La crisi nel Pd dopo la batosta nel referendum e le dimissioni di Renzi. Direzione convocata mercoledì. Bersani, “ci impegniamo per stabilità e correzione delle politiche”

La crisi nel Pd dopo la batosta nel referendum e le dimissioni di Renzi. Direzione convocata mercoledì. Bersani, “ci impegniamo per stabilità e correzione delle politiche”

“Tutto è iniziato col 40% nel 2012. Abbiamo vinto col 40% nel 2014. Ripartiamo dal 40% di ieri!”: è Luca Lotti, dopo la dura sconfitta referendaria, che prova a suonare la carica alle truppe renziane. Lo fa ricordando la sconfitta di Matteo Renzi ad opera di Pierluigi Bersani nel 2012. Lo start per la cavalcata che ha portato Renzi da Palazzo Vecchio a Palazzo Chigi, passando per la vittoria delle primarie dell’8 dicembre 2013 e per la vittoria clamorosa alle europee del 2014. Quel 40 per cento, insomma, sarebbe da attribuire al solo Matteo Renzi: “è lui il solo ad essersi speso in prima persona durante la campagna referendaria, lasciato solo dalla minoranza del partito e da molti che si professano renziani della prima o seconda ora”, sottolinea un esponente parlamentare di Sinistra è Cambiamento per il quale, date le premesse “il minimo è riconoscere al presidente del Consiglio almeno questo”.

La provocazione di Nico Stumpo, sinistra: “i capricci lagnosi di qualche ragazzino” vengono alla fine

Parole che stridono, però, alle orecchie della minoranza dem che, in vista della direzione convocata per mercoledì, manda un messaggio inequivocabile al segretario. “Il 40 per cento è stato un disastro. Si puo’ parlare di questa sconfitta in direzione o è lesa maestà? Noi siamo convinti che venga prima il Paese, poi il Partito democratico e infine i capricci lagnosi di qualche ragazzino”. A dirlo è Nico Stumpo, esponente di primo piano della minoranza dem. “Non chiediamo le dimissioni di Renzi”, aggiunge: “è stato lui ad evocarle in caso di sconfitta. Noi vogliamo che si possa parlare in direzione, discutere e confrontarsi senza che ci sia un documento, un foglietto di carta preconfezionato su cui votare. Questo è possibile?”.

Speranza: “mai chieste le dimissioni di Renzi da segretario”

Prima di Stumpo, erano stati Roberto Speranza e Davide Zoggia, deputati vicini a Pierluigi Bersani, a prendere posizione in merito alle voci che parlavano di dimissioni imminenti di Renzi dal partito: “Non ho mai chiesto a Renzi di dimettersi da Palazzo Chigi, figuriamoci se gli chiedo di dimettersi da segretario del Partito democratico”, spiega Speranza invitando il Partito Democratico a farsi carico della “responsabilità di fare da perno alla governabilità del Paese”, ferme restando le prerogative del Presidente della Repubblica sul da farsi. Insomma, sebbene Renzi, nel discorso di mezzanotte, abbia fatto riferimento agli “onori ed oneri” che da oggi spettano al fronte del No per avanzare una proposta alternativa alla sua, la minoranza del partito rimarca come la responsabilità della sconfitta sia dello stesso Renzi e si sfila dalla compagine del ‘remain’ che si sta raccogliendo attorno al presidente del Consiglio: la maggioranza che sostiene il governo fa pressing su Renzi perché ‘congeli’ le dimissioni per il tempo necessario ad approvare la legge di bilancio.

Speranza e Bersani: “Un bene che la minoranza del Pd abbia fatto campagna per il No”

“Non sappiamo quale sia il dibattito che si sta svolgendo in queste ore nella maggioranza di governo”, ribatte Davide Zoggia: “Nessuno di noi sta chiedendo le dimissioni di Renzi dal partito e nessuno lo ha chiesto prima per quanto riguarda il governo”, aggiunge. Ma la discussione “non può partire dal prossimo congresso”, ma deve riguardare il modello di partito che si vuole creare, partendo dalla constatazione che il centro sinistra in Italia, anche quella fetta larga che si è espressa per il no, è ancora rappresentato dal Pd. Con questa convinzione Speranza rivendica come “un bene per il Pd” il fatto che parte del Partito Democratico abbia “fatto la campagna elettorale per il No, consentendo di mantenere il contatto con la grande maggioranza del popolo del centro sinistra che ha votato contro la riforma”. E in serata, a pochi minuti dal consiglio dei ministri, è Pierluigi Bersani a prendere la parola su Facebook per rimarcare il fatto che Renzi, personalizzando la sfida referendaria, abbia disconosciuto nei fatti la carta dei valori del partito: “Come aveva solennemente promesso la Carta dei valori del Pd, nessun governo adesso oserà più impugnare la Costituzione per affermarsi, dividendo il Paese”, ha scritto Bersani. “Nel risultato di ieri c’è qualcosa in più. Avevamo visto per tempo che nel paese si muoveva un’onda di disaffezione e di distacco. Non abbiamo accettato di consegnare tutto questo alla destra. Adesso ci impegniamo per la stabilità e per una netta e visibile correzione delle politiche”, conclude Bersani.

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