Renzi alimenta lo scontro con Juncker, strizza l’occhio agli antieuropeisti. Padoan prende le distanze. La manovra non regge. Cgil: “Si continua ad assegnare bonus, anziché creare lavoro e diritti”

Renzi alimenta lo scontro con Juncker, strizza l’occhio agli antieuropeisti. Padoan prende le distanze. La manovra non regge. Cgil: “Si continua ad assegnare bonus, anziché creare lavoro e diritti”

Stucchevole. Solo così si può definire questo botta e risposta fra Renzi Matteo e Jean-Claude Juncker che non sembra avere più fine. L’oggetto della tenzone, per fortuna senza l’uso di lance e spade, la legge di Bilancio e il decreto fiscale che l’accompagna. In particolare, l’uso della flessibilità, la possibilità di accrescere il debito pubblico per far fronte alle emergenze dovute al terremoto e alla accoglienza dei migranti. Già dato, dicono a Bruxelles. 19 miliardi puntualizza Juncker.  Renzi Matteo si scatena. La legge di Bilancio e il decreto fiscale hanno caratteristiche molto elettorali. Mance e mancette a piene mani finalizzate alla campagna referendaria hanno bisogno della copertura finanziaria che non c’è. La si trova accrescendo il debito. E il premier mette in campo l’esigenza di approntare un piano per mettere in sicurezza tutte le scuole, gli edifici pubblici. La Commissione Ue vuole vederci chiaro. Perché il testo della legge è molto pasticciato. La stessa Corte dei Conti nell’audizione da parte delle Commissioni Bilancio e Finanze di Camere e Senato in seduta congiunta ha parlato, a proposito della copertura delle spese, di “taluni elementi di problematicità che inducono a qualche approfondimento”.

Bruxelles: “Non siamo una banda di tecnocrati e burocrati”. “Dimensione politica”

Renzi non può vedersi mettere in discussione la manovra, già sottoposta a forti critiche proprio nelle audizioni delle Camere. Non solo, arriva un nuovo attacco dalla Cgil che conferma un giudizio negativo: “La legge di Bilancio è priva di strategia, non risponde alle esigenze del Paese”, afferma l’ordine del giorno approvato dal Direttivo della Confederazione. E Juncker dopo quel “me ne frego” pronunciato a proposito delle continue critiche di Renzi ribadisce che “non siamo una banda di tecnocrati e di burocrati”, sottolineando la dimensione “politica” della Commissione europea da lui presieduta. Il presidente dell’esecutivo continentale ha fatto riferimento alla importanza di “guardare la realtà degli Stati membri” nell’interpretazione e applicazione del Patto di stabilità con la necessaria flessibilità, anche se non bisogna “tradire i principi del Patto, che comunque funziona”. A Juncker brucia l’accusa di “burocrate”, risponde per le rime e, come si fa con gli scolari un po’ discoli, intervenendo alla apertura dell’anno accademico del College of Europe, afferma: “Non bisogna perdere la pazienza, in Europa i progressi si fanno molto lentamente ma si fanno. Ogni volta che il continente è stato in pericolo – dice  il lussemburghese – gli europei hanno trovato un rimedio”. Renzi non la prende bene, prende carta e penna si diceva una volta, risponde immediatamente aprendo una nuova fase nella sua battaglia personale: “Il tempo dei  diktat è finito. Noi – ha detto, parlando ad Alessandria, referendum in primo piano – non intendiamo fare sconti a nessuno e tutto ciò che serve per l’edilizia scolastica viene prima della stabilità dei funzionari di Bruxelles”.

La Commissione Ue  valuta lo stato dell’economia nei singoli paesi

Di nuovo i “funzionari” di Bruxelles, i quali, fra l’altro, insieme ad altri “funzionari” daranno mercoledì una valutazione sullo stato dell’economia dei singoli Paesi, poi il 16 arriverà una valutazione sulla manovra del governo italiano. Di questo è consapevole il ministro Padoan che se la deve vedere proprio con i “funzionari” con i quali Renzi ha ingaggiato la tenzone. Il ministro, facendo finta di non accorgersi dello scontro in atto, parla di “dialogo costruttivo”. Quasi chiede a chi lo intervista: “è successo qualcosa?”. Una presa di distanza da Renzi Matteo il quale pare non l’abbia presa bene. Perché la  battaglia personale ingaggiata contro Juncker fa parte della sua campagna elettorale, cercando  di incrociare le pulsioni antieuropee che circolano in Italia. Certo Padoan non lesina le lodi per il capo del governo, ci mancherebbe, ma afferma con lo sguardo volto alle riunioni dell’Eurogruppo e dell’Ecofin che si stanno tenendo in questi giorni: “Permettetemi di rivendicare che la svolta delle politiche della Commissione Europea c’è stata anche, e io direi forse soprattutto, grazie all’azione che la presidenza italiana del 2014 ha fatto dal punto di vista delle priorità economiche. La flessibilità legata alle riforme e agli investimenti sono il frutto di quel dibattito”. Proprio l’esatto contrario di quanto afferma Renzi, il quale usa il “bersaglio Juncker” anche per mettere le mani avanti addebitando ai “burocrati” europei fissati sulla austerità se la legge di Bilancio è proprio poca cosa. Cerca di prevenire le critiche che sono già forti, come dicevamo, riferendoci alla Cgil in particolare, ma che vengono dalle audizioni nelle Commissioni di Camera e  Senato, dagli emendamenti, un migliaio, che sono stati presentati. Padoan fa finta di ignorarli ma restano sul tappeto.

Passata la sbornia referendaria la manovra tornerà in primo piano

Passata la sbornia referendaria alimentata dal vino delle vigne di Rignano, la manovra tornerà in primo piano, quasi certamente si andrà ad una correzione in primavera, come è avvenuto più volte nel passato. Il Direttivo della Confederazione di  Corso d’Italia ha approvato due ordini del giorno, sul confronto con il governo sulla previdenza esprimendo una valutazione positiva su quattordicesima e no tax area, negativo all’Ape generale. “La vertenza – afferma l’odg – continua”. Un altro valuta la legge di Bilancio nel suo complesso confermando la critica di fondo: “Non crea occupazione, non risponde insieme al decreto fiscale, alle urgenze del Paese – è scritto nel documento approvato – si conferma l’assenza di una strategia adeguata a uscire dalla crisi, a ritrovare una crescita sostenuta, a ridurre le disuguaglianze e, soprattutto a ricreare occupazione giovanile, femminile e nel Mezzogiorno”.

Di seguito pubblichiamo ampi stralci  del  testo diffuso da Rassegna Sindacale

“Lo stesso governo – afferma la Cgil – ammette implicitamente che il risultato programmatico delle misure che intende mettere in campo sarà una crescita molto modesta (1% di Pil nel 2017), però poco credibile anche secondo le principali istituzioni nazionali e internazionali e, al tempo stesso, comunque del tutto insufficiente a recuperare i livelli precedenti alla crisi, oltre che inferiore a tutte le altre economie avanzate incluse quelle europee. Un disegno di legge che assume tratti propagandistici, se non addirittura elettorali, senza una visione di sviluppo e di lungo periodo. Benché siano ormai tre anni in cui la cosiddetta ‘austerità flessibile’ ha dimostrato di non funzionare, il governo insiste con una politica economica ancora di tagli alla spesa pubblica e riduzione dei costi alle imprese, anziché prevedere maggiori investimenti pubblici (per i quali se ne programma ancora una volta la riduzione)”.

Per la Cgil “si continua ad assegnare bonus, anziché creare diritti. Si scommette su decontribuzione e defiscalizzazione del lavoro, oltre che deregolazione, anziché creare direttamente occupazione”. Le imprese, a fronte di circa 15 miliardi di euro di sgravi e incentivi fiscali a pioggia nel biennio 2015-2016 (più altri 20 miliardi tra impegni della scorsa legge di Stabilità, compresa il taglio delle imposte persino sui profitti, e nuove misure in legge di Bilancio), sinora hanno restituito solo 2 miliardi in investimenti fissi all’economia nazionale, secondo i calcoli di Corso d’Italia: “Manca una vera politica industriale e le uniche misure selettive sono quelle legate all’innovazione e alla sostenibilità, come da tempo ha suggerito la Cgil, anche nel confronto istituzionale sul piano Industria 4.0”.

Risorse insufficienti   per il rinnovo dei contratti pubblici. Non va meglio nel privato

Le risorse per il rinnovo dei contratti pubblici “sono ancora insufficienti”, così come i fondi per il turn-over occupazionale nella Pa e i rinnovi dei precari. Non va meglio nel privato, con unica misura di sostegno la detassazione del salario di produttività di secondo livello: “Non è previsto alcun supporto ai contratti collettivi nazionali di lavoro, che invece sono l’unica garanzia di aumento generalizzato dei salari e, perciò, della domanda interna, nonché di regolazione della concorrenza tra le imprese”.

Il Piano del Lavoro per uscire dalla crisi e riformare il modello di sviluppo

La Cgil rilancia il suo Piano del lavoro, “come strategia per uscire davvero dalla crisi e riformare il modello di sviluppo del Paese”. In questi anni, ricorda il direttivo, “sono state realizzate alcune esperienze positive di programmazione negoziata e di contrattazione dello sviluppo a livello regionale e territoriale ispirate dal Piano del Lavoro e da Laboratorio Sud, anche se con spostamento di fondi già esistenti, senza poter contare sulla previsione di risorse straordinarie aggiuntive. Ora più che mai, a livello nazionale occorre un Piano straordinario per l’occupazione giovanile e femminile”. In legge di bilancio l’unica nota positiva è “l’accoglimento delle nostre proposte sul sostegno fiscale ai lavori di messa in sicurezza antisismica ed energetica”.

Sul confronto col governo sul tema pensioni un giudizio con luci ed ombre

Sul confronto sul governo in tema di pensioni il giudizio è più articolato, con luci e ombre. La Confederazione riassume i risultati positivi: “L’unificazione della no tax area, l’aumento e l’estensione della platea delle quattordicesime, legate alla storia contributiva. È questo – aggiunge – un risultato necessario, dopo anni di non rivalutazione delle pensioni che deve trovare il suo completamento in un sistema stabile di rivalutazione. Così come sono positive le soluzioni individuate sulle ricongiunzioni contributive, l’eliminazione strutturale delle penalizzazioni sulle pensioni di anzianità, il cambiamento della legge sui lavori usuranti per renderla fruibile, insieme alla cancellazione della finestra mobile e dell’attesa di vita”.

Se aver introdotto 41 anni di contributi come riferimento per l’anzianità è “senz’altro positivo”, al contrario il capitolo sui lavoratori precoci “è certamente lontano dall’obiettivo che ci eravamo proposti, e soprattutto distante dalle aspettative suscitate. Infatti pur avendo determinato un’area di lavori gravosi ampia, ancora tanta strada serve fare per affermare che i 41 anni sono sufficienti per il riconoscimento della pensione di anzianità”.

 L’Ape scarica sui pensionati le sbagliate rigidità del sistema

Poi il passaggio sull’Ape, l’Anticipo pensionistico. “Il riferimento legato all’Ape sociale, (come più volte detto un ‘super-ammortizzatore’ per affrontare alcune emergenze), è stato però reso molto labile dall’introduzione dei due vincoli (36 anni di contributi e 6 anni di consecutività), che diminuiscono di molto, a nostro avviso, la platea potenziale. Nel dibattito parlamentare chiederemo di ridurne i vincoli”. L’Ape generale “pur introdotta in via sperimentale e su cui ribadiamo la nostra contrarietà, invece continua ad avere le caratteristiche di uno strumento finanziario che scarica sui pensionandi le sbagliate rigidità del sistema”.

Campagna di assemblee proseguendo  la vertenza per cambiare la Legge Fornero

Sulla fase 2, inoltre, “riaffermiamo che i titoli sono utili e necessari per ricostruire una prospettiva previdenziale per i giovani e i lavoratori discontinui a partire dalla pensione di garanzia”. Un intervento sulla previdenza che non affronti il futuro rischia di rendere instabile il sistema. In coerenza con la piattaforma unitaria di Cgil, Cisl, Uil e l’obiettivo di modificare la Legge Fornero, infine, la Cgil “impegna tutte le sue strutture ad una campagna di assemblee che oltre ad informare sul verbale di sintesi, articoli il giudizio e costruisca le condizioni di prosecuzione della vertenza anche in relazione alla flessibilità in uscita”.

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