Pd. L’Assemblea nazionale di domenica si annuncia come un enorme scoglio politico per Renzi. L’area riformista si riunisce e Speranza si candida a segretario. Michele Emiliano ci sta. Enrico Rossi no

Pd. L’Assemblea nazionale di domenica si annuncia come un enorme scoglio politico per Renzi. L’area riformista si riunisce e Speranza si candida a segretario. Michele Emiliano ci sta. Enrico Rossi no

Cosa sarà l’Assemblea nazionale del Pd, convocata domenica a Roma, apparentemente per discutere della sconfitta nel referendum costituzionale, delle dimissioni di Renzi da premier e deIla eventualità di anticipare il congresso? Si tratterà di un appuntamento di difficile lettura politica, perché inevitabilmente questa volta Renzi dovrà fare discorsi da leader e statista di caratura più alta rispetto a quella manifestata finora. Renzi e il Pd creato a sua immagine e somiglianza sono ad un bivio cruciale, come rivela il presidente dell’Istituto Gramsci, Giuseppe Vacca, ex responsabile dei Comitati del sì, ed esponente di spicco degli intellettuali togliattiani convertiti al renzismo. All’agenzia di stampa Adn Kronos Giuseppe Vacca infatti afferma: “Matteo Renzi ha già giudicato il risultato del referendum e tratto le conseguenze, come chiusura di una fase: quella che aveva all’ordine del giorno delle riforme tra loro interconnesse, come la riforma del Titolo V e il bicameralismo paritario. Quella fase, appunto, si è chiusa”. Giuseppe Vacca aggiunge: “La questione ora è: come si definisce la missione del partito in un Paese, a questo punto, così svantaggiato rispetto all’Europa? Mi aspetto che Renzi svolga questo tema e le prospettive che apre”. Quanto alla minoranza dem, se Renzi “affronterà in modo adeguato quella questione, quali che saranno le posizioni degli oppositori interni, risulteranno irrilevanti”. Questa è dunque la linea auspicata da Beppe Vacca per l’assemblea di domenica: alzare l’asticella della riflessione e del progetto politico, usando come unità di misura da statista quella “missione del partito in un Paese svantaggiato”. Cosa significa? In parte, è un invito a Renzi a guardare oltre gli affari interni del Pd, la sua articolazione contingente, e in parte è l’invito a lanciare la sfida su una questione cogente alla minoranza, per sancirne la “irrilevanza”. Vedremo domenica se Renzi avrà accettato questi consigli e se si porrà come statista, piuttosto che come fine dicitore di slogan, trasformando un’assemblea elettiva ed organismo dirigente del partito in una ennesima Leopolda. Il timore è che l’assemblea del Pd, saldamente nelle mani del segretario che ottenne la maggioranza assoluta col 67% l’8 dicembre del 2013, si trasformi essa stessa in una sorta di campo di calcio dove due squadre si contendono la posta in palio, e con gli spalti gremiti da tifosi dell’una e dell’altra compagine. Sono tali e tanti i malumori che da tempo covano nel Pd, che quest’ultima ipotesi potrebbe non essere così lontana dalla realtà. Le due tifoserie, di fatto, sono talmente lontane sul piano delle scelte politiche da far pensare a una sorta di “redde rationem” finale su cosa è ora e su cosa potrà diventare il Pd. Le distanze sono state approfondite dal referendum costituzionale e ora incombono sostanziali anche per effetto del referendum proposto dalla Cgil sul Jobs act, i voucher e la disciplina che regola gli appalti. Inoltre, perfino il caso del sindaco Sala a Milano potrebbe far esplodere le contraddizioni in quella che alcuni illustri esponenti, come Gianni Cuperlo, si ostinano a definire “comunità politica” e che invece si è trasformata in qualcosa d’altro e di indistinto, sia sul piano politico che su quello antropologico. Infine, neppure i guai in casa 5Stelle possono fare da paravento ad una difficilissima situazione del Pd, chiamato comunque a guidare il Paese e farlo, si spera, nel migliore dei modi, anche se i mille giorni di Renzi sono da catalogare tra i peggiori in assoluto della Repubblica e la loro eredità sarà difficile da superare.

Le poste in gioco nell’assemblea nazionale di domenica

La consapevolezza delle difficoltà potrebbe indurre Renzi e il suo gruppo a concludere l’assemblea senza la convocazione del congresso anticipato, e, in realtà, non è nemmeno scontato che si arrivi ad un voto su un documento. Secondo quanto si apprende in queste ore da fonti Pd, ci sarebbe anche più di una incertezza sulla partecipazione, il numero legale potrebbe non esserci e, quindi, sarebbero sconsigliate soluzioni che richiedono quorum giuridicamente validi. L’idea più accreditata, allo stato, è che si voti la relazione di Matteo Renzi, ma non è ancora escluso che si arrivi anche ad un documento. In sostanza, Renzi potrebbe “prendere atto” che la minoranza Pd è contraria all’anticipo del congresso, confermare il sostegno al governo Gentiloni per permettere di ritoccare la legge elettorale, ribadire il giudizio sulla legislatura “ormai esaurita” e annunciare primarie per la scelta del candidato premier in caso di elezioni anticipate. Questa, almeno, la strategia che gli suggeriscono pezzi della sua maggioranza, in particolare franceschiniani e giovani turchi. Un percorso non scontato, però, perché anche questa linea soft – che evita uno scontro aperto con la minoranza, ma anche con pezzi della maggioranza renziana perplessi sull’accelerazione congressuale – prevede alcuni passaggi delicati. Il primo, sul governo: dire che la legislatura è sostanzialmente esaurita e che il Pd è per tornare al voto appena ci sarà una legge elettorale, significa dare una mazzata al neonato governo Gentiloni. In secondo luogo, molti potrebbero contestare la scelta di annunciare le primarie per la scelta del candidato premier quando ancora non è chiaro con quale sistema si andrà a votare, anche se si rivendica la vocazione maggioritaria del partito. Tanto più che la nuova legge probabilmente avrà un impianto fortemente proporzionale, se non sarà un vero e proprio ritorno al meccanismo della prima Repubblica, come ad esempio auspica Silvio Berlusconi, pronto a unirsi con Renzi in un Nazareno  ter. Un sistema nel quale il concetto stesso di candidato premier perde di significato. Tutti aspetti da definire nelle ore che ancora mancano all’appuntamento. Quello che pare certo è l’obiettivo che Renzi ha in mente: appunto, il ritorno al voto entro giugno, preceduto da un momento di legittimazione popolare come le primarie. Il congresso si farà dopo, anche a scadenza naturale. E Renzi, nel frattempo, resterebbe segretario.

Roberto Speranza però annuncia la sua candidatura alla segreteria: Davide contro Golia

Davide contro Golia: il richiamo biblico è del candidato alla segreteria del Pd, Roberto Speranza. Perché, lanciando la sua corsa al Nazareno, l’esponente della Sinistra Dem è consapevole della difficoltà del compito che lo attende. Contrastare le truppe renziane, la loro organizzazione e, soprattutto, “il sistema di poteri” che le sostengono. “Io al congresso del Pd ci sarò con la mia storia, con  umiltà e coraggio, con le mie idee”, sono state le parole pronunciate dal palco del centro congressi Frentani a Roma. “Partirò da subito per un viaggio attraverso i territori”, da Monfalcone, cittadina con maggioranza operaia e di sinistra che però alle ultime elezioni amministrative ha visto prevalere la Lega. Una candidatura “aperta”, come lascia intendere anche Pierluigi Bersani. Quando gli chiedono se sia Speranza il suo candidato, l’ex segretario Pd sorride: “Certo, non si può dire che il ragazzo non sia bravo”. Insomma, c’è la disponibilità a discutere, ragionare insieme, dentro e fuori il Pd. La minoranza continua a sostenere che per aprire il congresso – di cui nessuno sente impellente la voglia – c’è bisogno delle dimissioni di Renzi, come prevede lo Statuto. Negli ambienti della maggioranza Pd, in contatto con il quartiere generale di Pontassieve, ci si limita a rispondere: “Non siamo dello stesso avviso”. Ma l’idea dei più è che si seguirà la strada del congresso prima delle elezioni e che queste si devono tenere ad aprile, come prima scelta. A giugno, nel peggiore dei casi. In ogni caso, viene ripetuto, le dimissioni non ci saranno.

Michele Emiliano a Speranza: “andiamo a congresso con candidato unico”. Enrico Rossi: “ma io sono già candidato”

In attesa di conoscere la strategia del segretario, dunque, la minoranza batte un colpo ed incassa il sostegno di due pezzi da novanta del partito: Michele Emiliano ed Enrico Rossi. Il primo prenota un biglietto per il “grand tour” di Speranza per l’Italia. Ma, avverte: “parlare del nome del segretario significa fare come fa Renzi. Credo che adesso non sia il momento di parlare di nomi”. Un tridente Speranza-Emiliano-Rossi contro Renzi? “Dobbiamo andare con un candidato unico”, conclude Emiliano. E anche Enrico Rossi, pur apprezzando l’iniziativa del deputato lucano, ci tiene a precisare di non credere a “confederazioni di tutti contro Renzi”. Fuori dal Pd, la minoranza bersaniana guarda al dialogo con Sinistra Italiana che, proprio oggi, ha tenuto la sua assemblea costitutiva. Ai Frentani si nota la presenza di Alfredo D’Attorre che invita gli ex compagni di partito a lavorare insieme per ricostituire il campo vasto del centro sinistra.

Bersani detta la linea: uscire dal renzismo e proporre un’altra idea della politica

Parole che di lì a poco saranno ripetute da Bersani: “Credo che vediamo tutti che qui non si è fatto solo un convegno ma si è prodotto un fatto politico rilevante. Siamo qui per caricarci compiti politici e organizzativi. Per creare una alternativa che renda possibile per il Pd promuovere un nuovo campo largo per il centrosinistra”. L’intervento del “compagno Bersani”, come tutti lo chiamano, è applauditissimo, soprattutto nei passaggi più taglienti nei confronti del governo Renzi: “Se stiamo su un blairismo rimasticato, su un populismo a bassa intensità, andiamo a sbattere. Perché non siamo concorrenziali”. E ancora: “Noi non possiamo farcela se non produciamo una idea per il Paese. Roberto si è occupato di questo. L’idea di Paese in questi anni si è persa nella nebbia di un racconto consolatorio”. È lo stesso consiglio, a spalti opposti, che Vacca ha voluto lanciare a Matteo Renzi, a testimonianza che il renzismo ha ucciso la riflessione e la missione politica del Pd. E la prima idea, quella che viene anche prima di qualsiasi ragionamento sulla durata del governo, è chiudere il capitolo dei voucher e dei licenziamenti facili che si è aperto con il Jobs Act: “Lasciamo stare quanti mesi dura il governo”, ha detto Bersani. Occorre “chiedere con forza all’esecutivo e al Parlamento di lavorare a una soluzione sul piano del lavoro”, a partire “da un intervento subito sui voucher e su una ragionevole tutela nei confronti dei licenziamenti: se non vogliamo fare l’articolo 18, facciamo il 17 virgola”. Infine, Bersani ha voluto rimarcare la differenza con Renzi: “Questo raffigura un’idea di sinistra che cambia registro rispetto a parole d’ordine flessibilità, opportunità, eccellenza, merito. Basta. Con i nostri valori bisogna proporre protezione, quella era un’altra stagione”. Sembrano due famiglie politiche distanti centinaia di miglia, eppure convivono nello stesso partito.

La provocazione di Michele Emiliano: si viaggiava a 300 all’ora e abbiamo sbattuto contro il muro

“È una grande emozione stare in un’assemblea del Pd e non avere paura di parlare. Il muscolarismo è una componente essenziale del renzismo e dietro il muscolarismo c’è la manipolazione della verità. Non è mai accaduto che la sinistra utilizzasse la manipolazione”, ha detto Michele Emiliano, governatore della Puglia, nel suo intervento all’assemblea di Sinistra riformista. “Renzi usa la manipolazione, domani aprirà l’assemblea e non sappiamo ancora cosa farà, mentre un’assemblea dovrebbe essere preparata dalla comunità. Di fronte non abbiamo un avversario normale ma uno che si fa le regole a modo suo, si racconta le cose a modo suo, decide di vincere un referendum che ha perso, non ha azzeccato la legge elettorale, ha sbagliato la legge sulla P.a., ha paura di andare a votare le leggi sul lavoro”, aggiunge Emiliano. Ed ha concluso: “Io non sto in nessuna corrente perché non mi voleva nessuno, ero sempre troppo ingombrante. Facciamo il gran tour e poi si vedrà. Non so se ci capiterà alle prossime elezioni di avere un premier del Pd, col casino che abbiamo combinato. Abbiamo fracassato l’automobile a trecento all’ora contro un muro. Ora si deve ricostruire il partito e il Paese, ricostruire il legame con la gente nostra. Spero di poter entrare in una supercorrente, in tour con Roberto e se viene anche Enrico ancora meglio”, conclude.

La replica di Enrico Rossi: non mi persuade l’idea del candidato unico

“L’idea di una confederazione ‘tutti contro Renzi’ non mi convince. Certo, la nostra gente ci chiede unità e troveremo tra noi le forme per rappresentare questa esigenza”, ha però replicato Enrico Rossi, governatore della Toscana, chiamato in causa appunto da Emiliano. Candidato unico? “Vedremo, io sono in campo, con una proposta che sto portando in giro per l’Italia. Questo è il momento di parlare di contenuti. Tutti stiamo pensando all’assemblea di domani. O si fa un congresso vero o i nostri ci spellano vivi. Non siamo più in grado di andare in giro a mettere gazebo e chiedere un’altra volta chi è il più bello del reame…”. Anche per Rossi, Matteo Renzi si deve dimettere da segretario “perché così è previsto dallo Statuto e non possiamo cambiarlo per Renzi un’altra volta”.

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