Usa. Verso le elezioni dell’8 novembre. Clinton in difficoltà per il mailgate. Trump si avvicina pericolosamente

Usa. Verso le elezioni dell’8 novembre. Clinton in difficoltà per il mailgate. Trump si avvicina pericolosamente

L’ultima settimana di campagna elettorale si è aperta all’insegna della controffensiva dei democratici, dopo che la penultima si era conclusa con il micidiale intervento del capo dell’FBI, James Comey, che aveva reso pubblico l’avvio di una indagine federale su una sterminata quantità di email (circa 650.000), che getterebbero ombre sinistre su alcuni dei più stretti collaboratori di Hillary Clinton: Huma Abedin e il suo ex marito Anthony Weiner. L’esplosione di questa bomba a una decina di giorni dal voto ha avuto l’effetto prevedibile: ha incrinato la fiducia nella candidata democratica e ridato fiato all’annaspante Donald Trump, che i sondaggi a lui meno sfavorevoli davano distanziato di almeno cinque punti.

L’effetto emailgate è stato quello di dimezzare il distacco. E se oggi ci sono istituti, come Reuters/Ipsoa, che vedono Hillary ancora consistentemente davanti a Donald (49-44), altri, come Washington Post/ABC, non sospetti di trumpismo, certificano un vantaggio vicino alla parità (46-45), con l’aggiunta di un sensibile svantaggio dei democratici (42-46) in uno stato importante come la Florida. Ora i democratici, dopo il comprensibile stordimento per la botta sferrata da Comey, partono alla controffensiva.

La rimonta di Trump era già in atto prima delle rivelazioni dell’FBI ed è un normale gioco quasi ad arte montato dai sondaggisti quello di esaltare, quando si è in vista del traguardo, la rimonta del concorrente molto distanziato. Ma la mossa di Comey ha accelerato questa tendenza, tanto da suggerire l’immagine di un testa a testa, che per molti istituti è in realtà, ad ora, più ipotetico che reale. Comunque la partita si è riaperta e nel campo democratico ora si è passati all’offensiva su quattro fronti.

Il primo, il più squisitamente politico, è quello che ha visto uno degli esponenti più importanti del partito democratico, Harry Reid, capogruppo dei senatori, attaccare frontalmente Comey accusandolo di di usare due pesi e due misure (double standard), in sostanza di aprire indagini sulla Clinton, risparmiando Donald Trump. In effetti, se una certezza si può avere in queste ore è che sull’ultimo scampolo di campagna elettorale peserà solo l’effetto annuncio di Comey (650.000 email da analizzare, chissà cosa contengono) e non il merito e il senso di questa sterminata mole di corrispondenza. Tutto questo lo si saprà quando alla Casa Bianca si sarà già insediato il nuovo presidente.

Il secondo fronte offensivo, direttamente collegato al primo, è quello che ripropone il tema di forti e dubbi legami fra Donald Trump e Vladimir Putin. E’ sempre Reid che solleva il sospetto di un atteggiamento equivoco da parte dell’FBI, che sarebbe in possesso di una scottante documentazione, che Comey non rivelerebbe per non danneggiare Trump. E Hillary rilancia, accusando l’FBI di avere le prove di uno stretto rapporto fra il candidato repubblicano e Putin, ma di non volerle rendere note.

Poi, mentre, curiosamente, da qualche giorno si è esaurita la coda delle donne che hanno denunciato Trump per molestie sessuali (ma la corsa si riaprirà nei prossimi giorni), il miliardario repubblicano torna ad essere bersaglio di pungenti attacchi per i suoi rapporti col fisco e la gestione delle sue aziende.

A Trump era stato contestato di non aver pagato le tasse per quasi un ventennio, grazie a complesse norme che esentano dal contributo fiscale gli imprenditori che hanno aziende in perdita, insomma utilizzando scappatoie (loopholes) legali: accusa che lui non solo non aveva respinto, ma aveva sventolato con orgoglio.

In effetti, se Trump poteva dire di non aver pagato un centesimo, era perché “nessuno di quelli che hanno concorso alla vittoria nelle presidenziali conosce il sistema fiscale meglio di me e io sono il solo che potrebbe rimetterlo a posto”. E aveva polemicamente replicato alla Clinton: “Se queste leggi non ti piacciono, perché non le hai cambiate quando eri al governo”.

Ma se il mancato pagamento delle tasse statali si può ascrivere all’astuzia di Trump, pesa, nel giudizio di molti, il fatto che lui sia l’unico candidato da vari decenni a questa parte a non aver reso noto la sua dichiarazione dei redditi prima e durante la campagna elettorale. Ora però, il New York Times rivela che la partita delle tasse potrebbe riaprirsi sul piano federale, ove la disciplina fiscale è diversa da quella dei singoli stati. Si tratta di sospetti alimentati da un ulteriore esame della documentazione e che nei prossimi giorni potrebbero trovare qualche conferma.

Così come problemi a Donald Trump potrebbero dargli le notizie del mancato pagamento di analisti elettorali al suo servizio e persino gli agenti immobiliari che lavorano nelle sue aziende. Difficile valutare la portata e la consistenza di queste notizie, ma tutto concorre a delineare la figura del candidato repubblicano come di un imprenditore che mette alla frusta dipendenti e collaboratori (compresi persino imbianchini e addetti alla pulizia) e poi non li paga.

 Va detto che l’immagine di un uomo tanto abile nell’eludere le tasse e nel fregare i dipendenti, senza pagare il fio, è di quelle che da sempre affascinano l’elettorato di destra (anche in Italia). E questo spiega perché questi capitoli della campagna elettorale non scalfiranno che marginalmente le convinzioni dei supporters di Trump, a differenza degli scandali sessuali che invece qualche risultato – specie nell’elettorato femminile – lo hanno ottenuto.

 Di fatto, per tornare ai sondaggi, quest’ultima settimana parte con i due contendenti molto più vicini di quanto non fosse prima della bomba Comey. Più vicini, ma ancora distanziati quel tanto che basta ad accreditare Hillary come candidato vincente per il 77,8% degli americani (quindi anche molti che votano Trump non credono nella vittoria del loro beniamino). Questa percentuale è però calata in pochi giorni di oltre sette punti (era all’85 la settimana scorsa).

Inoltre a favore della Clinton ci sono le schede di chi ha già votato per corrispondenza: sono oltre 22 milioni e gli esperti attribuiscono in questa significativa fetta di elettorato un sensibile vantaggio alla candidata democratica.

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