Assemblea Pd. Renzi indossa la maschera del marchese del Grillo, “io so’ io e voi non siete un c…”. A Giachetti la traduzione contro Speranza: “hai la faccia come il culo”

Assemblea Pd. Renzi indossa la maschera del marchese del Grillo, “io so’ io e voi non siete un c…”. A Giachetti la traduzione contro Speranza: “hai la faccia come il culo”

La tanto attesa Assemblea romana del Partito democratico ha partorito il topolino del rilancio del Mattarellum, del voto anticipato e del congresso in autunno 2017. Nella relazione introduttiva, il segretario Renzi ha indossato la maschera del marchese del Grillo, il celebre marchese romano che aveva come motto “io so’ io e voi non siete un c….”, rivolgendosi ai delegati come se, di fatto, tutte le decisioni, d’ora in avanti, non sono che vendette per una sconfitta al referendum, che quell’io così narcisista di Renzi proprio non riesce a digerire, sostenendo che 13 milioni di voti per il sì valgono più dei 19 milioni del no. Quei 13 milioni di voti, che egli “ha sognato”, sono diventati realtà e vengono utilizzati come se avesse vinto. Politicamente, s’intende. Come ripeteva il marchese del Grillo, appunto, “io so’ io…”. Insomma, gli italiani lo hanno bocciato, ma lui avverte la sconfitta come una sorta di lesa maestà, e torna a parlare ai suoi fedelissimi. La sua relazione viene messa ai voti. Favorevoli 481 (sui mille aventi diritto), 2 i contrari e 10 gli astenuti. I votanti non rappresentano neppure la maggioranza assoluta dell’Assemblea. Acquisito il voto, Matteo Renzi ha lasciato l’Assemblea, mentra erano ancora in corso gli ultimi interventi.

La relazione introduttiva di Renzi e la strategia del Pd

Nella relazione, dunque, le proposte che egli ha avanzato sono le seguenti: niente congresso Pd, per ora, la conta si farà “secondo i tempi dello statuto”, ma il partito non starà con le mani in mano, non accetterà una “melina” sulla legge elettorale e fin d’ora chiede agli altri partiti di confrontarsi con una proposta molto concreta, il ritorno al Mattarellum. Con un sottotesto: si torni a votare il prima possibile, perché il Pd può ripartire dai 13 milioni che hanno votato sì a dicembre. Matteo Renzi sveste i panni del rottamatore, evita strappi e rese dei conti – senza rinunciare a tirare un paio di bordate ai sostenitori del no in casa Pd, la traduzione in volgare “francese” la lascia a Roberto Giachetti – e gioca un’assemblea molto politica per provare a ripartire dopo la sconfitta del 4 dicembre. Il leader Pd non chiede, per ora e almeno ufficialmente, primarie per la scelta del candidato premier, non mette scadenze al governo Gentiloni (ma lascia a Graziano Delrio il compito di ricordare che prima si vota e meglio è) ma non lascia nemmeno la segreteria e ribadisce un concetto: i 13 milioni che hanno votato sì sono un patrimonio di voti “suoi” con cui “tutti dovranno fare i conti” alle prossime politiche. È certamente “una sconfitta”, ma dalla quale si può “ripartire”, senza bisogno di fare “ritorsioni”.

All’unisono gli interventi della maggioranza 

Gli interventi della maggioranza del Pd sono stati in realtà veri e propri suggerimenti, che sono arrivati da più parti, da Dario Franceschini, dai giovani turchi, ma che in qualche modo hanno spiazzato anche i bersaniani che ieri hanno annunciato la candidatura di Roberto Speranza a un congresso che, al momento, resta fissato per l’autunno 2017, ovvero tra un anno. Il leader Pd non ha risparmiato bordate soprattutto a Massimo D’Alema. L’ex leader Ds non viene mai citato, ma il suo identikit appare chiaro quando Renzi rivendica con orgoglio le riforme fatte durante i “mille giorni” del governo, a cominciare dalle unioni civili. Riforme che “non puzzano (come ha detto appunto D’Alema) e che resteranno”. E ancora, sempre a D’Alema – e a Speranza – va il pensiero di tutti quando il segretario attacca quelli che “festeggiavano non gli exit poll o il risultato del referendum, ma le mie dimissioni: hanno ferito il senso di comunità di questo partito”. Il risultato, ammette Renzi, è stato una “sconfitta inequivocabile, il 41% al referendum è una sconfitta netta. Ho straperso, abbiamo straperso”. Ed ecco quell’io da marchese del Grillo che torna nella relazione: “ho straperso” vuol dire, ribadire, ripetere che quei 13 milioni di voti appartengono al marchese Renzi.

L’io dirompente del marchese Renzi emerge anche quando deve spiegare la sconfitta

E per spiegare la sconfitta non esita a citare un aneddoto di natura molto personale, una lampadina al neon fulminata nella scuola del figlio, dov’era andato per i colloqui con i professori: “L’ho notata, ma poi ho ricominciato a pensare ad altro”. La metafora di un errore politico, perché quel neon spento rappresenta una “dimensione quotidiana” di disagi e difficoltà vissute dai cittadini e che il governo ha trascurato, concentrato sui grandi temi. “Dobbiamo andare a cercare tutti i neon che non funzionano”. Niente “tour in camper”, ha assicurato, come fece prima delle primarie del 2012, ma “una campagna di ascolto”, un lavoro da “talent scout”. Renzi girerà l’Italia per riprendere, o forse è meglio dire prendere davvero, in mano le redini del partito. Un percorso che prevede comunque il voto in tempi brevi, ma questo lo fa dire a Graziano Delrio: “Il Pd vuole andare a elezioni al più presto, fatta la legge elettorale”. Ovviamente, “non intendiamo interferire con le prerogative del capo dello Stato”. E anche Ettore Rosato dice che “il tempo del voto è vicino”. Il dibattito non riserva sorprese, sminato il percorso dalla bomba del congresso anticipato nessuno vuole aprire altri fronti. Solo Enrico Rossi, governatore della Toscana, critica apertamente il segretario e chiede di andare al congresso subito. Richiesta che arriva anche da Gianni Cuperlo. Per i bersaniani parla Guglielmo Epifani, che sollecita una “assemblea programmatica” per discutere e invita a non mettere date di scadenza al governo. Il rilancio del Mattarellum trova i consensi di molti, anche se Andrea Orlando mette in guardia dal “maggioritario muscolare”. Lo schema dell’alleanza viene rilanciato dallo stesso segretario Pd, con un esplicito riconoscimento al lavoro di Giuliano Pisapia. Si vedrà se la proposta avrà ascolto in Parlamento, ma intanto serve a ricompattare il partito.

Epifani parla a nome dell’area bersaniana: “conferenza programmatica”

Per Guglielmo Epifani, che ha parlato a nome della minoranza bersaniana, “il segretario non ci propone di fare il congresso adesso, ne capisco i motivi ma dobbiamo capire come organizzare una discussione anche fuori dal congresso, una conferenza programmatica che parta dal basso: non abbiamo bisogno di un congresso per contarci ma per favorire la partecipazione”. E sul governo ha aggiunto, “più che una data poniamoci un problema di qualità del lavoro che fa il governo, abbiamo bisogno che faccia bene perché non è di altri, è nostro, se non fa bene lo pagheremo”.

Cuperlo: “discutere come mai prima”

“E’ stato un voto molto politico, una parte larga del paese ha bocciato la riforma, è caduto il governo, adesso abbiamo bisogno di discutere come non abbiamo fatto mai da quando il Pd è nato, e leghiamo la discussione alla condizione del paese, che è grave, a cominciare da una capitale dove l’unica autorità morale rimasta è oltre Tevere” ha detto Gianni Cuperlo. Ha poi aggiunto: “Non dobbiamo dividerci sul chi comanda qui dentro, serve una ricostruzione e sono d’accordo: nessuna rivincita”.

Durissimo Francesco Boccia: “relazione con tutto e il suo contrario. Avanti così e si schianterà tutto il Pd. Congresso subito”

“Resto con l’amaro in bocca per il voto chiesto su una relazione in cui c’era tutto e il contrario di tutto. Non ho votato come tanti altri. Segnalo che ha votato meno del 50% dell’assemblea”. Francesco Boccia, presidente della Commissione Bilancio della Camera, pur apprezzando alcuni passaggi dell’intervento dell’ex presidente del consiglio, critica il metodo adottato: “Se il segretario va avanti così, dopo essersi schiantato lui rischia di far schiantare tutto il Pd. Non si può votare una cosa in cui si dicono tante e tante cose. Continua lo stile di guida: si corre e quando si arriva a una curva si accelera invece di frenare poi si esce fuori strada, si rientra nella macchina scassata e si ricomincia a correre. Questo modo di fare non ci porta da nessuna parte per questo penso che serva un congresso”, continua, “se c’è paura di farlo lo si dica; se si teme una lacerazione si faccia un confronto sulle idee e quando avremo due, tre mozioni decideremo. Così no”.

Il caso Giachetti, che rivolto a Roberto Speranza e alla minoranza, afferma “Hai, avete, la faccia come il culo”. Gotor: “toni da squadrista d’operetta”

Indegno dell’assemblea l’intervento di Roberto Giachetti, non nuovo ad attacchi sconsiderati. “Sulla legge elettorale mi sembra di trovarmi al gioco dell’oca. Ovviamente penso che il Mattarellum sia una legge straordinaria e importante. Ancora in queste ore rimango leggermente allibito quando leggo il novello Davide Roberto Speranza dire che è una sua proposta. Ho cercato parole ortodosse per dire cosa io penso. E penso: Roberto Speranza, hai la faccia come il culo. Quando avevi la possibilità di votare il Mattarellum alla Camera eri il capogruppo e hai detto no”. Sentite queste parole, si vede Matteo Renzi mettersi le mani nei capelli. Una parte della platea applaude con vigore il vicepresidente della Camera ma una decina di delegati presenti in assemblea Pd insorgono e lasciano la sala tra urla e proteste. La replica arriva a stretto giro di minuti da parte di Miguel Gotor, senatore molto vicino a Bersani e a Speranza: “Il vicepresidente della Camera, e sottolineo il ruolo istituzionale, con la volgarità del suo intervento rivela di essere un mediocre provocatore chiamato a responsabilità politiche più grandi di lui. Il Pd non ha bisogno di questi toni da squadrista d’operetta”.

Il finale previsto, le minoranze abbandonano l’assemblea e non votano la relazione del marchese Renzi

La minoranza ‘bersaniana’ del Pd ha deciso di non partecipare al voto sulla relazione di Matteo Renzi in assemblea, perché votare No avrebbe voluto dire bocciare anche la proposta del Mattarellum, contenuta nell’intervento di Renzi. Dunque, la decisione di non votare nasce dalla scelta di non dire No in blocco alla proposta del segretario, Mattarellum incluso. Quanto ai cuperliani, invece, la scelta di non votare, spiegano, è un segnale di apertura e apprezzamento dei toni di autocritica di Renzi. Ma anche Sinistra Dem non condivide in toto la scelta del segretario e chiede un’analisi più profonda e il congresso prima delle elezioni.

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