Pd. Una Direzione inutile. Renzi la snobba, quasi un turista capitato per caso. Sotto tiro la minoranza, il solco si approfondisce. Speranza: “C’è spazio per chi ha votato no?”. La risposta non arriva. Pare proprio di no

Pd. Una Direzione inutile. Renzi la snobba, quasi un turista capitato per caso. Sotto tiro la minoranza, il solco si approfondisce. Speranza: “C’è spazio per chi ha votato no?”. La risposta non arriva. Pare proprio di no

Dai lavori, si fa per dire, della Direzione del Pd emergono due dati. Il primo, gravissimo, è che sarà il Pd di Renzi Matteo a decidere quanto durerà in carica Paolo Gentiloni. Uno sfregio alla Costituzione, secondo cui non sono previsti governi a scadenza prefissata. La decisione di un eventuale scioglimento spetta solo al Presidente della Repubblica. Il secondo, meno grave, ma segno evidente di come le posizioni della minoranza, il dissenso, il No al referendum, non sono tollerati. Tanto che Roberto Speranza ha posto una domanda, drammatica, che può segnare un punto di non ritorno. Ha affermato che “se non c’è spazio per chi ha votato No al referendum lo si dica con chiarezza” senza ricorrere “a insulti organizzati su internet o a manifestazioni sotto al Pd”. Rivolto a Renzi Matteo ha ribadito: ”Renzi dica chiaramente se c’è spazio per chi ha votato no”. Il giovane di  Rignano, ora in ritiro nella casa di Pontassieve dove “gusta il gesto dolce a automatico di rimboccare le coperte ai figli”, come ha scritto su facebook, stile Cuore o, più moderno Mulino Bianco, si è ben guardato dal rispondere. Dal lirismo strappacuore ad una poesia che recita nelle grandi occasioni facendo sfoggio di cultura. Ci aveva già provato all’Università di Buenos Aires quando ha declamato una poesia sull’amicizia in spagnolo. A lui piace colloquiare in inglese, spagnolo anche se i suoi interlocutori fanno fatica a capirlo. Nel leggere i versi attribuì la poesia a Jorge Luis Borges. Ma non l’ha mai scritta. Sono in molti ad attribuirla a Ferdinando Pessoa, il più grande poeta portoghese. Altri la attribuiscono a Fernando Sabino. Anche Renzi si è corretto. La poesia è molto bella, è l’unica cosa rilevante detta da Renzi che gli serviva a delineare il quadro politico in cui intende muoversi.

La poesia letta dall’ex premier, un messaggio alla sua truppa

Di tutto restano tre cose: la certezza che stiamo sempre iniziando/la certezza che abbiamo bisogno di continuare,/la certezza che saremo interrotti prima di finire./Pertanto, dobbiamo fare:/dell’interruzione, un nuovo cammino,/della caduta un passo di danza,/della paura una scala,/del sogno un ponte,/del bisogno un incontro.

Capito l’antifona? Per lui  le dimissioni sono solo un passaggio verso una  ricandidatura, il congresso in tempi ravvicinati, un passo di danza.  Da qui il governo del quale il presidente del Pd, Matteo Orfini, afferma che “non è concepibile che possa durare fino alla fine della legislatura”. Renzi ha fretta. Lo ha detto chiaramente concludendo i lavori.

Renzi: “Non ho paura del voto”. Cuperlo: Neanche io. Ho paura del risultato

Non ha risposto né a Speranza né a Cuperlo. Con tono arrogante ha detto “non ho paura del voto”. Con la sottile ironia che lo contraddistingue l’ex presidente del Partito, che si è schierato per il Si al referendum, ha risposto: “Anche io non ho paura del voto, ho paura del risultato”. Sempre Cuperlo aveva iniziato il suo intervento criticando il fatto  che Renzi non aveva presentato una relazione  su quanto avvenuto, sulla sconfitta nel referendum. Affermava la necessità di riaprire il dialogo interno: “Stiamo impostando una discussione senza una relazione politica del segretario del partito Renzi, che faccia un quadro della situazione. Il mio timore è di finire come Ghezzi a Blob: fuori sincro”. “Bisogna recuperare uno spirito di comunità” dove “anche le discussioni più aspre trovano una composizione”. “Senza rispetto reciproco, un partito è più debole”. Ma il suo appello cadeva nel vuoto. Renzi si era presentato alle ore 12 al Nazareno quasi fosse un passante, uno che capitava lì per caso. Aveva affidato ad uno dei vicesegretari, uno fidatissimo, Lorenzo Guerini, l’apertura dei lavori. Niente praticamente, parole vuote. Elezioni al più presto, congresso ravvicinato, governo a termine, scavalcato il Presidente della Repubblica.

Minoranza Pd:  voteremo contro provvedimenti del governo che non condividiamo

Speranza  aveva parlato chiaro. “Serve un cambio di rotta, o si muore, serve discontinuità” pur assicurando il sì alla fiducia per “senso di responsabilità”. Ma ha posto “paletti” significativi: “Ci riserviamo di votare contro eventuali provvedimenti che non condividiamo”. “Non si può ignorare quello che è accaduto il 4 dicembre, serve discontinuità. Così la sinistra non ha senso, noi non siamo più noi stessi e il Pd è destinato a morire”. La risposta è affidata a Emanuele Fiano, della direzione nazionale Dem, un pasdaran renziano, quello cui viene inviato in tv quando c’è da fare la voce grossa, lanciare accuse. Un intervento gridato: “Io non ci sto a farmi dire che tutto quello che abbiamo fatto in questi anni è stato sbagliato perché siamo usciti sconfitti dalla sfida del referendum, perché così non è stato. Roberto Speranza – ha attaccato  – con il suo intervento ha aperto la stagione congressuale, ma non si apre un congresso invertendo la realtà. Penso che sarebbe uno sbaglio non ripartire dagli oltre 13 milioni di voti raccolti dal Si”.

Se davvero il Pd si appropria dei  13 milioni di  sì, il risveglio sarà brusco

Un ritornello che è comparso in tutti gli interventi, uno dopo l’altro in risposta a Speranza. Se davvero, credono ai 13 milioni di voti, quando si andrà a votare avranno di fronte una amara realtà. Renzi, non a caso, è il capopopolo, va più in là richiama il voto delle Europee. Esclama: “Non ha mai visto il 40% l’elettorato di sinistra, neppure con il binocolo”. Poi non ha potuto fare a meno si sfoderare l’arroganza che neppure la batosta referendaria che lo ha costretto a lasciare Palazzo Chigi ha temperato. “Le discussioni autoreferenziali che alcuni hanno cercato di portare anche in questa sede con noi non sfondano – afferma l’ ex premier – se il 59% è un voto politico allora lo è anche il 41%. Noi avevamo un disegno chiaro: semplificazione del sistema”. E  cita la  poesia di cui abbiamo detto. Che dire di più? Solo una considerazione: questi dirigenti del Pd sono davvero singolari. Alcuni di loro, prendiamo Gennaro Migliore, che arriva da Rifondazione, poi Sel, e anche altri. Riconoscono che nel voto del no si avverte il disagio dei cittadini, qualcuno ha parlato perfino di crescita delle disuguaglianze, di difficoltà delle famiglie, del lavoro che non c’è. Ma al tempo stesso osannavano il governo Renzi, raccontavano quante cose belle e buone aveva fatto, facevano capire che doveva tornare presto, Gentiloni era solo un passaggio a livello che avrebbe dovuto alzarsi al più presto. Verrebbe voglia di fare loro una domanda: ma cosa ha fatto il governo Renzi per combattere il disagio, le disuguaglianze, per favorire la crescita, la creazione di posti di lavoro? Domanda inutile a chi non vuole intendere. Il risveglio di costoro sarà brusco.

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