Usa. Elezioni presidenziali. Clinton in chiaro vantaggio su Trump nei sondaggi. In bilico invece le maggioranze tra Camera e Senato

Usa. Elezioni presidenziali. Clinton in chiaro vantaggio su Trump nei sondaggi. In bilico invece le maggioranze tra Camera e Senato

Non è stato un week-end di fuoco, quello appena trascorso, ed è sempre più diffusa l’opinione che i giochi ormai siano fatti. Almeno per quanto riguarda la conquista della Casa Bianca. A dispetto della sua persistente ringhiosità, Trump non sembra in grado di rimontare significativamente il divario che, secondo i sondaggi, lo separa dalla Clinton. Divario che ABC misura in addirittura dodici punti (50 a 38), mentre CNN, più benevolmente, gli attribuisce solo 5 punti di distacco (44 a 49).

E forse perché sente odore di imminente vittoria, l’ala sinistra del partito democratico, fin qui disciplinatamente collaborativa con una candidata che per molti versi scontenta l’elettorato liberal, sta alzando la testa e si prepara a una condivisione del potere caratterizzata dalla valorizzazione di istanze programmatiche più tipicamente leftist. Ne sono testimonianza le recenti uscite di Bernie Sanders e di Elizabeth Warren, come vedremo più avanti.

Trump, dal canto suo, riconosce di essere costretto ad inseguire, mentre più esplicitamente, la responsabile della sua campagna elettorale, Kellyanne Conway, ha ammesso il ritardo rispetto alla Clinton, dovuto probabilmente anche ad errori commessi durante questi mesi di competizione. A quali errori si riferisca, la Conway non l’ha detto, ma è probabile che il tema del rapporto di Trump con le donne sia centrale nella valutazione di questa campagna, se è vero che i sondaggi danno l’elettorato femminile a larga maggioranza (oltre i due terzi) orientato a favore della candidata democratica.

E, in assenza di sconvolgenti novità (che potrebbero arrivare da ulteriori rivelazioni sulle email distrutte dalla Clinton o sulle evasioni fiscali di Trump), molto si continua a giocare sul tema della “esuberanza” virilista di Donald, non solo per il continuo allungarsi della lista delle donne che dichiarano di essere state vittime della sua molestia (l’ultima, l’undicesima secondo la contabilità ufficiale, è Jessica Drake, definita “pornostar”), ma anche per scivolate di pessimo gusto, come quella di Madonna, che ha promesso, nel corso di un comizio, soddisfazioni sessuali agli uomini che votano per Hillary. Un “voto di scambio” così esplicitamente laido neppure in Italia era stato sin qui concepito. Ma concediamo a Madonna l’attenuante della provocazione che solo un grande personaggio dello spettacolo può concedersi. Quanto alla lista delle molestate, Trump ha ribadito che sono tutte falsità e che, finita la campagna presidenziale, trascinerà in tribunale tutte le sue “calunniatrici”. Si preannuncia una lunga e pesantissima stagione per i tribunali americani.

Se la partita per la Casa Bianca sembra avviarsi verso un esito a questo punto difficilmente modificabile, per nulla scontato è invece il risultato che darà il voto per l’elezione dei rappresentanti di Camera e Senato. I repubblicani giocano le loro residue chances nel mantenere il controllo di entrambi i rami. Se questo si verificasse, la Clinton partirebbe subito come un’anatra zoppa. Ed è dunque particolarmente sugli stati chiave che si sta concentrando il fuoco repubblicano. Nevada, Florida, Iowa, North Carolina e Ohio: sono questi gli stati in bilico, quelli nei quali la minima oscillazione dall’una o dall’altra parte può determinare effetti decisivi relativamente al controllo del Parlamento.

Hillary, sfruttando la debolezza attuale del candidato repubblicano, punta ad ottenere la maggioranza assoluta in Senato: impresa che, allo stato delle cose, sembra ampiamente nelle sue possibilità. Più problematico, invece, per i democratici, è ottenere analogo risultato alla Camera dei Rappresentanti, ove i repubblicani sono in grado di confermarsi maggioritari, grazie a una consolidata capacità di controllo territoriale. Nel partito democratico, come si diceva, a mano a mano che si avvicina la data dell’8 novembre e prende concretezza la possibilità di vittoria di Hillary Clinton, il fronte sin qui compatto che la sostiene si va articolando. E l’ala liberal tende a smarcarsi da un certo genericismo programmatico che la Clinton ha esibito in questi mesi, soprattutto per le caratteristiche del suo antagonista.

Ne fanno fede le uscite di Elizabeth Warren e di Bernie Sanders. La prima, autorevolissima esponente dell’ala sinistra, che è stata collaboratrice di Obama, ma che ne ha anche spesso – specie nell’ultima parte del mandato – criticato le scelte, accompagna la Clinton nel suo tour trionfale. Nel suo ultimo comizio ha sarcasticamente trattato Trump, raccomandando che il suo “disregard” per le donne venga espunto dalla campagna elettorale e felicitandosi soprattutto per il fatto che per la prima volta una donna venga eletta alla Casa Bianca. “Trump ha definito Hillary una ‘donna indecente’ (nasty woman)” ha detto la Warren. “Be’, a noi toccano uomini come lui. E sappi questo, Donald: le nasty women sono toste, le nasty women sono in gamba, le nasty women votano”. Sarà difficile negare alla rappresentante del Massachusetts e alle istanze di cui è portatrice, un ruolo significativo durante la presidenza (probabile, ma non certa, non dimentichiamo) di Hillary Clinton.

E ancor più difficile sarà fare a meno di Bernie Sanders e della sua combattiva componente. “Sanders si prepara ad essere la spina nel fianco (sinistro) della Clinton” scrive Washington Post, che lo ha lungamente intervistato. Il settantacinquenne senatore dichiaratamente socialista del Vermont, anticipa i temi delle sue battaglie politiche. Sui temi del lavoro, della pubblica istruzione gratuita, della fine della “carcerazione in massa” e dell’ambiente (cambiamenti climatici), dice in sostanza Sanders, la Clinton dovrà ascoltarci e realizzare quello che è contenuto nella piattaforma programmatica. Non sarà affatto semplice, sul piano operativo, per la Clinton e le lobbies che la sostengono, condividere i punti programmatici indicati da Sanders, il quale – riporta il Washington Post – non se ne starà zitto se ai posti chiave “verranno nominati i soliti vecchi esponenti, gli stessi vecchi rappresentanti di Wall Street”.

Di Sanders si dice che sia in corsa per la presidenza della Commissione Bilancio. Ma il senatore del Vermont gradirebbe un posto di responsabilità in commissioni che trattino temi a lui più congeniali: Salute, Lavoro e pensioni, Educazione. Il controllo di queste linee programmatiche sarà decisivo per gli equilibri interni della futura (probabile) amministrazione Clinton. “Abbiamo vinto le primarie in 22 stati, ottenuto il 46% dei delegati, abbiamo con noi la maggioranza dei giovani, il futuro del nostro paese. E’ questa una forza di cui intendo avvalermi, ha sintetizzato il battagliero Bernie Sanders. Hillary è avvisata.

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