella modernità dei diritti quell’altra dirompente frase sulla omosessualità? “Chi sono io per giudicare?”, chiese ai giornalisti che cercavano di stuzzicarlo durante un volo di ritorno da una delle sue missioni pastorali. E come non pensare alla esortazione apostolica del 16 marzo 2016 dal titolo provocatorio “Amoris laetitia”? La gioia dell’amore, dove non è affatto predicato il platonismo dell’idea dell’amore, ma la sua espressione carnale, fisica, corporea, percettiva. Ma l’amore, la “caritas”, è sinonimo di misericordia, “sicut Pater”, “come misericordioso è il Padre”, di perdono, della gratuità del per-donare. E proprio alla misericordia questo papa ha voluto dedicare il Giubileo straordinario terminato a novembre. Così come la misericordia deve guidare i parroci ad ammettere ai sacramenti le persone separate e divorziate, che hanno vissuto le distorsioni e i traumi dell’amore finito. C’è coerenza nel suo pontificato, bisogna ammetterlo. Ma è una coerenza tomistica, non agostiniana, come invece qualche filosofo attempato e improvvisato ha voluto scrivere su un quotidiano nazionale a larga tiratura, forse senza conoscere la traiettoria storica e filosofica del pensiero teologico.

E infine, la rivoluzione di Francesco non poteva che giungere là dove da 5 secoli la Chiesa cattolica non è mai giunta: il riconoscimento dei meriti di Martin Lutero e della sua riforma protestante, a cominciare dalla esplorazione di concedere il diaconato femminile. Dalla riforma luterana, papa Francesco ha voluto ereditare il rifiuto e la condanna della corruzione materiale e spirituale della Chiesa cattolica, e in parte del suo clero. Papa Francesco vive in un modestissimo appartamento a santa Marta, mentre altissimi prelati non hanno avuto scrupoli ad accettare abitazioni lussuosissime, denaro, privilegi. Rompere i privilegi degli ecclesiastici è l’altra straordinaria battaglia che egli ha ingaggiato all’interno della Curia Vaticano. Una battaglia che deve condurre in porto, per il bene della Chiesa e di un miliardo e 200milioni di cattolici dispersi nel mondo. E nella stragrande maggioranza, i cattolici amano questo papa, forse più dei precedenti. È la sua vera forza, contro la burocrazia vaticana. È lui che ha aperto le porte della trasparenza quando gli scandali della Curia avrebbero potuto dare un colpo mortale alla fede di milioni di credenti. E non si parla qui solo degli scandali dei preti pedofili, ma di privilegi, ricchezze, cedimento alla mondanità di tanti pastori.

Grazie a papa Francesco, sono stati nominati, e non a caso, cardinali da 11 Paesi che mai erano stati rappresentati nella Curia Vaticana. E quasi la metà dei porporati, grandi elettori del prossimo papa, proviene ormai da paesi in via di sviluppo o del Terzo e Quarto mondo. Mai la Chiesa dei poveri era stata così vicina al suo centro, a Roma, a San Pietro. Questa è la grande rivoluzione di papa Francesco. Per favore, santo Padre, non si dimetta.

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