Donald Trump è il 45esimo presidente degli Stati Uniti. Vince con ampio margine nel voto popolare e si assicura la maggioranza di Camera e Senato.

Donald Trump è il 45esimo presidente degli Stati Uniti. Vince con ampio margine nel voto popolare e si assicura la maggioranza di Camera e Senato.

Il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America è nato a New York il 14 giugno 1946. Si è laureato in economia e finanza all’Università di Pennsylvania, è un imprenditore di successo (ma anche con qualche rovescio) nel mercato immobiliare e in quello delle telecomunicazioni. Sposato tre volte, è padre di cinque figli. Si chiama Donald Trump.

E chi l’avrebbe detto?

No, Hillary Clinton non ce l’ha fatta. La donna che più di ogni altro candidato ha rincorso per tutta la sua vita politica la Casa Bianca, che ne aveva fatto l’obiettivo irrinunciabile quando ancora il marito si concedeva illeciti svaghi nello studio ovale; che aveva rinnovato la rincorsa nel 2008, perdendo allo sprint con l’outsider Obama, e che aveva continuato a correre, sorretta da una indomabile fiducia in se stessa, negli otto anni della presidenza di Barack; è inciampata proprio nel rush finale, e la sua scivolata si è trasformata in una rovinosa caduta. Una caduta che ha coinvolto tutto ciò che nell’immaginario e nell’esperienza di noi europei rappresenta l’America a stelle e strisce: l’America dei primati, l’America di Wall Street e del potere finanziario, l’America dei media che pilotano il mondo della comunicazione, l’America dei grandi colleges e dello star system. Questa America – diligentemente clintoniana – oggi, alle prime luci (europee) del 9 novembre, esce tramortita dall’esito di un voto popolare che rappresenta una violenta scossa simica, che squassa l’intero pianeta.

Nel corso della incredibile notte elettorale americana, mentre giornalisti e commentatori consideravano inizialmente con incredulità il succedersi dei flash che, a raffica, testimoniavano l’affermarsi di Trump in un crescendo di percentuali che smentivano sistematicamente le previsioni della vigilia, ma che ancora sembravano lontani dal rappresentare una tendenza irreversibile; nel corso di questa notte, le antenne più sensibili, quelle dei mercati finanziari – a partire dall’Estremo Oriente – mostravano un nervosismo che anticipava il verdetto finale. E Tokyo per prima, con una perdita di quasi il 6%, dava il segno della consapevolezza. L’America ha scelto Donald Trump. E lo ha scelto con una maggioranza ampia, e per numero di stati vinti e per voto nazionale complessivo. E non solo ha conquistato la presidenza, ma anche confermato e rafforzato la maggioranza repubblicana alla Camera dei rappresentanti e al Senato. Ha fatto l’en plein. E presto potrà nominare il giudice che dovrà sostituire Scalia alla Corte Suprema. Col che Donald Trump potrà controllare anche il supremo organo giurisdizionale.

La certezza della vittoria matematica la si è avuta solo dopo le 7 (ora italiana) quando sono arrivate le maggiori delusioni per Hillary Clinton: battuta non solo negli stati chiave (Florida, Ohio, North Carolina, per citare i maggiori); ma persino in Michigan e nel Wisconsin, con la mazzata definitiva della Pennsylvania che attorno alle 7,15 (sempre ora italiana) ha consegnato i suoi venti grandi elettori al suo avversario: si tratta di stati che le previsioni assegnavano, per consolidata tradizione democratica, all’ex segretario di stato. Un crollo davvero imprevedibile, maturato non solo nel voto popolare, ma anche in fasce elettorali (i latini, vedi il voto in Florida) che sembravano assai distanti dalle logiche trumpiane; e persino l’elettorato femminile è stato meno avaro di consensi nei confronti di un candidato che non ha mai nascosto un’idea sostanzialmente proprietaria del corpo delle donne.

Primo ragionamento. Ha vinto un candidato che era stato dato perdente fin dall’inizio, anche se aveva dimostrato che le sue argomentazioni semplici e dirette e i suoi tratti rudi avevano liquidato, uno dopo l’altro, i candidati “affidabili” che la macchina del partito repubblicano gli aveva contrapposto. Trump combattente solitario: bisogna dargliene atto. E da solo ha continuato a combattere, menando fendenti contro chiunque tentava di delegittimarlo e irridendo ai sondaggi che, con rare eccezioni (l’istituto Rasmussen) non gli concedevano alcuna chances.

Secondo ragionamento. I sondaggi. Fanno parte di quel sistema America che Trump ha fatto a fettine. Escono da questa vicenda elettorale ancor più massacrati di quanto non lo siano stati i loro omologhi inglesi in occasione della Brexit. Persino Nate Silver, colui al quale si riconoscono capacità divinatorie quasi infallibili, ha sbagliato clamorosamente; e solo quando, nel corso della notte, ha cominciato a spostare in direzione di Trump l’ago della bilancia, si è capito che la partita si volgeva in modo tutt’affatto diverso da quello che ci si aspettava. Ce lo si ripete ogni volta, ma ogni volta ci si ricasca: l’elettorato, in tutto il mondo, sembra essersi dotato di una corazza immunitaria che lo rende impermeabile anche alle più sofisticate tecniche di interpretazione autentica.

Terzo ragionamento. Ha vinto il candidato che nessuno, nell’establishment americano voleva. E anche in buona parte del mondo. Ha vinto l’uomo che ha promesso di erigere un muro ai confini col Messico (e il peso messicano, nella nottata, ha perso il 13%!), che ha detto di volersi sbarazzare di tutti i musulmani, che vuole introdurre un sistema fiscale sostanzialmente piatto, favorendo soprattutto i redditi elevati, che vuole stracciare i trattati di libero scambio, che agirà senza pietà verso quel poco di riforma sanitaria che aveva realizzato Obama, che ha minacciato di sbattere Hillary Clinton in galera e licenziare i direttori dei maggiori quotidiani e delle televisioni (a lui generalmente ostili), che intende consentire la vendita delle armi con meno vincoli (e quali vincoli ci sono?).

Tutto questo il suo elettorato, assai più vasto e composito del previsto, lo sapeva, perché lo ha appreso direttamente da lui, in centinaia di comizi e anche attraverso i duelli televisivi con la Clinton, che pure tutti i sondaggisti assegnavano alla sua rivale. Ha vinto e con questa, che è una epitome del political incorrect, provoca la più esplosiva discontinuità con la storia politica americana, anche nei confronti di ciò che ancora resta del suo partito, il GOP che, pure, a scrutinio ormai ultimato, gli ha fatto pervenire, per bocca dello speaker della Camera, Paul Ryan, le congratulazioni di rito.

Dopo il ciclone della Brexit, ora il sisma planetario di Donald Trump. Se questo è il senso, sommariamente considerato, del voto americano, appare ingeneroso o comunque inessenziale, attribuire a Hillary Clinton la responsabilità di una sconfitta che, prima ancora che nello scandalo dell’emailgate, sembra l’inevitabile corollario di un sommovimento generale (chiamiamola crisi della globalizzazione, stanchezza di un sistema produttivo che determina crescenti ineguaglianze, debolezza di tutte le governance improntate alla difesa dello status quo e al continuismo, prorompere per converso di forme diverse, ma convergenti di populismo insofferente e comunque antisistema) che non risparmia nessuno. L’Europa perde, dopo la Gran Bretagna, una sponda fondamentale oltre Atlantico. L’Europa come la conosciamo, come la viviamo, si accorgerà presto della scarsa rilevanza che, a fronte di ciò che accade negli States, hanno i dibattiti sul fiscal compact e le risse sulla flessibilità.

La nottata è passata. Ma forse il peggio deve ancora venire.

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