Attacchi di segno reazionario alla Consulta. Madia le addebita il mancato rinnovo del contratto degli statali. Fassina: un ricatto ai lavoratori, una pericolosa deriva

Attacchi di segno reazionario alla Consulta. Madia le addebita il mancato rinnovo del contratto degli statali. Fassina: un ricatto ai lavoratori, una pericolosa deriva

Era un bluff l’annuncio dato ai sindacati dalla ministra Madia sulla possibilità di firmare il rinnovo del contratto di lavoro dei 3,252.959 dipendenti pubblici? Quando la ministra, con tanto di grancassa dei media amici, convocò i sindacati di categoria Cgil, Cisl, Uil, strombazzò che finalmente dopo sette anni di blocco, il nuovo contratto era cosa fatta e diffuse anche l’ammontare dell’aumento salariale, non aveva previsto che i dirigenti sindacali potessero avanzare qualche richiesta. In particolare, volevano qualche certezza sulle risorse disponibili, sull’abolizione anche per la scuola di quanto prevede la legge che porta il nome dell’allora ministro Brunetta, secondo la quale sui contratti prevalgono le leggi, tradotto in una limitazione, per non dire peggio, all’esercizio  dei diritti sindacali nei luoghi di lavoro. Voci maligne sussurrano che la ministra potrebbe aver avuto qualche assicurazione sulla immediata firma dei sindacati su una ipotesi di accordo. Ciò non avvenne.

La ministra non è stata in grado di dare certezze ai sindacati sulle risorse

Madia non era in grado di dare certezze sull’aumento minimo di 85 euro mensili a regime. Lei parlava di aumento minimo. Per quanto riguarda la legge Brunetta richiamava un decreto delegato ma siccome la questione riguardava la scuola aveva bisogno di consultarsi con la ministra Giannini o addirittura doveva essere interessato il Consiglio dei ministri che, nel frattempo, si è riunito senza affrontare i problemi aperti. Arriva a questo punto la convocazione di Cgil, Cisl, Uil, ai massimi livelli, i segretari generali Camusso, Furlan, Barbagallo, per mercoledì. Nel frattempo la ministra Madia rilascia dichiarazioni e interviste in cui dichiara che vista la bocciatura da parte della Corte Costituzionale di parti fondamentali della legge di riforma che porta il suo nome non è possibile procedere al rinnovo del contratto di lavoro. Un tentativo maldestro di scaricare sulla sentenza la responsabilità di impedire un rinnovo atteso da tanti anni. Si va ad aggiungere alla indegna campagna contro la Consulta di cui si sono fatti portavoce alcuni grandi media riprendendo la gravissima affermazione di Renzi Matteo sulla “burocrazia che blocca le riforme”. Poi ha precisato che intendeva parlare delle regioni. Misera giustificazione che aggravava ancor più la situazione. Mai nella storia dell’Italia repubblicana si era registrato un simile attacco alla Corte, massimo organismo di garanzia della Costituzione. Per di più sulla scia del premier si muovevano comprimari, cortigiani. Il sottosegretario alla Giustizia Gennaro Migliore, dimentico dei suoi precedenti politici, leggi Rifondazione, capogruppo se ben ricordiamo, strenuo difensore della legalità democratica, della Corte, si schierava duramente contro la sentenza.

Da  “La Repubblica” l’accusa alla Corte di salvare i “furbetti del cartellino”

Certo si può pensare, anche ripensare, ma il troppo, come dice stroppia. Anche perché è proprio una linea politica espressa dal governo, ripresa dai media, una “reazione” ad un atto  della Corte che richiama il rispetto delle leggi, che non sono carta straccia. Basta leggere i titoli di alcuni giornali, Repubblica a far da capofila. Dopo aver fatto risalire la responsabilità della Corte agli “intoccabili” lasciando capire che la decisione presa fa un favore ai dirigenti, scopre anche “i furbetti del cartellino salvati da quel no alla riforma degli  statali”. Quasi che fino ad oggi non siano mai esistite leggi che  puniscono i fannulloni quelli che non timbrano il cartellino, o falsificano la timbratura. Si dice, ma costoro possono far ricorso. Ci mancherebbe, ricorso lo può fare anche chi viene accusato di omicidio.

Commenta questa vicenda, l’assalto del governo alla Corte, nel silenzio del presidente della Repubblica, Stefano Fassina, dell’esecutivo nazionale di Sinistra Italiana, e si riferisce in particolare alla vicenda del rinnovo del contratto: “E’ grave e preoccupante la strumentalizzazione fatta dal presidente del Consiglio e dalla ministra Madia della bocciatura da parte della Corte Costituzionale di alcuni decreti attuativi della ‘sua’ legge delega. Che c’entra il rinnovo del contratto degli statali con una sentenza che ribadisce, come ampiamente previsto, i poteri delle Regioni?”. “Dopo tre anni di insulti ai fannulloni –  prosegue – il governo prospetta a pochi giorni dal referendum lo sblocco del contratto degli statali. Ora alla carota si aggiunge il bastone con un ricatto a lavoratori e lavoratrici dei ministeri: votate sì al referendum oppure nessuno sblocco del contratto. Siamo di fronte – conclude Fassina – a una deriva pericolosa che si aggraverebbe. Non esistono vincoli di natura giuridici ma è solo un problema di volontà politica”.

Brunetta:  la ministra non conosce né la giurisprudenza né la legge che ha firmato

Attacca la ministra Madia, il presidente dei deputati di Forza Italia, richiamando una intervista da lei rilasciata al Corriere della Sera: “Il  ministro Madia – scrive in una nota – dimostra di non conoscere, non solo la giurisprudenza della Corte costituzionale, ma nemmeno la riforma che, eppure, ha scritto lei”. Si riferisce in particolare al ricorso fatto dalla regione Veneto. “I dirigenti della sanità infatti, non sarebbero stati nominati da Zaia (il governatore, ndr) sulla base di un elenco nazionale, ma sarebbe stata una Commissione nazionale che avrebbe imposto a Zaia di scegliere da una rosa di tre nomi, dalla stessa Commissione nazionale selezionati”. All’elenco nazionale si accede per titoli e non per esperienza professionale e si sarebbero potuti imporre  dirigenti di regioni altamente inefficienti, con un danno gravissimo alla salute dei cittadini e ai conti pubblici. Altro che meritocrazia! Va chiarito poi che la riforma Madia, lungi dall’introdurre la licenziabilità (che già esiste), ha al contrario introdotto il licenziamento senza causa, non dovuto cioè a nessun ‘comportamento’ non corretto dei dirigenti. Se non fosse stata fermata dalla Corte la riforma avrebbe portato alla piena precarizzazione della dirigenza e alla sua totale sottoposizione a qualche sponsor politico, per evitare di languire in disponibilità, fino al licenziamento”. Poi l’accusa al governo “che non ha tenuto in nessuna considerazione pareri di merito molto approfonditi, come quelli del Consiglio di Stato e della migliore dottrina accademica”. Infine parla di “infantile ricatto, che non si addice davvero a un ministro della Repubblica, la dichiarazione che l’aumento agli statali non può più essere dato se non c’è l’intesa con le regioni. E’ completamente falso. L’intesa con le Regioni è richiesta per il personale delle regioni, che loro si pagano, non certo per il personale statale. Dalla Madia ignoranza allo stato puro, arroganza e ricatto. Una miscela esplosiva contro la meritocrazia e solo per il potere”.

Gentile (Cgil). Al tavolo del contratto si possono invitare le Regioni, come già avvenuto

Sul blocco, di fatto, del rinnovo del contratto intervengono i dirigenti sindacali. Michele Gentile, responsabile settori pubblici della Cgil, afferma che “la sentenza della Corte non blocca il rinnovo dei contratti. Non ha niente a che vedere con il rinnovo. Ci sono due condizioni che abbiamo posto e ribadiamo: la certezza delle risorse, gli 85 euro come aumento minimo, che non ci è stata data e che dalla legge di Bilancio non emerge alcuna certezza. L’altro problema, fondamentale è la questione della legge Brunetta che è stata estesa alla scuola. Abbiamo chiesto di eliminare gli effetti di questa legge. Infine – afferma Gentile –  non regge il fatto che la ministra dovrebbe interpellare ogni singola Regione che dovrebbe esprimere ‘intesa’ al rinnovo del contratto. Non è così. Ma si possono mettere tutti d’accordo. Nel rinnovo dei contratti nel 2007 e nel 2012 al tavolo delle trattative c’erano il governo e le Regioni. Noi lo avevamo proposto, richiamando anche la legge Del Rio. Ma ci è stato risposto negativamente”. Per la Cisl “l’accordo si deve fare”, afferma il segretario confederale Maurizio Bernava. “Abbiamo letto con attenzione la sentenza della Consulta: è scritto in modo esplicito che il riferimento ai decreti legislativi che disciplinano i rapporti di lavoro riguarda il reclutamento del personale ed i concorsi pubblici. Non gli aspetti legati ai contratti di lavoro, alle retribuzioni ed alle relazioni sindacali. Sono questi i temi centrali dell’intesa che vogliamo fare con il Governo”.

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