Caso Poletti: con le mozioni di sfiducia, in primo piano il referendum e la proposta di legge presentati dalla Cgil. Ripristino dei diritti dei lavoratori, basta con i voucher, appalti, un tutto unico

Caso Poletti: con le mozioni di sfiducia, in primo piano il referendum e la proposta di legge presentati dalla Cgil. Ripristino dei diritti dei lavoratori, basta con i voucher, appalti, un tutto unico

Giuliano Poletti, nasce a Spazzate Sassatelli, frazione di Imola. Una lunga carriera politica, da assessore Pci al comune di Imola, consigliere Pds alla provincia di Bologna, segretario Pci di Imola, accompagna l’attività professionale. Presidente dell’Esave (Studi e promozione della viticoltura e dell’enologia per l’Emilia Romagna), nel 1989 viene eletto presidente della Legacoop di Imola. Da qui prenderà il volo fino a diventare presidente nazionale di Legacoop. Dopo il Pds non si iscrive a nessun partito. Renzi Matteo lo sceglie come ministro del Lavoro e delle Politiche sociali. Chi  meglio del leader di una grande organizzazione come Legacoop può dare lustro al suo governo? Chi lo conosce sa bene che Poletti spesso usa un linguaggio diciamo “immaginifico”, gli piace non un fatto ma il racconto del fatto, come se fosse davanti a un caminetto o su un’aia di una casa contadina a parlare in piena libertà. Per esempio parlando a VeronaFiera ad un gruppo di studenti dice: “Prendere 110 e lode a 28 anni non serve un fico. Meglio 97 a 21 anni”. Non sapeva che così avrebbe offeso, per esempio, tutti quei giovani che alternano studio e lavoro, magari trovano il modo di fare il cameriere mentre seguono i corsi universitari? Si laureano a 28 anni perché la famiglia non  è in grado di mantenerli agli studi.

Per le  offese ai giovani studenti che se ne vanno all’estero le scuse non bastano

Poi, se ne incontra uno a qualche convegno che gli risponde per le rime, chiede scusa. Quando però, da ministro, sei costretto più volte a chiedere scusa, il linguaggio “immaginifico” diventa una gaffe clamorosa.  Se poi ne hai già detta una devi stare molto attento a non ripeterti. Il detto latino ha ragione “repetita iuvant”. Il ministro infatti qualche giorno prima, quando gli è stato fatto notare che la Cgil aveva presentato tre quesiti referendari che riguardavano il jobs act, i voucher, gli appalti, carne del suo corpo, aveva fatto ricorso alla “saggezza” contadina. E allora, aveva detto, prima si vota per le elezioni politiche e così si annulla il percorso del referndum. Aveva fatto la gioia di Renzi Matteo ma non quella di quasi tutte le forze politiche e anche della minoranza, e non solo, del Pd. Poi ha chiesto scusa ma “voce dal sen fuggita, poi richiamar non vale: non si trattien lo strale, quando dall’arco uscì”, come in un aforisma di Pietro Metastasio. Lui, Poletti, addirittura, dopo aver chiesto scusa ci riprova e questa volta se la prende con i centomila giovani che vanno all’estero per cercare lavoro, un bene dice il ministro “toglierseli dai piedi”. I primi a protestare sono i giovani del Pd.

Iniziativa di Sinistra italiana. Mozioni di sfiducia  alle Camere

Poi arriva una mozione di sfiducia presentata al Senato da Sinistra Italiana, firmata anche da Movimento 5 Stelle, Lega Nord e da alcuni senatori del gruppo misto. A Palazzo Madama se ne discuterà il 10 gennaio. Mozione contro Poletti anche alla Camera, presentata dal M5s, con il capogruppo di Sinistra Italiana, Arturo Scotto che assicura il voto in Aula: “Non abbiamo i numeri a sufficienza per presentare un nostro testo autonomo. In ogni caso, prima se ne va Poletti, meglio è”. In serata arriva Roberto Speranza, candidato segretario del Pd da parte della minoranza bersaniana. Scrive una lunga lettera all’Huffington Post in cui, in sintesi, dice: “Via i voucher o sfiducia”. Se alla Camera il governo non dovrebbe avere problemi con il Pd schierato in massa con il ministro, al Senato un eventuale voto di sfiducia della minoranza Pd, potrebbe creare seri problemi. La lettera di Speranza non ammette scuse. Se non è giustificabile sfiduciare un ministro per una frase infelice – lo dicono anche i renziani – è invece giusto farlo per andare contro il meccanismo dei voucher.

La lettera di Speranza. Dati drammatici sull’uso dei voucher.

“Hai visto gli ultimi dati – scrive Speranza -. Sono drammatici e contraddicono gli intenti del Jobs Act. 121,5 milioni di buoni sono stati venduti nei primi 10 mesi del 2016, per fine anno arriveremo intorno ai 150 milioni. E’ una nuova forma inaccettabile di precarietà”. Ci permettiamo di ricordare, ovviamente non è il caso di Speranza, che i quesiti referendari mettono in discussione il jobs act, l’eliminazione dell’articolo 18, il saccheggio dei diritti dei lavoratori.  L’esplosione dei voucher è una conseguenza del jobs act.  Questo  è il problema.

Il ministro nel frattempo, ignorando l’aforisma di Metastasio, chiede scusa, mi sono espresso male, mi sento male, non volevo dire niente contro i giovani che vanno all’estero, ma non mi dimetto. Trova pieno sostegno da chi, in particolare, è stato, non sappiamo se lo è ancora, consigliere economico di Renzi Matteo, a partire dal sottosegretario Nannicini, nel jobs act c’è molto di suo, così come nell’Ape, quella boiata che prevede che se vuoi andare in pensione prima, devi pagare un mutuo. Oppure di quel Taddei responsabile economico del Pd, cui viene addebitato il jobs act nelle sue parti fondamentali.

La “Carta dei diritti universali del lavoro”, il nuovo statuto proposto da Cgil

Sarà bene ricordare che la Cgil non solo ha raccolto tre milioni di firme sui quesiti referendari. Ha anche presentato con più di un milione di firme una proposta di legge di iniziativa popolare, dal titolo “La carta dei diritti universali del lavoro, un nuovo statuto per ridare dignità e diritti alle lavoratrici e ai ai lavoratori”. Le firme sono state depositate alla Camera, presente la Presidente. Non si può sfuggire, non si possono studiare sotterfugi, cercare pecette con cui  mettere una toppa a leggi inique. Referendum e Carta universale sono un tutto unico.

Contributi ad un giornale diretto da Poletti junior. E’ un’altra storia

Avremmo concluso, se non che, da alcuni giornali, è stato chiamato in causa il figlio di Giuliano Poletti, Manuel, il quale è presidente di  Media Romagna soc.coop., una cooperativa che fa parte di LegaCoop Romagna che si  occupa di comunicazione, ed edita un giornale di cui è direttore lo stesso Manuel Poletti, SetteSereQui. Il giornale di Poletti jr ha ottenuto i contributi pubblici all’editoria. Parecchi: 191mila euro nel 2015, 197mila nel 2014, e 133mila nel 2013. Più di mezzo milione di euro in tre anni. Tutto regolare, si tratta dei contributi della legge dell’editoria, dice Poletti junior. Registriamo l’episodio per dovere di cronaca. Meglio non confondere le acque.

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