Milano. Il punto sull’inchiesta della Procura sulla Piastra dell’Expo che ha determinato “l’autosospensione” del sindaco Sala

Milano. Il punto sull’inchiesta della Procura sulla Piastra dell’Expo che ha determinato “l’autosospensione” del sindaco Sala

A Milano ci si interroga soprattutto sulla irritualità del gesto di Beppe Sala e sul suo reale significato politico. Autosospendendosi dalla carica, il sindaco ha inaugurato un nuovo scenario, in cui il ruolo della politica che non accetta di considerarsi colpevole rifiuta contemporaneamente di esercitarsi in condizioni di minorità: e provoca di fatto un blocco istituzionale, inducendo una sorta di moratoria al normale percorso amministrativo. Questo spiega perché anche i più aspri oppositori dell’amministrazione milanese chiedono a Sala o di revocare questo inedito provvedimento e di tornare subito a fare il sindaco oppure di dimettersi (ben sapendo che non lo farà).

Per questo, è diffusa convinzione che questa bizzarra “drôle de guerre” durerà poco. Se infatti Sala pensa di uscire dallo stallo (e dunque: o il pieno rientro nel suo ruolo o le dimissioni) solamente quando la Procura di Milano avrà terminato l’esame della imponente documentazione che ha giustificato la riapertura del filone dell’indagine relativo all’appalto della Piastra per l’Expo e saranno in sostanza state acquisite a una piena conoscenza tutte le carte, è chiaro che l’autospensione potrebbe durare parecchi mesi. E’ una prospettiva assolutamente insostenibile. Sala lo sa e per questo ha chiesto di conoscere finalmente le carte sulla base delle quali si è deciso di indagarlo. Ha sollecitato la Procura, dichiarandosi immediatamente disposto ad essere interrogato e a collaborare.

Lunedì l’incontro in Procura tra i legali di Sala e il sostituto procuratore Isnardi

Il primo atto di questa fase sarà l’incontro, già fissato per lunedì prossimo, fra il sostituto procuratore Felice Isnardi, titolare di questo nuovo capitolo dell’inchiesta, e i legali del sindaco di Milano. Solo allora Sala, tramite gli avvocati, potrà conoscere gli atti che fin qui sono noti solo agli imputati “storici” (due ex dirigenti Expo, Paris e Acerbo, e gli imprenditori Erasmo, Ottaviano Cinque e Baita), ma non al primo cittadino di Milano. Ed è dunque probabile che entro pochi giorni, dopo che Sala sarà stato adeguatamente informato delle circostanze giudiziali che lo riguardano, riprenderà il suo posto a Palazzo Marino (o se ne andrà definitivamente: assai improbabile). E l’inchiesta proseguirà con i normali tempi biblici, malauguratamente assai difformi dai tempi che la politica richiederebbe.

L’inchiesta riguarda l’assegnazione dell’appalto per la costruzione della Piastra alla ditta Mantovani. L’accusa contro Sala: falso in atto pubblico

Accade spesso in Italia che un politico indagato ignori i capi accusatori, mentre nel frattempo l’avviso di garanzia ne rende pubblica la vulnerabilità. Ricordiamo tutti l’enorme scalpore che suscitò l’avviso di garanzia, nel 1994, a Silvio Berlusconi, informato dal Corriere della sera prima che dalla Procura. Tornando a Sala, la vicenda giudiziaria che lo riguarda è relativa al filone dell’indagine sull’Expo, e segnatamente all’assegnazione dell’appalto della Piastra (l’enorme struttura di base della rassegna) alla ditta Mantovani. Quell’appalto fu vinto dalla Mantovani, con un’offerta al ribasso a dir poco esagerata. Da una base di 272 milioni, la Mantovani riuscì a scendere a 165, con un abbattimento del 41,8 %. Uno sconto insostenibile, secondo qualunque logica economica, che probabilmente l’impresa appaltatrice riuscì nel tempo ad ammortizzare (almeno parzialmente) con le inevitabili varianti di piano e forse con la sopraestimazione di alcuni interventi. E il costo finale (260 milioni) non risultò molto distante dalla base d’asta iniziale. Ma, secondo ciò che filtra dalla Procura, non sarebbe questo l’oggetto dell’indagine su Sala. Al sindaco di Milano si contesterebbe il reato di falso, per aver retrodatato un documento. In sintesi: nel maggio del 2012, Sala, allora commissario dell’Expo, firmò il documento di nomina dei sette commissari (cinque titolari e due supplenti), incaricati proprio di arbitrare la gara di appalto per la Piastra. La firma sarebbe avvenuta tredici giorni dopo la data indicata dal documento. Ora, il gip Ginetti ha rigettato la richiesta di archiviazione avanzata dai pubblici ministeri Filippini, Pellicani e Polizzi e questo ha indotto la Procura a riaprire il caso e ad affidarlo al sostituto Isnardi. Se vogliamo escludere (e francamente non lo escludiamo in assoluto) che questo sia un cascame della guerra Bruti Liberati-Robledo che turbò la Procura milanese nel 2014 e che probabilmente non si è mai spenta, ci si chiede quale sia la base del provvedimento di Ginetti.

Sicuramente la retrodatazione del documento. A Sala fu sottoposto dall’allora dg di Infrastrutture Lombarde spa Antonio Rognoni (di area formigoniana e in seguito condannato per turbativa d’asta e corruzione) il documento con i cinque commissari e i due supplenti, di cui uno sostituito all’ultimo minuto perché per quello prescelto c’era un caso di incompatibilità. I tempi erano strettissimi, per l’EXPO si rischiava di andare fuori tempo massimo. Dunque al documento, firmato il 30 maggio fu apposta la data del 17, per restare nei tempi previsti dalla legge. Questo è il reato di “falso” per cui Sala risulta indagato. La domanda è se Sala fosse pienamente consapevole di questa falsificazione. Una seconda domanda riguarda la sostituzione del supplente. E’ in ciò ravvisabile un atto per favorire la scelta della Mantovani (ma l’offerta spaventosamente bassa sembrerebbe escludere questa ipotesi)? Ma una questione più generale è relativa al bisticcio fra tempi della politica e burocrazia. Qualunque giudizio si voglia dare sull’EXPO, si è trattato di un impegno enorme per l’Italia e la sua immagine. E l’idea che potesse fallire perché i tempi di attuazione erano insopportabilmente stretti dopo il penoso travaglio che l’aveva preceduta fa capire quanto sia problematico gestire la cosa pubblica in quel percorso di guerra che la farraginosità legislativa e la macchinosità burocratica allestiscono per qualunque amministratore.

Sala: quando la politica inciampa non è sempre per disonestà o corruzione

Per questo, per tornare alla questione posta all’inizio di questo ragionamento, non è da escludere che con la sua decisione di autosospendersi, Beppe Sala, più che recitare la parte della verginella impudica ma offesa (come un po’ semplicisticamente sostengono alcuni) abbia voluto manifestare nel più clamoroso dei modi la difficoltà di un’amministrazione a reggere contemporaneamente il peso delle cose da fare e quello dei percorsi accidentati della burocrazia. Forse ha sbagliato, ma in tempi di antipolitica montante, è utile sapere che quando la politica inciampa non è sempre e solo per disonestà e corruzione.

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