La Vigilanza BCE sta ristrutturando le banche italiane (prima parte)

La Vigilanza BCE sta ristrutturando le banche italiane (prima parte)
Mentre scrivo questa puntata del Diario della crisi finanziaria ho accanto a me il foglio contenente l’elenco delle 15 banche italiane vigilate dalla Trimurti composta dalla Nouy, dalla sua vice tedesca e da Ignazio Angeloni, l’italiano che sulla carta è un consigliere come gli altri ma che, in realtà, è stato ammesso a quella sorta di triumvirato non ufficiale che governa questo organismi che ha visto la luce soltanto nel giugno del 2014. In questi neanche due anni e mezzo di attività ha fatto piangere molti presidenti e amministratori delle banche italiane da esso vigilate e guardate e spesso si tratta di persone che nella maggior parte dei casi sono realmente rotte a tutto ma che non potevano prevedere le conseguenze del combinato disposto tra richieste perentorie della Vigilanza e rischi connessi alle procedure spesso conseguenti di risoluzione della banca da essi guidate, bail in ovviamente incluso!

Seguo rigorosamente l’ordine alfabetico dell’elenco e inizio con Banca Carige che ha completato negli anni scorsi un robusto aumento di capitale, aumento che ha portato i Malacalza al loro ruolo di azionisti di riferimento, ma la banca ligure è sottoposta ora a ben due ispezioni condotte da pattuglie miste di uomini e donne di Bankitalia sotto la guida dei loro omologhi della BCE, una sui conti e l’altra sulla governance. Puntano ad un nuovo aumento di capitale che dovrebbe aggirarsi intorno ai due miliardi, richiesta che sta incontrando molte resistenze dei vertici della banca e dei maggiori azionisti e che ha portato a momenti di frizione tra il presidente del collegio sindacale ed il molto determinato neo presidente dell’istituto di credito, Giuseppe Tesauro, già membro della Corte di giustizia europea, presidente emerito della Corte Costituzionale, nonché a lungo presidente dell’Antitrust, un banchiere che sta dando fondo a tutta la sua profonda conoscenza del diritto per rintuzzare punto per punto le pretese della triade di Francoforte.

La seconda banca dell’elenco è il Monte dei Paschi di Siena, per la quale rinvio a quanto già detto in proposito in numerosissime puntate di questo blog, anche se mi preme sottolineare che in questi giorni è emerso che, a partire dal gennaio di questo anno di disgrazia 2016 vi è stato un deflusso di 20 miliardi circa di depositi e che la liquidità in possesso della banca senese basta appena per coprire le esigenze dei prossimi 29 giorni, una notizia che dovrebbe indurre gli obbligazionisti subordinati, siano essi investitori istituzionali o clientela retail, ad accettare la conversione “a premio” dei bond in loro possesso in azioni, pena il rischio di rimanere con il classico pugno di mosche in mano.

La terza banca, il Banco Popolare, si è mossa in anticipo e ha concordato la fusione con la quinta banca dell’elenco, la Banca Popolare di Milano, ma, nonostante le due banche fossero state caratterizzate ex ante della fusione da significativi eccessi di patrimonio, al Banco Popolare, la banca acquirente, è stato richiesto ed ha già fatto un aumento di capitale da un miliardo di euro più o meno nel periodo in cui sono andati deserti gli aumenti di capitale della Banca Popolare di Vicenza (1,5 miliardi di euro) e Veneto Banca (un miliardo), situazione incresciosa che ha fatto sì che entrambe le banche fossero acquisite dal Fondo Atlante che sta ora studiando, seppure in tempi biblici, la fusione delle due banche, con relativo bagno di sangue del personale e contestuale chiusura o cessione delle numerose sedi sovrapposte. (continua)

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