Fine vita. Il caso Walter Piludu e quel diritto di tutti e di ciascuno che viene disatteso, quella volontà che non viene rispettata

Fine vita. Il caso Walter Piludu e quel diritto di tutti e di ciascuno che viene disatteso, quella volontà che non viene rispettata

Ci sono casi, situazioni che si vivono con fastidio, si preferisce ignorarli, nell’illusione che così facendo non esistano, o comunque non ci riguardino, non ci tocchino. Un comportamento miope che, naturalmente, lascia irrisolto il caso, la situazione; anzi, spesso la aggrava. Uno di questi casi ha un nome e cognome preciso: Walter Piludu, morto il 3 novembre scorso per aver rifiutato di continuare a sottoporsi a trattamenti che gli risultavano intollerabili. Il suo caso, la sua vicenda, ce la siamo un po’ tutti scrollata di dosso. Piludu, ex presidente della provincia di Cagliari, colpito dalla Sclerosi Laterale Amiotrofica, dedica gli ultimi anni di vita per conquistare il diritto di poter decidere quando morire, dettando i suoi “messaggi” con gli occhi. Un lungo, e penoso, calvario il suo. “Devo poter decidere quando morire”, rivendica. Scrive al pontefice e ai principali leader politici; spiega che da metà del 2013 è completamente immobilizzato, “vivo con un tubo che collega, 24 ore al giorno, il mio naso a un respiratore meccanico, le mie funzioni vocali sono fortemente compromesse, non avendo più il riflesso difensivo della tosse, mangio e bevo ogni volta con il terrore che qualcosa vada di traverso, generando una situazione terribile di soffocamento”.

Dalla politica nessuna risposta. Da monsignor Vecciu, segreteria vaticana invece un messaggio del papa

Dal mondo politico della politica politicante non è mai arrivata risposta. Un messaggio è invece pervenuto dal sostituto della segreteria vaticana Angelino Vecciu: “Il Papa è rimasto colpito dal fatto che lei, anche in questa tragica situazione e pur non avendo alcuna fede religiosa riesca a dare ancora un senso alla sua esistenza”. In sostanza il caso Piludu, anni dopo i casi di Eluana Englaro e Piero Welby pone la questione di poter decidere se continuare o no a vivere quando l’esistenza è assicurata solo da macchine senza le quali vengono meno le condizioni biologiche necessarie. L’interrogativo posto (e che attende risposta), è: chi, cosa e perché si impedisce la possibilità di poter usufruire di un atto di civiltà che liberi i malati e le loro famiglie da una condizione insopportabile? Il suo caso, in buona sostanza, pone un problema preciso: chi e perché può assumersi la responsabilità di costringere (e condannare) a un dolore senza speranza e soluzione una persona che ha deciso di non voler più soffrire? Piludu fino al suo ultimo respiro si è battuto in nome di una umanità che la politica dei “Palazzi” e del potere sembra aver irrimediabilmente smarrito.

Nel silenzio della politica, l’intervento della giudice tutelare che ritiene legittima la richiesta di “staccare la spina”

Latitante la “politica”, e ancora una volta supplente la magistratura. Il rispetto delle ultime volontà di Piludu è stato reso possibile da una sentenza del giudice tutelare Isabella Delitala (un caso sia una donna?). Il 17 luglio scorso ha stabilito “la legittimità della richiesta di pretendere dai sanitari il distacco dei presidi medici per il sostegno vitale, compresa la ventilazione assistita”. Anche per arrivare a questa sentenza, un faticoso calvario: Walter ha dovuto comunicare alla Asl le proprie volontà con il solo movimento degli occhi e usare  la posta certificata; ma non ha trovato un notaio disposto ad autenticare la sua richiesta. Ad ogni modo, dopo un estenuante tira e molla, la svolta: il distacco dal respiratore è avvenuto “con modalità tali da garantire un adeguato e dignitoso accudimento accompagnatorio della persona”; vale a dire, sotto adeguata sedazione.

Walter Piludu scrive: “perché costringermi ad andare in Svizzera nelle mie condizioni?”

“Sono completamente immobilizzato”, scriveva tre anni fa Walter, “vivo con un tubo che collega, 24 ore al giorno, il mio naso a un respiratore meccanico, le mie funzioni vocali sono fortemente compromesse, non avendo più il riflesso difensivo della tosse, mangio e bevo ogni volta con il terrore che qualcosa vada di traverso, generando una situazione terribile di soffocamento. Mi chiedo e vi chiedo perché costringermi ad andare in Svizzera invece di poterlo fare vicino ai miei affetti, nella mia terra? Ancora, mi chiedo e vi chiedo: se, come temo, non potrò andare in Svizzera, in ragione di insuperabili ostacoli logistici ed emozionali, in quale altro modo potrò realizzare la mia volontà se non col rifiuto di acqua e cibo e, dunque, con una lenta morte per sete e fame?”.

Non si sta parlando di eutanasia, tema certamente controverso e lacerante. Si discute di fine vita: del diritto di tutti e di ciascuno di poter decidere quando interrompere cure quando non c’è più speranza, solo dolore e sofferenza; si sta discutendo della volontà espressa liberamente dal paziente, e del suo diritto a che questa volontà sia rispettata. Spesso si denuncia, non sempre a torto, che la magistratura supplisce e invade il campo della politica. Ebbene: che aspetta la politica a colmare quei vuoti, quelle lacune che poi, inevitabilmente, altri provvedono a riempire?

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