Marcia per l’amnistia. Quando il “diavolo” radicale e “l’acquasanta” vaticana parlano una lingua comune

Marcia per l’amnistia. Quando il “diavolo” radicale e “l’acquasanta” vaticana parlano una lingua comune

Sono ormai centinaia le adesioni alla IV Marcia per l’amnistia, la giustizia e la libertà indetta dal Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito per domenica 6 novembre; l’ultima in ordine di tempo – ma è da credere che quando questo articolo sarà letto, altre ne saranno arrivate – è quello della Funzione Pubblica CGIL Nazionale; giornata scelta non a caso: è quella, nell’ambito delle celebrazioni dell’Anno Santo, dedicata agli ultimi tra gli ultimi: i detenuti e la più generale comunità penitenziaria. Una marcia – anche qui non a caso – dedicata a Marco Pannella, il leader radicale che per tutta la sua vita ha dedicato una particolare attenzione alle questioni della giustizia e alle condizioni di vita in carcere; e insieme a papa Francesco, che al pari di Giovanni Paolo II non si stanca di chiedere, finora inascoltato, un gesto concreto di misericordia, di umana, e se si vuole cristiana, pietà. Il corteo partirà alle 9,30 da un luogo simbolo: il carcere romano di Regina Coeli, per poi sfociare a piazza San Pietro. Sarà aperto da decine di gonfaloni, di regioni e sindaci: da quello del Piemonte a quelli della Basilicata e della Calabria; e poi i comuni di Torino, Milano, Napoli, Cremona… Centinaia le personalità che hanno aderito all’iniziativa, politici, esponenti del mondo della cultura, del sindacato, della società civile: hanno deciso di fare loro il motto “Spes contra spem”, essere speranza e non solo averne.

A scorrere l’elenco delle adesioni sono due gli aspetti che in particolare colpiscono: circa diecimila detenuti comunicano la loro intenzione, quel giorno, di intraprendere uno sciopero della fame di dialogo e fiducia. Si dirà: chi, se non loro, che sono i diretti interessati? Certo, ma quello che dovrebbe far riflettere è che la cosa sembra cadere tra la generale indifferenza. Pensate se dieci di loro, invece di digiunare, decidessero di salire su un tetto e minacciare sfracelli. Televisioni e giornali si mobiliterebbero al massimo. Cosa ne deve ricavare chi vuole in qualche modo amplificare una sua causa, perorare una sua iniziativa?

L’altra cosa che colpisce è la massiccia presenza di organizzazioni e personalità del mondo cattolico. Alla marcia aderiscono Caritas e Comunità di Sant’Egidio, Beati costruttori di pace e gruppo Abele con tutto l’arcipelago di Libera; le Acli e una quantità incredibile di “don”; moltissimi di loro sono impegnati quotidianamente nella realtà carceraria; e per limitarsi a qualche nome: don Antonio Biancotto, cappellano del carcere Santa Maria Maggiore di Venezia; don Albino Bizzotto, presidente dell’associazione Beati i costruttori di pace; don Mario Cadeddu, già cappellano carcere di Macomer; don Ettore Cannavera, presidente dei cappellani delle carceri sarde; suor Fabiola Catalano; don Luigi Ciotti; fra’ Loris D’Alessandro, cappellano del carcere Pagliarelli di Palermo; don Antonio Mazzi, presidente della Fondazione Exodus; don Nicolò Porcu; fra’ Beppe Prioli, fondatore dell’Associazione ”La Fraternità”; don Piergiorgio Rigolo, cappellano del carcere di Pordenone; don Vincenzo Russo, cappellano del carcere Sollicciano di Firenze; don Sandro Spriano cappellano del Carcere Rebibbia di Roma…

Intervistato da “Radio Radicale”, il portavoce della Conferenza Episcopale Italiana don Ivan Maffeis dice: “La CEI guarda con attenzione a questa iniziativa e come Segreteria generale dà una convinta adesione; l’iniziativa è vista da parte nostra come una occasione proprio per sensibilizzare l’opinione pubblica e più in generale il mondo politico sulla situazione in cui il nostro sistema penitenziario versa. L’augurio, e voglio metterci anche l’impegno,  è che ci sia una accoglienza delle istanze portante avanti proprio per superare il degrado in cui i detenuti, ma non solo i detenuti (penso agli agenti, ai volontari, agli educatori), oggi si muovono. Si è trattata di una decisione maturata con il Segretario generale, Monsignor Nunzio Galantino; il presidente Bagnasco è stato informato e condivide le finalità dell’iniziativa.  Ci si confronta con un mondo, quello delle carceri, per certi versi invisibile, eppure si tratta di una realtà pesante: penso alla lunga lista di suicidi che avvengono nelle prigioni, a queste vite spezzate, penso alle persone fragili che sono detenuti per reati minori. Spesso in questi luoghi manca una rete di appoggio, spesso offerta dai volontari o da una certa parte di umanità di chi opera dentro, come i nostri cappellani. Intorno a certi temi, possiamo dire scomodi, come l’attenzione verso l’ultimo che abbiamo reso ultimo, o perché per situazioni della vita si è reso ultimo, attorno a certi temi c’è una capacità di chiusura, una capacità di silenziare anche la parola più alta come quella del Papa. Quelle persone che già sono invisibili per tanti motivi vengono censurate dai mezzi di informazione e ciò diventa una irresponsabilità pesante”.

Poi, certo, sono seguite le “precisazioni”; da monsignor Galantino al presidente della CEI Angelo Bagnasco si ha avuto cura di chiarire che i radicali sono i radicali, che il Vaticano e le sue gerarchie sono e restano Vaticano e gerarchie; ma questo è da mettere in conto: dal primo giorno della elezione di papa Francesco è in corso, nelle vellutate stanze dei palazzi vaticani una lotta senza quartiere e di potere; è evidente che molta parte della nomenklatura vaticana vede l’attuale pontefice come fumo negli occhi ed ostile, fermamente determinato a contrastare ogni pur minimo segno di rinnovamento e apertura. Il “diavolo” radicale con l’“acquasanta” clericale: qualcosa di simile all’eresia… Anche questo aspetto della vicenda meriterebbe attenzione e qualche meno superficiale riflessione. Niente, invece… Eppure non è la prima volta che “diavolo” e “acquasanta” cercano e trovano un’intesa. La prima volta nei giorni della campagna per la lotta alla fame nel mondo con le sue grandi Marce di Pasqua. Un obiettivo, ricorda uno dei dirigenti di quegli anni, Angiolo Bandinelli, “che ci univa alle ansie verso i diseredati della terra di papa Giovanni Paolo II, il quale ce ne diede pubblicamente atto; e ugualmente sentimmo l’attenzione del mondo cattolico per le iniziative di Pannella in primo luogo sulle condizioni inumane delle carceri, sulla situazione disastrosa della giustizia italiana, e specificamente per sollecitare una amnistia/indulto (un ‘atto di clemenza’, la definì papa Giovanni Paolo II davanti al Parlamento italiano riunito in seduta congiunta) da cui avviare la riforma della giustizia”.

Con buona pace delle faide in corso nei corridoi e negli androni dei “sacri” palazzi. Così la Marcia di domenica può costituire una nuova occasione per ricordare che proprio l’anticlericale Partito Radicale pannelliano pone grande e specifica attenzione a temi profondi della religiosità cristiana. Ne consegue, inevitabilmente, la fondamentale questione che si pone nei tempi che ci tocca vivere: la definizione dei valori necessari e urgenti per una umanità globalizzata, non più suddivisa tra religioni, razze o confini nazionali, unita nella speranza di una condivisione di significati, “simboli”, diritto, validi ovunque e per ciascuno.

Giorni fa, alcuni dirigenti del Partito Radicale hanno avviato un discorso, attraverso le colonne di “Avvenire”, il giornale dei vescovi che non sappiamo dove potrà approdare; è però avviato. E il direttore di “Avvenire” Marco Tarquinio, nell’elencare e confermare la sua “visione” delle cose di questo mondo, conclude: “Siamo stati attenti a tante vostre iniziative e denounce in tema di carcere. Come non potremmo non esserlo anche stavolta?”. Magari se anche dalle parti di palazzo Chigi decidessero di prestare una qualche attenzione, chissà: anche a loro farebbe bene…

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