Israele intensifica gli insediamenti “illegali” dopo la Risoluzione Onu. I palestinesi sperano nella Conferenza di pace di Parigi. Sul conflitto, incombe la presidenza Trump, apertamente filoisraeliana

Israele intensifica gli insediamenti “illegali” dopo la Risoluzione Onu. I palestinesi sperano nella Conferenza di pace di Parigi. Sul conflitto, incombe la presidenza Trump, apertamente filoisraeliana

Il presidente palestinese Abu Abbas ha espresso la speranza che la prossima Conferenza sul Medio Oriente a Parigi riesca a imporre un’agenda politica impegnativa che metta fine agli insediamenti israeliani nei Territori occupati. La decisione di Netanyahu e del sindaco di Gerusalemme di dare seguito agli insediamenti nonostante la Risoluzione del Consiglio di sicurezza che li stigmatizza e di fatto li vieta ha aperto una enorme ferita nelle relazioni internazionali con Israele. Tel Aviv e Gerusalemme stanno realizzando un grosso progetto di costruzione di migliaia di abitazioni, togliendo terra, cibo e spazio vitale ai palestinesi. È una delle ragioni che ha spinto gli Stati Uniti ad astenersi, per la prima volta, sulla Risoluzione che condanna gli insediamenti e ne definisce la sostanziale illegalità in base al Diritto internazionale. Mahmoud Abbas ha parlato martedì, alcuni giorni dopo l’approvazione unanime della Risoluzione nel corso di una manifestazione del suo partito, Al Fatah. Abbas ha confermato che “la Risoluzione Onu è la prova che il mondo rifiuta gli insediamenti, perché illegali, nei Territori occupati, compresa Gerusalemme est. La Risoluzione – ha proseguito il presidente palestinese – getta le basi per ogni futuro serio negoziato, e traccia la strada per la conferenza internazionale di pace che avrà luogo a Parigi il mese prossimo. Speriamo che la Conferenza elabori un meccanismo e un’agenda che pongano fine all’occupazione”.

Tel Aviv e Gerusalemme deliberano nuovi progetti edilizi nei Territori palestinesi. Netanyahu diserta la Conferenza di Parigi

E tuttavia, le autorità di Tel Aviv e di Gerusalemme hanno decretato un progetto edilizio che prevede la costruzione di migliaia di abitazioni nel settore orientale della città santa alle tre religioni monoteiste, nonostante e contro la deliberazione della Risoluzione Onu. Parigi ospiterà la Conferenza di pace il prossimo 15 gennaio, cinque giorni prima del giuramento di Trump come nuovo presidente degli Stati Uniti. Hollande spera di riuscire a convincere gran parte dei Paesi invitati a firmare un documento internazionale che faccia da cornice ai negoziati di pace tra israeliani e palestinesi. Naturalmente, la reazione veemente e irata del premier Natanyahu non si è fatta attendere: l’opposizione di Tel Aviv alla Conferenza di Parigi è totale, al punto che Israele non ci sarà. Al contrario, Netanyahu preme su Abbas per un processo di pace che segua negoziati bilaterali senza precondizioni, a partire ovviamente dalla inconciliabilità tra insediamenti e processo di pace. Abbas, a sua volta, ha rigettato le pressioni di Netanyahu proprio in base alla richiesta di dare priorità alla questione degli insediamenti, da bloccare. La posizione palestinese è sempre stata coerente con la tesi dei due popoli, due stati, considerando la West Bank e Gerusalemme Est – la sede sacra alle tre religioni monoteiste – come parte integrante del loro futuro stato. Ma Israele sostiene che gli insediamenti, insieme con altre questioni centrali, come la sicurezza, debbano essere discussi e concordati nei negoziati bilaterali. Insomma, è un cane che si morde la coda: i palestinesi accusano il governo israeliano di spingere a oltranza gli insediamenti, considerati illegali a livello di Diritto internazionale, e non si accomoderanno ad alcun tavolo negoziale bilaterale, se prima Tel Aviv non pone fine alle costruzioni ebraiche nei Territori occupati. Netanyahu e Israele al contrario pensano di condizionare il processo di pace mettendo i palestinesi dinanzi al fatto compiuto, occupando tutta la terra possibile insediando decine di migliaia di coloni.

La rabbia del presidente israeliano verso Obama e i membri del Consiglio di Sicurezza Onu

Una prova di questa politica scellerata di Israele è la dichiarazione del vicesindaco di Gerusalemme, Meir Turgeman, a capo della commissione che si occupa degli insediamenti: “restiamo del tutto imperturbati dal voto dell’Onu, e di qualunque altra organizzazione che tenti di dettare cosa fare a Gerusalemme. Spero che il governo israeliano e la nuova amministrazione americana ci sostengano, così che possiamo mettere riparo all’assenza di costruzioni imposte dagli otto anni di Obama”. Tra le altre iniziative israeliane per contrapporsi alla Risoluzione e spingere Trump ad avanzare iniziative, anche in sede Onu, per rettificarla, Netanyahu ha convocato per protesta gli ambasciatori dei paesi membri del Consiglio di sicurezza. Poi, ha letteralmente snobbato la premier britannica Theresa May rifiutando di incontrarla al forum mondiale di Davos. E infine ha richiamato gli ambasciatori di Israele in Nuova Zelanda e in Senegal e ha cancellato la visita in Israele del ministro degli Esteri senegalese. E ha messo fine al programma di aiuti di Israele per il Senegal.

L’accusa di Netanyahu: Obama ha orchestrato la Risoluzione contro Israele. Ma con Trump la musica cambierà

Infine, ciliegina sulla torta, ha accusato l’amministrazione Obama di aver scritto e sostenuto la Risoluzione Onu e di averne le prove. Parlando alla Fox news, David Keyes, uno dei portavoce di Netanyahu, ha affermato che fonti arabe, tra altre, hanno informato Gerusalemme del coinvolgimento di Obama nell’avanzare la risoluzione. “Abbiamo informazioni molto attendibili da fonti arabe e internazionali che vi è stata una spinta deliberata degli Stati Uniti, che ha contribuito a creare la Risoluzione”, ha detto Keyes. Ron Dermer, ambasciatore israeliano a Washington, ha poi rincarato la dose di ostilità verso Obama affermando che Israele “presenterà queste prove alla nuova amministrazione attraverso i canali appropriati. Se le vorrà condividere col popolo americano sarà la benvenuta”. Per Dermer, non solo gli Stati Uniti non hanno sostenuto Israele nel voto, ma “era dietro questa iniziativa banditesca contro Israele alle Nazioni Unite”.

Share

Leave a Reply

Your email address will not be published.