Almaviva. Nelle feste di fine anno un pensiero ai 1666 lavoratori licenziati. Noi siamo con loro. Una scandalosa vicenda: si vergognino padroni e governo. Uno sfregio alla Costituzione. La Cgil dia battaglia

Almaviva. Nelle feste di fine anno un pensiero ai 1666 lavoratori licenziati. Noi siamo con loro. Una scandalosa vicenda: si vergognino padroni e governo. Uno sfregio alla Costituzione. La Cgil dia battaglia

Angoscia. Senti le grida delle lavoratrici  di Almaviva, licenziate insieme ai loro colleghi, in tutto 1666 persone, alla vigilia della fine d’anno. Una vicenda scandalosa, dovrebbero vergognarsi i padroni e il governo, il ministro allo Sviluppo economico, Calenda e la viceministra Teresa Bellanova. Angoscia ti provoca sentire grida disperate, facce stravolte dal dolore e dalla rabbia, con un sindacalista, mi pare della Uil, che non sa che dire, balbetta. “Ora chi ce lo dà da mangiare, che diciamo ai nostri figli, tanti sacrifici per far vivere Almaviva, voi sindacati che avete fatto?”. Ci fermiamo qui. Ti viene un groppo alla gola, ricordi che l’articolo con cui si apre la Costituzione afferma che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Forse ci siamo sbagliati, ci abbiamo creduto. Alla luce di quanto sta avvenendo, di cui Almaviva è solo la punta di un iceberg, andrebbe riscritto che la Repubblica è fondata sui licenziamenti, sugli esuberi. Ci sono, proprio al ministero dello sviluppo economico, tante vertenze, licenziamenti in vista. Calenda e la viceministra si trastullano con Industria Quattro punto zero. I media ignorano, o quasi, la vicenda Almaviva. Un titolo a una  colonna in cronaca e poi niente più. Neppure una parola, non diciamo sui licenziamenti sarebbe troppo pretendere da scriba che come detta il padrone scrivono.

Le lettere di licenziamento proprio alla fine dell’anno erano già pronte

Ma, perlomeno, un “rimprovero” per avere inviato le lettere proprio alla fine dell’anno quando si fa festa, o meglio si vorrebbe far festa, perché in questa Italia c’è poco da festeggiare. No, neppure questo. L’aridità tipica di padroni che prendono, sfruttano, buttano. Non lo accettiamo. Chiediamo alla Cgil, in primo luogo, che inviti gli italiani a ricordare nelle manifestazioni della mezzanotte le lavoratrici e i lavoratori di  Almaviva, un pensiero, un sostegno alla lotta che dovrà continuare. A Roma in primo luogo dove questi lavoratori vivono, operano in un grande palazzo, hanno prodotto ricchezza che ora emigra in altri paesi, altri lavoratori da sfruttare. A Roma dove uno degli argomenti della polemica politica è stato proprio il “concertone” di fine anno. Chiediamo a quei giornalisti che sono stati protagonisti di un angosciante “si farà o no il concertone”, “ci saranno i big della canzone”, di dedicare qualche riga ai 1666 dell’Almaviva. Non può finire così.

Niente da dire da parte del premier che vede l’Italia in pieno sviluppo ?

Niente da dire da parte del neo presidente del Consiglio? Nella conferenza stampa di fine anno ha descritto una Italia in pieno sviluppo, settecentomila occupati in più, il dato è fasullo ma prendiamolo per buono. Con l’inizio dell’anno saranno settecentomila meno 1666. Non ci stiamo. Dirà qualcosa il presidente della Repubblica, tutore di una Costituzione che perde pezzi nella realtà di ogni giorno? Sarebbe troppo pretendere che pronunci la parola “Almaviva”, ma speriamo difenda l’articolo fondante della Costituzione, il lavoro. Quella Costituzione che milioni di italiani hanno difeso con il referendum, dicendo no a chi ha provato a stravolgerla. Ora con i quesiti referendari posti dalla Cgil si vuole difendere il lavoro, la dignità e i diritti dei lavoratori.

La viceministra Bellanova insulta le Rsu, dimentica il suo passato

A tutto questo viene da pensare quando leggiamo dichiarazioni come quella della viceministra Bellanova che ha avuto  il coraggio di addossare alle Rsu della sede romana la responsabilità dei licenziamenti. Rsu che hanno fatto solo il loro dovere, quello di non accettare una “ipotesi” di intesa in cui era già previsto che, in caso di mancato accordo, entro marzo si sarebbe proceduto ai licenziamenti. Come dire o accettate, con i lavoratori che avrebbero da subito dovuto accettare pesanti condizioni dal punto di vista economico e  delle condizioni di lavoro, con l’incognita che nel frattempo, magari, qualche licenziamento sarebbe potuto partire. Le lettere erano pronte. Un accordo simile era stato firmato da Cgil, Cisl, Uil e accettato dalle Rsu di Napoli. Ricordiamo una frase di Luciano Lama con il quale abbiamo avuto un duplice rapporto, come giornalista e, poi, come responsabile della comunicazione Cgil e come dirigente del sindacato informazione  e spettacolo, Filis Cgil si chiamava allora.

Diceva Lama: la parola licenziamento non fa parte del nostro vocabolario

Diceva Lama, non un pericoloso rivoluzionario ma un grande dirigente sindacale, che la parola “licenziamenti” non faceva parte del vocabolario sindacale. Teresa Bellanova, che pure, se non andiamo errati, è stata dirigente della Cgil, ha dimenticato il passato, l’ha cancellato. Le Rsu non sono un organismo autonomo, rispondono ai lavoratori e al sindacato di categoria. Una decisione come la firma di una ipotesi di accordo non si può prendere a cuor leggero, come volevano Cisl e Uil. Si dovevano pronunciare i lavoratori. Hanno detto sì, con il cuore stretto, l’orgoglio operaio messo in secondo piano rispetto al posto di lavoro, anche se non vi era certezza. Ma Almaviva, adducendo motivazioni pretestuose, non ha recepito la richiesta di dare attuazione alla intesa raggiunta per la sede di Napoli. Il ministro e la viceministra hanno stretto le spalle. Il sindacato Cgil ha giudicato “grave” quanto avvenuto. La denuncia non basta. Si può dire che sia un atto dovuto. Perché  dietro quella ipotesi  di intesa  si nascondeva un bluff: i licenziamenti erano già pronti, già decisi, le lettere già scritte. La Cgil porta una grande responsabilità. Proprio quei quesiti referendari per i quali la Consulta è chiamata a  decidere non sono altra cosa dalla drammatica vicenda che stanno vivendo i 1666 di Almaviva. Noi, per quel poco che conta, siamo con loro.

Share

Leave a Reply

Your email address will not be published.