La crisi c’è, si vede. Esplodono disuguaglianze sociali. Povertà cresciuta del 141% in dieci anni, compresi i mille giorni di Renzi. Il prezzo più alto lo pagano giovani e famiglie operaie

La crisi c’è, si vede. Esplodono disuguaglianze sociali. Povertà cresciuta del 141% in dieci anni, compresi i mille giorni di Renzi. Il prezzo più alto lo pagano giovani e famiglie operaie

Mentre il presidente-commissario Paolo Gentiloni chiede, a nome di Renzi Matteo, la fiducia per il governo che presiede, non si sa perché, non si sa per quando, arriva una inchiesta sulla povertà, dati elaborati da Openpolis (in collaborazione con ActionAid) per Repubblica.it. Una vera e propria bomba che esce dopo il voto sul referendum. Forse il quotidiano di Largo Fochetti, dopo aver fatto campagna per il sì al referendum, ora è deluso per quanto sta avvenendo a partire dal “governo fotocopia”, così titola a tutta pagina. Il direttore, nell’editoriale, parla di “scelte evitabili che rafforzano diffidenze, gonfiano il qualunquismo e lasciano un retrogusto di furbizia e immaturità”. Insomma siamo ai furbetti del quartierino, la lettera strappacuori scritta da Renzi Matteo, senza stipendio, senza incarichi, è tipica di questo genere di persone.

Lasciamo perdere. I poveri veri ci sono, soffrono. Già Istat qualche tempo fa ha fornito un quadro a dir poco allarmante riguardo alla povertà. L’inchiesta di Repubblica, rielaborando dati Istat e Eurostat, entra nel vivo, un quadro delle diseguaglianze cresciute a dismisura, intere famiglie messe in ginocchio, giovani “snervati e fiaccati”. Negli ultimi dieci anni la povertà si è allargata a macchia d’olio. I mille giorni di Renzi, i bonus tanto reclamizzati, gli interventi di volta in volta reclamizzati dal premier ma mai messi in atto, non hanno non diciamo invertito la tendenza, ma neppure frenato il “fenomeno”. Ora siamo arrivati ad un più 141 per cento rispetto a dieci anni fa. E in questo anno che sta per finire la situazione non è migliorata. Anzi.

4,6 milioni di persone vivono in condizioni di indigenza assoluta

4,6 milioni di persone vivono nell’indigenza assoluta: quasi l’8% della popolazione residente in Italia. Basti pensare che erano poco meno di 2 milioni nel 2005 (il 3,3% del totale). Un incremento che non ha risparmiato nessuna area della penisola: al nord il numero dei bisognosi è addirittura triplicato. Sempre nel 2005 i poveri erano 588mila al nord e poco più di un milione al sud mentre adesso sono rispettivamente 1,8 e 2 milioni circa. Persone che non possono permettersi spese essenziali. Quali sono le persone più colpite dalla “grande recessione” che parte nel 2008 e dalla quale ancora oggi non siamo usciti? Gli zero virgola qualcosa che il governo Renzi  ha “venduto” come la crisi superata per merito suo, non significano che la crisi ormai è lontana e l’avvenire sarà sempre più roseo. L’inchiesta ci dice che “la probabilità di essere poveri è cresciuta soprattutto tra chi si trova ai margini del mercato del lavoro, come i giovani e coloro che sono in cerca di occupazione. Spesso il lavoro – per come si è configurato dopo la crisi – a volte non basta a mettere al riparo da ristrettezze e immiserimenti”. Parlano i numeri: tra le famiglie operaie,  il tasso di povertà è salito dal 3,9 all’11,7 per cento. Il rischio di finire in miseria è aumentato per i lavoratori in 7 Stati Ue su 10. L’Italia è il quarto Paese in cui è cresciuto di più: nel 2005 erano a rischio povertà 8,7 lavoratori su 100, nel 2015, di cui fanno parte i mille giorni di Renzi, il Jobs act di Poletti, confermato ministro: sono diventati 11. Peggio di noi Germania, Estonia e Bulgaria. Tra i lavoratori tedeschi il medesimo rischio è aumentato di oltre 5 punti percentuali. Migliora la situazione in diversi Paesi dell’est Europa, tra cui Polonia, Slovacchia e Ungheria.

Crescono coloro che lavorano poche ore a settimana. Valanga di voucher

Non basta: non solo aumentano i poveri, cresce anche il numero di coloro che lavorano poche ore a settimana. Non è un fatto casuale, il “fenomeno” ha un nome, quello dei voucher. Il numero di chi è occupato meno di dieci ore è cresciuto del 9% dal 2005, e salgono addirittura del 28% quelli che lavorano tra le 11 e le 25 ore. I lavoratori pagati con i voucher erano meno di 25mila del 2008, sono saliti a quasi 1,4 milioni nel 2015. L’inchiesta  porta alla ribalta “particolarità” tutte italiane. Tre record: il più alto tasso di giovani che non studiano e non lavorano (Neet), una delle più basse percentuali di donne che continuano a lavorare dopo la maternità, il raddoppio dei bambini sotto i sei anni che vivono in una condizione di grave privazione materiale.

Tirando le somme un giudizio più che inquietante: dopo otto anni di crisi economica, la povertà non è un “fatto straordinario”, vittime pochi sfortunati. No, si tratta “di un fenomeno di massa e il nostro welfare – afferma Openpolis – concepito in un altro momento storico, sembra poco efficace per contrastarla. Poche risorse vengono destinate alle famiglie in difficoltà, ai senza lavoro e in generale alle situazioni di disagio. Le misure contro l’esclusione sociale sono diverse e frammentate, a volte temporanee, prive di un disegno organico che le tenga insieme”. L’unica iniziativa del governo Renzi, un  progetto di legge già approvato alla Camera a luglio, che si è perso in qualche ufficio, punta a razionalizzare alcuni  interventi. A regime dovrebbero valere 1,5 miliardi di euro per oltre un milione di persone. Ma resterebbero escluse ancora oltre 3 milioni di cittadini.

Esiste anche la povertà  relativa. Il rischio esclusione sociale

Povertà assoluta, non solo. Esiste anche la povertà relativa, le persone in ristrettezze economiche, ma tutti gli “indicatori mostrano la stessa tendenza. Il principale metodo alternativo è contare gli individui che si trovano in povertà relativa”. In questo caso il discrimine tra povero e non povero non è la capacità di acquistare un paniere di beni essenziali, ma una linea di povertà convenzionale, che per l’Istat è la spesa media per consumi pro capite. Se si contano le persone al di sotto della linea di povertà relativa, i poveri sono 8,3 milioni, vale a dire il 13,7% della popolazione (contro l’11,1 del 2005). Dalla povertà assoluta al rischio di  esclusione sociale il passo è breve. Lo dice Eurostat. Agli individui a basso reddito vengono sommati quelli che vivono in situazioni di grave privazione materiale oppure in famiglie a “bassa intensità di lavoro”. Tra 2005 e 2015 la quota di popolazione a rischio povertà o esclusione sociale è passata dal 25,6% al 28,7 per cento. In tutta l’Unione europea, l’Italia ha registrato un peggioramento inferiore solo a quello di Grecia, Spagna e Cipro. Interessanti i dati relativi alle professioni in cui crescono i poveri. I nuclei familiari più in difficoltà sono quelli in cui la persona di riferimento è un operaio o è in cerca di occupazione.

Il disagio sociale  riguarda  il 38,6% delle famiglie

La quota di famiglie in povertà assoluta è quasi raddoppiata. Erano 819mila nel 2005, mentre oggi sono quasi 1,6 milioni, con un balzo dal 3,6 al 6,10%. Su 100 famiglie, 6 non possono permettersi un tenore di vita accettabile. Ma il disagio è ancora più vasto secondo altri indicatori: il 38,6% delle famiglie non può far fronte a spese impreviste (erano il 29% nel 2005). Sono aumentate del 65% quelle che non possono permettersi di riscaldare la propria abitazione e dell’81% quelle che non consumano pasti proteici almeno 3 volte a settimana. Tra le famiglie operaie il tasso di povertà assoluta è triplicato rispetto al 2005, passando dal 3,9% all’11,7% del 2015. È più che raddoppiata la probabilità di trovarsi in povertà assoluta se il capofamiglia è un lavoratore autonomo, mentre è diminuita se si è ritirato dal lavoro. La stessa probabilità rimane contenuta per le famiglie dei colletti bianchi, ma rispetto al 2005 è aumentata di quasi dieci volte.

Il tasso di povertà cresce di oltre tre volte fra i giovani e le donne

Per quanto riguarda la forbice generazionale, fino al 2011 non c’erano grandi differenze tra le varie fasce d’età, e i più poveri erano gli over 65 (circa 4,5% si trovava in povertà assoluta). La crisi ha capovolto questa situazione. In un decennio il tasso di povertà è diminuito tra gli anziani (4,1%) mentre è cresciuto nelle fasce più giovani: di oltre 3 volte tra i giovani adulti (18-34 anni) e di quasi 3 volte tra i minorenni e nella fascia tra i 35 e i 64 anni. Nella fascia d’età tra i 15 e i 29 anni i giovani a rischio povertà sono il 32,2 per cento. Ancora: le famiglie più giovani sono anche quelle più povere. Non può permettersi uno standard di vita dignitoso una famiglia su dieci tra quelle con capofamiglia sotto i 34 anni.  Poi le donne che vivono in povertà assoluta: nel 2009 era  il  4%, nel triennio successivo per le donne si arriva fino al 5,8%, per poi superare il 7% nel 2013, livello su cui si attesta anche nel 2015. Per quanto riguarda gli asili nido il numero è nettamente insufficiente: la percentuale di iscritti è bassa. Oltre l’88% dei bambini tra 0 e 2 anni non frequenta l’asilo nido. Infine il welfare, che riguarda le fasce sociali più colpite dalla crisi.

Welfare dedicato alle fasce sociali  disagiate: siamo fanalino di coda in Europa

Resta molto limitato il welfare dedicato alla fasce sociali che negli anni della crisi hanno visto aumentare il proprio disagio economico. Le spese per famiglie, bambini e diritto alla casa valgono solo il 6,5% della protezione sociale italiana. Per la tutela dalla disoccupazione e dal rischio esclusione, l’Italia spende il 6,5% del budget sociale. In Europa siamo un fanalino di coda: “I gruppi sociali che in Italia hanno subìto di più la crisi – nota l’inchiesta – ricevono meno contributi rispetto ad altri Paesi europei”.

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