Rapporto Censis. Lo sguardo impietoso e realistico della nuova Italia. Nuove generazioni più povere. Fine del lavoro e del ceto medio

Rapporto Censis. Lo sguardo impietoso e realistico della nuova Italia. Nuove generazioni più povere. Fine del lavoro e del ceto medio

L’Italia sta vivendo una “prolungata e infeconda sospensione, dove le manovre pensate in affannata successione non hanno portato i risultati attesi”. In questo contesto, secondo il 50esimo Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese del 2016, è nata una “seconda era del sommerso”, che punta, dal risparmio cash alla sharing economy, alla “ricerca di più redditi”. Fenomeno diverso da quella degli anni ’70 che apriva a “una saga di sviluppo industriale e imprenditoriale” perché si tratta di una “arma di pura difesa”. Negli anni ’70, ricorda il Censis nel suo rapporto “si trattava di un sommerso pre-industriale, che nel ventennio successivo fece da battistrada all’imprenditoria molecolare e all’industrializzazione di massa; oggi invece siamo in presenza di un sommerso post-terziario, dove vive un magma di interessi e comportamenti, un’onda profonda di soggetti e di scelte”. Si va dall’attuazione di “una puntuale politica del risparmio” all’esplosione “negli ultimissimi anni di un grande risparmio cash” non solo legato a evasione e riciclaggio ma »in parte più consistente dovuto alla propensione di intere categorie professionali e sociali a richiedere pagamenti in moneta, ‘per non andare in banca e per gestire in proprio la propria liquidità”.

Figli più poveri dei genitori

Secondo il Censis per la prima volta i figli saranno più poveri dei genitori. L’istituto parla di “ko economico dei millennial” che hanno “un reddito inferiore del 15,1% rispetto alla media dei cittadini” e una ricchezza familiare che, per i nuclei under 35, è quasi la metà della media (-41,2%). Nel confronto con venticinque anni fa, rispetto ai loro coetanei di allora, gli attuali giovani hanno un reddito inferiore del 26,5% (periodo 1991-2014), mentre per la popolazione complessiva il reddito si è ridotto solo dell’8,3% e per gli over 65 anni è invece aumentato del 24,3%. Il reddito medio da pensione è passato da 14.721 a 17.040 euro (+5,3%) tra il 2008 e il 2014 e 4,1 milioni di pensionati “hanno prestato ad altri un aiuto economico”. I nuovi pensionati, si legge sempre nel rapporto, sono più anziani e redditi mediamente migliori come effetto di carriere contributive “più lunghe e continuative”. Tra 2004 e 2013 è quadruplicato chi è andato in pensione di anzianità con più di 40 anni di contributi (dal 7,6% al 28,8%).

La fine del lavoro e del ceto medio

Il problema non è solo dei giovani: in generale diminuiscono le “figure intermedie esecutive” e crescono le professioni non qualificate (più 9,6% tra il 2011 e il 2015) e gli addetti alle vendite e ai servizi personali (più 7,5%). Si riduce anche il numero di operai, artigiani, agricoltori, il lavoro costa meno ma questa riduzione non favorisce la domanda, anche per via della crisi del settore pubblico: la deflazione è figlia anche di questo sistema del massimo ribasso, che ha compresso e impoverito la classe media.

Per cosa si spende: i media digitali

C’è un unico canale di consumi che sembra convogliare la passione per gli acquisti degli italiani: la comunicazione digitale. Mentre tra il 2007 e il 2015 i consumi in generale si riducevano del 5,7%, gli acquisti di smartphone aumentavano del 191,6% e quelli di computer del 41,4%. “Gli italiani hanno stretto i cordoni della borsa evitando di spendere su tutto – è la spiegazione del Censis – ma non sui media digitali connessi in rete, perché grazie ad essi hanno aumentato il loro potere individuale di disintermediazione”. L’utenza del web in Italia nel 2016 è arrivata al 73,7%, mentre il 64,8% usa uno smartphonee il 61,3% Whattsapp (la percentuale dei giovani sale all’89,4%).

Scienziati battono umanisti e filosofi come rappresentanti della cultura

Gli scienziati battono intellettuali e filosofi come rappresentanti della cultura, chiaro segno che il sapere scientifico ha assunto nel tempo una maggiore considerazione rispetto alle discipline umanistiche, afferma il Rapporto 2016 sulla Situazione Sociale del Paese, diffuso dal CENSIS, facendo riferimento ad una ricerca su un campione di italiani laureati e digitalizzati, realizzata appunto dal CENSIS, in collaborazione con l’Enciclopedia Treccani. Oggi in Italia la figura più rappresentativa della cultura è dunque quella dello scienziato, con il 22,2% delle preferenze, seguito da quella dell’intellettuale al 19,3%, del filosofo al 15,7% e dalla figura emblematica della trasmissione della conoscenza, cioè il maestro, l’insegnante al 14,9%. Seguono figure umanistiche di spicco come lo scrittore (10,9%), il poeta (2,8%) o l’editore (2,8%). Tra i simboli contemporanei della cultura, internet (indicata dal 27,6%) e la biblioteca (26,1%) si collocano in cima praticamente a pari merito. Il liceo e l’università sono considerati tutt’oggi luoghi simbolo del sapere (25,8%). Il favore accordato a Wikipedia è tiepido (appena il 4,7%) anche nelle fasce d’età più giovani. E il computer viene considerato uno strumento incapace di per sé di veicolare contenuti culturali, visto che solo il 3,2% lo pone al vertice della classifica dei luoghi del sapere.

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