Istituto Cattaneo. Il No al referendum ha prevalso tra giovani e persone a basso reddito. Più di un quarto degli elettori del Pd hanno votato No. Compatto il voto dei 5stelle

Istituto Cattaneo. Il No al referendum ha prevalso tra giovani e persone a basso reddito. Più di un quarto degli elettori del Pd hanno votato No. Compatto il voto dei 5stelle

Il no al referendum ha prevalso fra i più giovani e le persone con un reddito inferiore: è il dato più significativo che emerge dall’analisi dell’Istituto Cattaneo di Bologna sul voto di ieri, condotta sull’elettorato della città di Bologna (dove peraltro, complessivamente, ha prevalso il sì) per approfondire le motivazioni sociali ed economiche del voto referendario. L’analisi del Cattaneo, coordinata da Marco Valbruzzi, ha aggregato tutte le sezioni elettorali per fasce di reddito. Nelle sezioni (per lo più periferiche) dove il reddito medio è inferiore a 18mila euro, il no ha preso il 51,3%, in quelle fra 18 e 25mila euro il 47,1%, mentre nelle zone più ricche (oltre i 25mila euro) ha prevalso nettamente il sì, con il no al 40,1%. Stessa operazione è stata fatta scorporando le sezioni elettorali per media d’età. Nei seggi dove l’età media è inferiore ai 45 anni il no ha preso il 51,3%, in quelle tra i 45 e i 50 si è fermato al 47,5%, mentre nelle sezioni con un’età media superiore ai 50 anni ha preso il 44,5%. L’ultimo indicatore sociale preso in esame è stato la presenza di cittadini stranieri. Nelle sezioni dove la presenza di immigrati è superiore al 14% il No ha preso il 51,3%, in quelle zone della città di Bologna dove gli stranieri sono meno del 7% si è fermato al 44,4%.

“Non si scopre nulla di nuovo dicendo che è stata proprio la personalizzazione impressa all’appuntamento referendario da parte del presidente del consiglio a farne un voto pro o contro il proprio governo – scrive il Cattaneo nell’analisi – di conseguenza, molti elettori hanno percepito l’importanza della posta in gioco e sono andati a votare più che in passato (e in maggior numero rispetto alle attese)”. Le differenze territoriali sul voto, aggiunge il Cattaneo “raccontano un film già visto molte volte nel nostro paese: il centro-Nord partecipa di più, il Meridione appare relativamente più disinteressato (anche in un contesto come questo, a forte impatto “politico”)”. Da questo punto di vista, Veneto (col 76,7%), Emilia-Romagna (75,9%) e Toscana (74,5%) sono le regioni che evidenziano i tassi più alti, laddove Calabria (54,4%), Sicilia (56,7%) e Campania (58,9%) rappresentano i fanalini di coda. In tutte le regioni italiane, conclude il Cattaneo, ha votato comunque più della maggioranza degli aventi diritto.

Gli elettorati del Pd e del centrodestra tendono a sfaldarsi mentre quello di M5S appare sempre più compatto. In particolare, l’Istituto Cattaneo rivela che l’elettorato del Pd ha partecipato quasi interamente al voto, con la sola eccezione di Reggio Calabria. Il No ha avuto un’incidenza talvolta marcata. Nelle città del Nord e del Centro inserite nell’analisi il peso della diaspora verso il No varia da un minimo del 20,3% a Firenze a un massimo del 33% a Torino. Al Sud questo peso è in alcuni casi anche maggiore: a Napoli e a Palermo più del 40% degli elettori Pd ha respinto la riforma. Già al referendum sulle trivelle di aprile, il Pd – ufficialmente schierato per l’astensione ma con voci dissenzienti a favore del Sì – aveva perso la sua compattezza. Il voto sul referendum costituzionale – pur maggiormente “politicizzato” rispetto a quello delle trivelle – conferma la presenza all’interno del Pd di una componente minoritaria ma significativa di elettori dissenzienti rispetto alla linea ufficiale della segreteria. L’analisi si sofferma poi su quanto successo al centro, ossia agli elettori che nel 2013 avevano votato per la coalizione Monti (Scelta civica, Udc, Fli). In campagna elettorale, Monti si è espresso a favore del No, mentre altri dirigenti, come Casini, si sono invece espressi per il Sì. L’elettorato di questi tre partiti alle elezioni europee del 2014 si era interamente riversato sul Pd. Si può dire che la scelta referendaria di questi elettori sia in continuità con quella compiuta alle europee: quasi unanimemente, infatti, i centristi scelgono il Sì. Parziali eccezioni sono alcune città del Sud come Palermo, Cagliari e Reggio Calabria.

Passiamo ora alla principale forza del centrodestra, ossia gli elettori che nel 2013 votarono per il Pdl. L’Istituto Cattaneo osserva in primo luogo che il partito di Berlusconi perde una quota abbastanza significativa verso l’astensione: questa non è una novità, visto che già nei precedenti referendum costituzionali la perdita verso l’astensione delle forze politiche guidate da Berlusconi erano state rilevanti. In secondo luogo, si può osservare che la riforma eè riuscita a fare breccia nell’elettorato berlusconiano. E’ una breccia in genere piccola (a Parma, Napoli e Palermo i Pdl pro-riforma sono meno del 20%) ma significativa. E che, in alcune città arriva anche a proporzioni consistenti: a Brescia i berlusconiani favorevoli alla riforma sono il 36,8% e a Bologna superano il 41%, a Firenze arriva al 44%. Arrivando infine al Movimento 5 stelle, se il referendum sulle trivelle di aprile aveva mostrato segni di un consolidamento di questo elettorato, il referendum costituzionale rivela una compattezza granitica. Le perdite verso l’astensione sono – a parte poche città come Cagliari, Torino, Bologna e Parma – trascurabili. Ancor di più lo sono i flussi verso il Sì. Quasi unanimemente gli elettori che nel 2013 avevano scelto il partito di Grillo oggi hanno scelto di opporsi alla riforma costituzionale: in sei città su dieci le percentuali sono superiori al 90%. L’analisi fa notare pure che una delle città in cui i pentastellati, pur rimanendo maggioritariamente contrari alla riforma, si discostano maggiormente da questo pattern è Parma, la città del caso Pizzarotti: qui il 67,7% ha votato No, mentre il 17,4% si è astenuto e il 14,9% ha votato Sì.

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