Gentiloni comincia male: ministero a Cuperlo che rifiuta. Renzi, versione casa e famiglia, uno schiaffone a Scalfari e si ricandida. Zoggia (minoranza Dem): non può guidare la fase congressuale. Rossi (governatore Toscana): segreteria di garanzia

Gentiloni comincia male: ministero a Cuperlo che rifiuta. Renzi, versione casa e famiglia, uno schiaffone a Scalfari e si ricandida. Zoggia (minoranza Dem): non può guidare la fase congressuale. Rossi (governatore Toscana): segreteria di garanzia

Comincia male Paolo Gentiloni, presidente-commissario per volere di Renzi Matteo. Avrebbe offerto, la notizia non è stata smentita, a Gianni  Cuperlo l’incarico di ministro dell’Istruzione al posto della Giannini, una dei pochi destinati  a lasciare il governo fotocopia. Cuperlo ha detto di no, non voglio che questa proposta appaia come un premio per avere votato Sì al referendum. Pare che altre offerte verranno proposte a esponenti della minoranza, comunque a non renziani che, folgorati sulla via di Damasco, hanno optato per il Sì, magari turandosi il naso. Renzi Matteo non vuole scherzi, appena il tempo di riprendere fiato e via, di corsa, nella “sua” personale campagna per riprendersi il posto di presidente del Consiglio, dato provvisoriamente in affitto a Gentiloni che, come qualcuno ha scritto, sarebbe l’ideologo del renzismo. Avverte che non solo la minoranza bersaniana non ci sta a farsi mettere ancor più all’angolo, quasi fuori dal ring, ma anche altri esponenti si stanno posizionando in vista del Congresso che ora Renzi vuole in tempi molto stretti.

La faccia del bravo ragazzo, il cuore ancora dello scout, senza neppure lo stipendio

Si presenta con due facce, quella del bravo ragazzo, il cuore ancora di scout, tutto casa e famiglia. Nella notte scrive un post pubblicato su Facebook e su Twitter. Un raccontino da libro Cuore, che leggevamo noi da bambini. Scrive che “Torno a Pontassieve, come tutti i fine settimana. Entro in casa, dormono tutti. Il gesto dolce e automatico di rimboccare le coperte ai figli, un’occhiata alla posta cartacea arrivata in settimana tanto ormai con internet sono solo bollette, il silenzio della famiglia che riposa”. Racconta poi di aver “chiuso l’alloggio del terzo piano a Palazzo Chigi. Con me arrivano scatolini, libri, vestiti, appunti”. Dopo il quadretto familiare torna il Renzi spaccone. Canta un inno in cui celebra se stesso, racconta le sue glorie. Sono stati mille giorni di governo fantastici. Qualche commentatore maramaldo di queste ore finge di non vedere l’elenco impressionante delle riforme che abbiamo realizzato, dal lavoro ai diritti, dal sociale alle tasse, dall’innovazione alle infrastrutture, dalla cultura alla giustizia. Certo, c’è l’amaro in bocca per ciò che non ha funzionato. E soprattutto tanta delusione per la riforma costituzionale.

Insiste: un giorno sarà chiaro che la riforma costituzionale serviva all’Italia

“Un giorno sarà chiaro che quella riforma serviva all’Italia, non al Governo, che non c’era nessuna deriva autoritaria ma solo l’occasione per risparmiare tempo e denaro evitando conflitti istituzionali”. Poi presenta il Matteo che torna “semplice cittadino. Non ho paracadute. Non ho un seggio parlamentare, non ho uno stipendio, non ho un vitalizio, non ho l’immunità”. Poi una esclamazione: “Ho sofferto a chiudere gli scatoloni ieri notte. Non sono un robot”. Ma subito torna il vero Renzi, in cerca di una rivincita, di riprendersi Palazzo Chigi, usando il Pd. Richiama l’esperienza scout che ti insegna “che non si arriva se non per ripartire. Ai milioni di italiani che vogliono un futuro di idee e speranze per il nostro Paese dico che non ci stancheremo di riprovare e ripartire”. Infine, in un tripudio di lirismo consegna alla cronaca dei prossimi giorni un messaggio: “Ci sono migliaia di luci che brillano nella notte italiana. Proveremo di nuovo a riunirle. Facendo tesoro degli errori che abbiamo fatto ma senza smettere di rischiare: solo chi cambia aiuta un Paese bello e difficile come l’Italia. Noi siamo quelli che ci provano davvero”.

L’attenzione dell’ex premier tutta concentrata sul partito, la sua ricandidatura

Un messaggio chiaro al Pd, di fatto l’apertura del percorso congressuale che ora vuole a stretto giro di posta mentre prima del referendum tendeva a spostarlo il più lontano possibile. La sua attenzione è tutta concentrata sul partito, su come usarlo, su come emarginare la minoranza, vincere le primarie, segretario e candidato per tornare ad occupare il posto affidato provvisoriamente a Paolo Gentiloni. Uno schiaffone a Eugenio Scalfari che, sconfitto anche lui insieme a Matteo, gli aveva dato un consiglio: “Se vuoi dare una buona prova della tua personalità – scrive  nell’editoriale domenicale di Repubblica – non devi occuparti del tuo partito e delle elezioni che vorresti avvenissero  al più presto. Devi occuparti del bene del tuo paese”. Parole al vento. Lui pensa di essere il bene del paese. Lunedì sarà presente alla riunione della Direzione? O lo ritiene un passaggio inutile, una perdita di tempo? Visto che già è stata stabilita la data in cui si svolgerà l’Assemblea nazionale che dovrà stabilire il calendario congressuale.

Orfini, presidente Pd, ancora deve capire perché è stato perso il referendum

Matteo Orfini, il presidente del Pd dice che “il congresso si svolgerà nei prossimi mesi, realisticamente sarà febbraio marzo. Lì – afferma – non dobbiamo fare solo la conta tra di noi, ma capire e riflettere sul profilo del Pd. Io non penso che tutto quello che è accaduto in questi mesi abbia funzionato perché sennò non avremmo perso il referendum. Dobbiamo capire cosa ha funzionato e cosa no nell’azione del governo. Serve sempre l’autocritica”. Forse, ma non gli viene neppure a mente, non si tratta di “funzionamento”, ma di scelte di politica economica e sociale del tutto sbagliate, della perdita di un rapporto con il “popolo di sinistra”. Singolare il fatto che il presidente del partito non conosca l’ordine del giorno, non sappia chi è il relatore. A fronte del fatto che alcuni quotidiani hanno dato la notizia che  Renzi potrebbe essere assente si è dichiarato ottimista. “Penso ci sarà”. Una certezza invece la offre Renzi quando annuncia che dal 10 di gennaio, con il camper si metterà in moto girando tutto il paese, una road map che unisce campagna congressuale e campagna elettorale. E’ certo di avere la stragrande maggioranza del partito al suo fianco. Ma, forse, ha poco da star sereno anche se ha fatto un patto con Franceschini che avrebbe in mano la maggioranza dei parlamentari. Dalla minoranza e non solo arrivano le prime prese di posizione per quanto riguarda la scelta di Gentiloni presidente del Consiglio voluto dal segretario del Pd. L’area che fa capo a Bersani, a Speranza, aveva  posto la necessità di una scelta “discontinua”, che indicasse un chiaro segno di un cambiamento di marcia.

La minoranza Dem: Serve una svolta nelle politiche a partire da Jobs act, voucher e scuola

Questo segno non è avvenuto. Davide Zoggia, deputato dem riprende il discorso: “Gentiloni – afferma – non rappresenta la discontinuità necessaria. Serve una svolta nelle politiche sociali, se il nuovo esecutivo sarà una copia del precedente non sarà possibile risalire la china. Bisogna cambiare le ricette che non hanno funzionato, a partire da Jobs Act, voucher e scuola”. “Il governo – sottolinea – deve fare le cose necessarie al Paese, senza limiti temporali legati ai desiderata di qualcuno”. Il governatore della Toscana, Enrico Rossi, che  non fa parte di alcuna area di minoranza, conferma la sua intenzione di candidarsi alla segretaria del Pd in contrapposizione a Renzi. “O il congresso apre una dialettica e una discussione vera sulla politica – afferma – sul profilo culturale e sul programma fondamentale del Pd, oppure se si riduce invece ad un altro plebiscito Renzi sì-Renzi no, non vedo come possa interessare la sinistra del Paese”. “Il punto – sottolinea – è che sono cresciute le disuguaglianze ed esiste una sofferenza sociale che si manifesta ad ogni tornata elettorale e ci fa perdere voti a partire dal nostro insediamento elettorale”.

Il modello dell’uomo solo al comando non ha funzionato. Più sinistra nel partito

Per quanto riguarda il Congresso sia Zoggia che Rossi pongono problemi relativi a chi gestisce il partito in questa fase, a partire dal segretario. Dice Zoggia: “Servono regole chiare che garantiscano tutti, un congresso dove si discuta cosa è successo il 4 dicembre e in questi anni di governo, e di come riconnettersi con un popolo di centrosinistra che ha voltato le spalle al Pd. Non vorrei che si andasse a un congresso in fretta solo per la volontà di rivincita di chi ha perso il referendum”. “Il modello dell’uomo solo al comando – prosegue non ha funzionato, né al governo e meno che mai nel partito, che è in condizioni pessime. Noi pensiamo a una squadra, una leadership diffusa. E chiediamo di separare il segretario dal candidato premier. Il segretario per noi non dovrà essere scelto con primarie aperte”. “Andiamo a un congresso anticipato? Allora – afferma – a guidare la fase di transizione non può essere il segretario Renzi, soprattutto se ha intenzione di ricandidarsi. Quando si dimise Bersani nel 2013 arrivammo al congresso con alla guida una figura di garanzia come Epifani”. Enrico Rossi parla di “un congresso vero, di svolta, più sinistra nel partito o perderemo sempre”. “C’è una cosa che dovremmo fare”, prosegue, “ritengo cruciale, come avvenuto con Bersani, sui cui voti raccolti nel 2013 Renzi ha governato, che si vada al congresso con una segreteria di garanzia, che sia super partes”.  Il congresso è già iniziato. Renzi Matteo farebbe bene a tenerne conto.

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