Referendum. Che pena i media. L’orgia tv di Renzi. Scenari e retroscena. Dopo il voto che accadrà? Repubblica: Volemose bene, vincitori e vinti. Un duetto da non perdere: Staino che intervista Serra

Referendum. Che pena i media. L’orgia tv di Renzi. Scenari e retroscena. Dopo il voto che accadrà? Repubblica: Volemose bene, vincitori e vinti. Un duetto da non perdere: Staino che intervista Serra

Che pena i media il giorno prima del voto. Ti danno il senso di quanto l’informazione italiana sia caduta in basso. Incapaci di una visione autonoma, di un racconto, un bilancio di questi mesi, due anni meglio dire, che ci hanno accompagnati al voto sulla riforma della Costituzione, ora si rifugiano nel buonismo, nel “volemose bene”. Tutti si preoccupano di cosa accadrà a partire da lunedì. Scenari, retroscena, le famose virgolette, si sprecano.

Vincitori e vinti, il coro degli editorialisti di varie razze, diversi colori. Scendono in campo i direttori a portare un ramoscello di Ulivo, nessun riferimento al Sì “con disgusto” pronunciato da Romano Prodi, preoccupati del futuro del Paese. Dopo che i loro giornali, i loro telegiornali, i radiogiornali, hanno fatto carne di porco, ci scusino i porci, dell’informazione, ora sono lì trepidanti. Hanno un solo problema: salvare il loro posto, nel caso vinca il No ai loro editori possono dire, ci abbiamo provato a farlo perdere. Se vince il  Sì si rivolgono  all’editore vero, Renzi Matteo, lo invitano a “gestire con  molta temperanza” il dopo referendum. I loro editori, capifila dei poteri forti, costruttori, banchieri, grandi gruppi industriali, hanno bisogno per proseguire nei loro affari della “pace sociale”. La “temperanza” non a caso  è un passaggio chiave di una intervista farlocca  pubblicata  da L’Unità, il giornale per il quale ho scritto per tanti anni. Oggi quando lo leggo mi si stringe il cuore. Mi si stringe ancora di più a leggere l’intervista rilasciata a Sergio Staino, il direttore del quotidiano fondato da Antonio Gramsci, ora nelle mani di Renzi Matteo, da Michele Serra. Quest’ultimo afferma: “Se vince il No, non so come andrà avanti il Paese”. Da brivido il pensiero del “passato” di Staino e Serra.

“Noi, nel ’68 eravamo arrabbiati, volevamo la rivoluzione, spazzar via i borghesi”

E’ proprio il direttore del giornale che lo ricorda, non c’è bisogno della nostra memoria quando afferma che “la mancanza di un sorriso caratterizza un po’ il nostro tempo, il tempo dei populismi. Noi, nel ’68, eravamo arrabbiati, volevamo la rivoluzione, volevamo spazzar via i borghesi, ma allo stesso tempo sapevamo ridere. La grande satira contemporanea nasce lì. Adesso, invece, abbiamo una incazzatura triste, rancorosa, che non sa ridere”. Remember triste per due personaggi che in tanti, allora, hanno apprezzato, amato. Oggi Serra addirittura  di fronte al disagio, ed è dir poco, di milioni di poveri, di senza lavoro, di giovani il cui futuro, se va bene, sono i voucher  fa distinzione fra il “disagio reale e quello percepito” ed azzarda definendo il disagio “una sorta di vezzo”. Poi i due si scambiano sensazioni. Penso vinca il No dice Serra, ma stai tranquillo vince il Si ribatte Staino. Dice Serra: allora vai tu a dire a Renzi che “gestisca con molta temperanza”. No, forse non ho occasione di parlarci. Continua il duetto: allora chi ci mandiamo Cuperlo o Pisapia? Mi pare una buona accoppiata Attack di gente che attacca i cocci del partito con l’Attack.

Il direttore di Repubblica: Come riunire un paese avvelenato. Un quadro a tinte fosche

Non leggiamo L’amaca di Serra su La Repubblica per non farci ancor più cattivo sangue. Ma sempre in linea con la “temperanza” dal quotidiano edito dal gruppo editoriale presieduto da Carlo De Benedetti, diventato grande estimatore di Renzi Matteo, così come il fondatore del quotidiano Eugenio Scalfari, leggiamo l’editoriale scritto dal direttore Mario  Calabresi. Il titolo dice tutto: “Come riunire un paese avvelenato”. Già ma da chi? Dice che lo “scontro forsennato sulla riforma costituzionale non è che la spia di un malessere grave e diffuso”. Ancora: “La materia del bicameralismo non poteva giustificare un clima da guerra civile senz’armi”. Sembra Serra quando nell’intervista di cui abbiamo detto si lascia scappare “impensabile che questo esecutivo cada per la riforma del Senato”, quasi fosse una cosetta da niente cambiare 47 articoli della nostra Costituzione. Calabresi fa un quadro a tinte fosche di una Italia preda dei populismi, parla di “un terzo dopoguerra”. Non dice “se vince il no” ma lo fa capire. Parla di un “Terzo dopoguerra, di resa dei conti”, “tavoli da rovesciare”, “palazzi da abbattere”, di “menti annebbiate”, di “viscere conquistate”. Ancora parla di una Italia consegnata alla sfida tra due populismi, “uno più propriamente di destra” e indica Salvini, uno “postideologico” e indica  Beppe Grillo.

Renzi ha fatto tante cose buone. A lui si oppone una sinistra concentrata sulla lotta nel Palazzo

Fa appello ad una generica sinistra a suo dire impeersonificata da Renzi Matteo che “ha lavorato alla modernizzazione e all’innovazione del Paese”, ha fatto tante cose buone ma, ora, un po’ birichino “sta troppo poco fra la gente”. A lui, ecco ciò che sta a cuore a Calabresi, si oppone “una sinistra concentrata sulla lotta sia nel Palazzo che nelle strade e caratterizza la sua identità per contrapposizione e min per proposta”. In soldoni la sinistra che si batte per il No. Non lo dice ma si capisce lontano un miglio. Non è un caso che Calabresi una sola volta richiami l’economia. Perché proprio in questa parola, nella situazione economica e sociale che in questi tre anni di gestione renziana  è peggiorata, genera quel “malessere grave e diffuso” di cui lo stesso Calabresi parla. Qui è il punto.

I poteri forti  italiani, europei, anche Usa, hanno nome e cognome, tifano per il premier

E chi  sguazza in questa situazione, i poteri forti, si sono fatti sentire. Non è un caso che proprio coloro che Renzi dice di voler combattere, i suoi “nemici” siano tutti con lui, dal falco Schaueble, il potente ministro tedesco, al presidente della  Commissione Ue, Juncker, al Commissario Moscovici. Non solo, hanno rinviato il giudizio sulla manovra a dopo il referendum avendo espresso critiche e riserve, ma lasciando la porta aperta. Soprattutto non solo costoro ma anche autorevoli  esponenti, del Fondo monetario, dell’Ocse, i quotidiani europei, fino ad alcuni made in Usa, salvo uno, hanno inneggiato a Renzi forever. In Italia padroni, manager, Confindustria, Coldiretti, anche l’Unione cooperative, associazioni dei commercianti, la Cisl, personaggi del bel mondo, si fa per dire, stile Briatore che ha votato all’estero mostrando la scheda con la scritta Sì, per non parlare dell’amico del cuore del nostro, Marchionne, capofila di centinaia di manager, grandi e piccoli. Poi ci sono i giornalisti di quotidiani che i lettori li vedono da lontano, ci spiace per loro, ma fanno notizia grazie alle rassegna stampa e la presenza nei talk show televisivi.

Va di moda la coppia Ferrara–Cerasa, il Foglio, odore di reazione, ora renziani doc

In particolare va di moda la coppia Giuliano Ferrara-Claudio Cerasa, ex l’uno, attuale direttore l’altro del Foglio. Il primo vota Sì e spiega: “Il mio voto è per il titolo della riforma dei cui dettagli me ne fotto”. Il secondo, invece, richiama i contenuti e ne esce un zuppa dal sapore reazionario. Poi ci sono belusconiani come Feltri che ha trovato posto a Libero, in forza renziana, diventando direttore al posto di  Maurizio Belpietro il quale fa sapere che “si asterrà dal partecipare alla rissa”. Infine una nota comica. Non guasta mai anche perché riguarda un comico, Beppe Grillo, il quale nel corso di un comizio tenuto a Torino ha detto fra l’altro “Fallire è poesia, più forti se perderemo”. Ancora: “Io sono uno felice di perdere, sono un perdente. Bisogna imparare a perdere. Perdenti contro il mondo”. Proprio queste parole, “perdenti contro il mondo” doveva far capire che  Grillo parlava per parodossi. Tante volte sono state annunciate sconfitte del movimento grillino, il perdente, che malgrado tutto è diventato la prima forza politica del Paese, testa a testa con il Pd. Basta leggere le motivazioni date da un tale Pietro Salvatore che su Huffington racconta il retroscena grillino, vede un futuro fosco: “5 Stelle – scrive – sono più pronti a perdere che a vincere la battaglia del referendum. E, comunque vada, sul M5s rischia di abbattersi la sindrome del day after. Perché la partita chiave del dopo voto, quella sulla legge elettorale, vede le truppe di Beppe Grillo profondamente divise tra chi vuole giocare un ruolo chiave sul tavolo delle trattative e chi invece vuole preservare la purezza delle origini, non contaminandosi con gli altri partiti e rivendicando la scelte delle urne a qualunque costo, comunque vada”.

Firenze. Assessori , sindaci della provincia, a ciascuno una quota di elettori da portare in piazza

Terminiamo con l’orgia televisiva e non di Renzi Matteo. Parla a ruota libera, mai nessun giornalista che gli rivolga una domanda, non diciamo imbarazzante, ma che sia una domanda. Inquadrature studiate, mosse e mossette, mani levate, platee pluadenti. I cinquemila presenti a Firenze dichiarati dagli organizzatori, comizio conclusivo, sono una “gran folla”, plaudente. Inutile aggiungere. I più di cinquemila a Torino con Grillo, sono una piazza poco affollata, gente infreddolita. Ancora. Leggiamo su Repubblica, non su un foglio rivoluzionario che  ogni assessore del comune di Firenze è stato incaricato di portare 150 persone al comizio del premier, duemila l’intera giunta. Ogni sindaco del circondario ha avuto la sua quota da garantire. Stile De Luca, che ha fatto scuola. Infine, latte e miele per la ministra Boschi, anche se è caduta un po’ in disgrazia stante la vicenda di Banca Etruria. Mentre chi nel Pd ha deciso di votare no viene definito “un ribelle che sfida il premier”. Se sono più di uno diventa una “fronda”. Sempre da Repubblica, ovviamente. Ci chiediamo: perché il quotidiano diretto da Calabresi non dichiara il suo appoggio al sì. Non è un peccato, lo fanno grandi giornali di altri paesi. Perlomeno sarebbe chiarito un equivoco.

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