“Il cuore del potere”: la storia del Corriere della Sera raccontata da Raffaele Fiengo. Uno spaccato dell’Italia tra gli anni Settanta e i Duemila

“Il cuore del potere”: la storia del Corriere della Sera raccontata da Raffaele Fiengo. Uno spaccato dell’Italia tra gli anni Settanta e i Duemila

Si sapeva che Raffaele Fiengo stava preparando un libro sul Corriere della Sera: un libro non facile, perché non si trattava di pura memorialistica autobiografica, ma del racconto di alcuni decenni di vita del principale quotidiano italiano, i decenni in cui si incrociano tribolati assetti proprietari, scontri politici nel cuore dell’editoria e faticosa definizione e difesa dell’autonomia dell’informazione (“the wall”, come si dice, ovvero “il tradizionale muro che tiene separata, nei giornali americani, la redazione dal business”).

Quando ho appreso, pochissimi giorni fa, che il libro – “Il cuore del potere” (Chiarelettere) – era in uscita, sono andato ad acquistarlo, ma mi è stato detto che l’unica copia arrivata (era una piccola libreria) era già stata venduta. Mentre davo al libraio i miei riferimenti per essere avvisato quando fossero consegnate nuove copie, mi è caduto l’occhio sul bancone degli ultimi arrivi. Fra i quali campeggiava “Vecchi, folli e ribelli” di Giampaolo Pansa. E mi sono chiesto quanto talento e quanto tempo si debba avere per scrivere un paio di libri all’anno. Pansa infatti appartiene all’élite del mondo giornalistico che, oltre a vergare numerosi articoli, riesce anche a scrivere molti libri, in tempi olimpici: la media di due all’anno è reale. Di questa ristretta cerchia di poliistori (cioè non di semplici campioni della quantità, ma di eruditi in grado di spaziare sulle più varie materie) fanno parte alcuni dei più prestigiosi maestri del giornalismo (venerabili direbbe Edmondo Berselli), come Vespa, come Cazzullo, il cui sapere e la cui facilità di scrittura sono magistrali perché si cimentano prevalentemente nella saggistica. E, mentre un’opera di narrativa – un romanzo, dei racconti – è debitrice unicamente nei confronti dell’estro e dell’immaginativa dell’autore, un’opera di saggistica richiede, di solito, studi (tanti) della materia in oggetto, approfondimenti, ricerche, interviste, frequentazione di archivi… Di solito.

Cito Pansa, perché è abbondantemente presente nella ricostruzione di Fiengo. Libri come “Comprati e venduti” (1977) del quarantenne Pansa hanno fornito un contributo importante alla comprensione di quelle vicende. E Fiengo ne fa ampio uso. Poi, l’impegno storiografico ci ha fatto conoscere anche un Pansa appassionato sia nel raccontare la Storia (della Resistenza, negli anni Sessanta), sia la Controstoria (nell’ultimo quindicennio), facendo in sostanza il controcanto a se stesso (impresa ammirevole, che tutti vorremmo essere capaci di compiere). Pansa però non ha rinunciato a riprendere l’indagine nel mondo di cui fa parte, il giornalismo, con un giudizio che, a partire dall’impietoso titolo, non dà scampo: “Carta straccia. Il potere inutile dei giornalisti italiani”. Anche questo è un libro da leggere.

Per tornare all’ordine del giorno, il testo di Fiengo, per quanto l’autore potesse essere solerte e organizzato nelle ricerche e disinvolto nella scrittura, non poteva che richiedergli qualche anno di lavoro – ivi compreso il tempo che fanno perdere editori ed editors, se non sei un poliistore affermato. Mi scusino i prestigiosi maestri, ma le lunghe fatiche, le maratone, mi attirano più dei 100 metri.

Dunque, il maratoneta Fiengo, dopo vari anni trascorsi a scrivere, a cancellare, a riscrivere, a consultare archivi e a dialogare con i protagonisti della sua ricerca, esce con “Il cuore del potere”, ovvero un quarantennio abbondante di vita del Corriere della sera, che, come ci ricorda nell’introduzione Alexander Stille, “è stato il teatro centrale della lotta per il potere in Italia per quasi tutta la storia del paese”. Fiengo è stato per moltissimi anni leader sindacale dei giornalisti del Corriere, uno dei protagonisti di quel periodo e questo rende di per sé incuriosente la lettura. Ma non si tratta di puro profilo autobiografico. E’ una parabola di storia italiana che è bene conoscere. Dunque, partiamo, o meglio Raffaele parte da una data: 3 marzo 1972; e si arriva a un’altra data: maggio 2015. All’interno di questo arco temporale ci sono molte altre date o ogni data è, ovviamente, un capitolo.

Nel marzo del ’72 arrivano al Corriere refoli del ’68, nasce l’istituto (in seguito assorbito anche dal contratto nazionale) del parere preventivo della redazione sulla nomina del direttore. Si tratta di un parere non vincolante (comunque obbligatorio), che non lede le prerogative della proprietà, ma una lettura politica che se ne dà è inevitabilmente quella dell’esproprio e quando poi Piero Ottone firmerà, due anni più tardi, lo “Statuto dei diritti del giornalista”, in cui si afferma che “il direttore, e chi lo rappresenta, ha una funzione di guida che esercita solidalmente con l’intero corpo redazionale, nel riconoscimento delle rispettive prerogative”, l’idea del “soviet” di via Solferino – suggestiva ma surreale – scuote l’immagine antica di un giornale dominato dai sacri principi del rapporto gerarchico e dell’“ognuno al suo posto”.

Indro Mantanelli se ne era già andato da qualche mese (e con lui molte firme autorevoli: avrebbe fondato di lì a poco “Il Giornale nuovo”), ma forse soprattutto per dispetto verso la “Zarina rossa”, Giulia Maria Crespi, che rimasta di fatto la sola titolare della proprietà, aveva varato il 29 maggio 1973 la “Magna Charta”, tipico esempio di statuto octroyée, nel quale si sancivano “indipendenza delle pubblicazioni e dei giornalisti dal potere politico”, “indipendenza delle pubblicazioni e dei giornalisti da ogni gruppo di pressione”: affermazioni poco più che banali per paesi con prolungata tradizione liberale (la Gran Bretagna ad esempio), ma che in Italia apparivano le premesse di un sovvertimento dei diritti proprietari.

Prova ne sia – e facciamo un balzo in avanti di un venticinquennio – che il 23 giugno 1998, Cesare Romiti, diventato il padrone pro tempore del Corriere, così avrebbe replicato alla richiesta di sottoscrivere i patti aziendali su autonomia e indipendenza delle pubblicazioni: “La garanzia dell’indipendenza del Corriere sono io!”. Romiti non amava i giri di parole, ma il suo pensiero era già stato più articolatamente espresso dall’amministratore delegato Claudio Calabi: “Stabilire con atti formali l’indipendenza del giornale rispetto all’editore, nei confronti insomma della proprietà, porterebbe a una diminuzione del valore dell’azienda sul mercato”.

“The wall”, il muro che dovrebbe essere l’infrangibile barriera fra la redazione (newsroom) e gli interessi proprietari (business) era così anche formalmente sbrecciato. Ma, nei fatti, il muro aveva cominciato a cedere già da tempo, molto prima che il rude eloquio di Romiti traducesse lo sbrecciamento in “il padrone sono me”. Perché in quell’arco di tempo molte cose erano avvenute all’interno e attorno al Corriere, minandone la tenuta economica e anche l’autorevolezza editoriale. La battaglia per il controllo del principale quotidiano italiano – come il libro di Fiengo racconta soffermandosi su tutto ciò che aiuti a ricostruire il quadro degli eventi – non si era mai interrotta.

Semmai un appunto possiamo muovere a Raffaele è di aver un po’ ecceduto in flashback e in flashforward: un uso frequente dell’avanti indietro al quale, in certi casi si preferirebbe la continuità cronologica. Ma, ripeto, date e e fatti che contano e che spiegano, ci sono tutti. C’è l’ingresso dei Rizzoli del luglio del 1974, in apparente autonomia dal potere politico e dalla banche, in realtà condizionato in modo decisivo (lo si sospettava, ma se ne ebbe la certezza poi) dalle fideiussioni della Montedison (che ottenne, in una pattuizione segreta, il diritto alla nomina del responsabile dell’economia!): è l’inizio dello strangolamento del gruppo fino dal precipitare nel baratro della P2, che esplose il 20 maggio 1981 con la pubblicazione dell’elenco dei 963 affiliati alla loggia di Licio Gelli. Elenco di impressionante evidenza: c’erano il vertice del gruppo, con Tassan Din, che aveva ormai emarginato l’improvvido Angelo Rizzoli, il vertice del Corriere (il direttore Franco Di Bella) e alcuni dei più importanti giornalisti, come Maurizio Costanzo, che alla direzione dell’Occhio aveva invocato (opportunamente arginato dalla redazione) la sospensione delle garanzie costituzionali, il direttore del Mattino Roberto Ciuni, quello della Domenica del Corriere Paolo Mosca, solo per fare alcuni nomi. Un’autentica catastrofe, che avveniva proprio mentre il gruppo era trascinato in un passivo insostenibile per aver assecondato con irresponsabile espansività, le richieste dei politici. Un combinato disposto (come si usa dire oggi) di insipienza imprenditoriale e di pesanti interferenze politiche.

Ma non sfugge che la sorte del gruppo era forse segnata in partenza, come lasciava capire la pesantezza dei passivi che le due società (del Corriere, soprattutto, e della Rizzoli) presentavano al momento della fusione. Di questa complessa fase, fatta di scambi societari, scatole cinesi, passaggi nel controllo azionario nel libro di Fiengo si dà ampiamente conto, come si dà conto della lenta, molecolare, ma inesorabile vulnerazione dell’autonomia e della completezza dell’informazione attraverso lo sgocciolamento di articoli, editoriali, presenze improprie, ruoli posticci che delineavano un processo – avvertibile soprattutto dopo l’uscita di Ottone e la sua sostituzione col piduista Di Bella il 30 ottobre 1977 – di progressivo ottundimento degli anticorpi. Processo, occorre dirlo, che si sviluppava contestualmente a qualche episodio di temeraria gestione del Comitato di redazione, in alcuni momenti pericolosamente pressato da un Consiglio di Fabbrica sopra le righe, così rafforzando la suggestiva ma infondata idea del soviet di via Solferino (caso Carnevali e caso Alfa, per fare due esempi).

Dopo la deflagrazione del caso P2 – i libri in tribunale, l’amministrazione controllata, cassa integrazione, testate chiuse o vendute, l’incubo del fallimento – il Corriere e ciò che resta del gruppo entra in una fase in cui il delicato equilibrio fra prerogative proprietarie e autonomia dell’informazione, è sempre più a rischio. La battaglia nel “cuore del potere” è fortissima. Il direttore del ripurgo è Alberto Cavallari, inviso ai socialisti e soprattutto a Bettino Craxi, che ai tempi di Di Bella era riuscito a farsi pubblicare una autointervista all’insaputa dei responsabili della redazione. Craxi punta sull’immobiliarista Cabassi, non fa mistero del suo obiettivo che è la conquista del Corriere. Ma, alla fine dell’amministrazione controllata, il nuovo assetto proprietario fa perno nella FIAT.

Nessuna delle direzioni che si susseguono – Ostellino, Stille, Paolo Mieli (colui che, secondo Gianni Agnelli, doveva “mettere la minigonna al Corriere”), De Bortoli, eccetera – è esente da contaminazioni e pressioni politiche. Cambia il clima interno: un referendum (nel ’98) indetto in redazione per valutare i criteri di conduzione di Mieli sortisce l’effetto di mettere in crisi l’organo di rappresentanza dei giornalisti, di indurre Fiengo (promotore del referendum) ad una precipitosa ritirata e ad una “abiura”, che senza veli lo stesso Fiengo racconta divertentemente nel libro.

Si arriva ai giorni nostri, quando la caduta del Muro non avviene ad opera delle ruspe di Romiti, ma con sofisticate tecniche manageriali, come l’istituzione del Comitato nomine che “annacqua l’autonomia del direttore di giornale e ne innova ‘per scivolamento’ la figura uscendo alla chetichella dall’articolo 6 del Contratto nazionale dei giornalisti”. E’ la data – maggio 2015 – di cui parlavo all’inizio.

I tempi sono decisamente cambiati. La crisi dell’editoria falcidia la categoria giornalistica e non risparmia il Corriere. Contemporaneamente armi nuove per rendere l’esercizio della professione compatibile sia con la tenuta del Muro (assai sbrecciato, come si è visto) sia con le logiche di mercato stentano a prendere corpo. Ne è prova, ad esempio, la difficoltà che si ha in Italia – a differenza di quanto avviene negli altri paesi occidentali – ad introdurre le regole del FOIA (Freedom Of Information Act), ovvero la possibilità di “accedere – senza dover motivare la propria domanda – a tutte le informazioni, i documenti, gli atti che si producono nella pubblica amministrazione, a qualsiasi livello”. Per un giornalista, ma anche per qualunque cittadino, questa opportunità dovrebbe essere un diritto pacificamente garantito. Ma la burocrazia (e non solo quella) continua a resistere.

Il Corriere, che oggi usa il pacemaker, continua ad essere il cuore del potere?

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