Renzi la “scampagnata” americana non convince il Consiglio europeo. E lui fa lo spaccone: accolte tutte le nostre posizioni. Ma quali? Il premier: “La manovra non si cambia”. Dalla Ue pronta una “letterina “

Renzi la “scampagnata” americana non convince il Consiglio europeo. E lui fa lo spaccone: accolte tutte le nostre posizioni. Ma quali? Il premier: “La manovra non si cambia”. Dalla Ue pronta una “letterina “

“Un Consiglio ordinario, di ruotine”. Così Renzi Matteo ha definito il vertice europeo che sì è tenuto a Bruxelles. Dopo la scampagnata americana, la cena di gran lusso, obbligati gli abiti da sera, le pacche sulle spalle, gli abbracci e baci di Obama, la glorificazione dei media italiani che riportavano dichiarazioni di non si sa bene chi secondo cui era lui il leader europeo, ma i media europei e quelli Usa non esultavano per niente, dopo tutto questo, senza più lo smoking, si aspettava una calda accoglienza a Bruxelles, tappeti rossi come minimo.

Il gelo del presidente Juncker. Una stretta di mano e niente più

Invece appena arrivato l’ha subito gelato Jean-Claude Juncker, il presidente della Commisione europea. Si sono stretti la mano e Renzi stava per aprire il discorso sulla politica della Ue, il fiscal compact, la legge di Bilancio, il documento inviato dal governo alla Commissione, ma Juncker gli ha detto: “ Sai Matteo sono molto preoccupato per la  Vallonia”, come racconta l’inviato di Repubblica, la regione belga che blocca il trattato commerciale tra Unione e Canada. Insomma un problema “provinciale” mentre Renzi punta alla grande politica, bacchetta, dà lezione a tutti, si trasforma in economista provetto. Consiglio di  routine, dice, ma i 28 capi di governo presenti, a suo dire, pendevano dalle sua labbra. “Le nostre posizioni – afferma – sono state ampiamente accolte, per cui possiamo dire che rispetto al lavoro svolto in fase di preparazione possiamo ben dirci soddisfatti, ma è stato un Consiglio ordinario, di routine. Sull’immigrazione qualche parola buona, ma le parole non bastano. Noi ci aspettiamo i fatti. L’impegno è che arrivino i primi segnali a dicembre sull’Africa, mi pare che la posizione che abbiamo preso a Bratislava ha dato qualche frutto, ma è tutto da vedere”. Il guascone non perde il vizio: la bastonate che vi ho  dato a Bratislava sono  servite, attenti che sono pronto a darvene altre, non metteteci il bastone fra le ruote. Il riferimento alla legge di Bilancio. Mentre arrivano le critiche da parte dei Commissari Ue a partire dal presidente Juncker e da Moscovici, governi di altri paesi “vigilano” perché all’Italia non vengano fatte concessioni  in vista del referendum costituzionale, non è un caso che il partito socialista europeo si sia pronunciato per il sì. Renzi afferma che  non  “non cambierà la sostanza della manovra, non si modifica, resta così com’è”, perché “l’Ue non ci concede la flessibilità”.     

La cancellazione di Equitalia, condoni e rottamazione delle cartelle

L’Italia ha attivato “le clausole eccezionali previste dai trattati europei, per il terremoto e per i migranti”. Non poteva mancare un riferimento ad Equitalia per quanto l’obiettivo di “superare il modello vampiresco”, sostituendo i “vampiri” con condoni mascherati, rottamazione delle cartelle. Terreno scivoloso, lo è così tanto che il Quirinale è ancora in attesa del decreto, perché su come sostituire il “vampiro”, qualcuno che le tasse le riscuota, ci sono ripensamenti. Si ipotizza di lasciare perdere un decreto di immediata attuazione e di inserire lo scioglimento nella manovra di Bilancio. Già, ma anche della manovra sono note solo le slide che il premier ha reclamizzato a metà ottobre a conclusione del consiglio nei ministri. Quirinale e Parlamento attendono il testo della manovra, forse lo avranno lunedì. Non solo, le commissioni parlamentari hanno avuto modo di esaminare e discutere documenti poi cambiati. Clamoroso il fatto che annunciando la chiusura di Equitalia, Renzi e Padoan affermavano che si sarebbe risparmiato quattro miliardi. Dopo qualche giorno diventavano tre.

Cosa significa “un uomo solo al comando”. Anche i ministri non hanno voce in capitolo

La realtà, malgrado le declamazioni di Renzi Matteo che danno anche un indicazione di cosa possa significare “un uomo solo al comando”, è che il governo ora non sa che pesci prendere. Il premier ha voluto e ottenuto di forzare i numeri, in primo luogo quell’1% di aumento del Pil che gli consente interventi a pioggia, bonus ovunque, ma tutti i problemi di fondo, sviluppo, lavoro, welfare restano aperti. E i ministri? Non hanno voce in capitolo anche se volessero averla. Lui occupa tutte le rete televisive, Rai e Mediaset. Ad ogni ora del giorno e della notte dichiara, esperto di tutto, impartisce lezioni. E manda i ministri a fare campagna per il sì. Quasi fosse lui il generale della truppa e loro i caporali, ci scusino questi ultimi. E state “sereni” perché vinceremo. Mentre, circola nei corridoi di Camera e Senato, si prepara, se vince, a farne fuori perlomeno la metà.

La politica del governo  all’insegna dell’austerità, come la Ue

Come tutti gli spacconi, quando si trovano in difficoltà, la miglior difesa è l’attacco. La bestia nera diventa la Commissione Ue. Renzi scopre che l’austerità non porta da nessuna parte. Ma la politica del suo governo è “austerità”, niente a che vedere con scelte economiche e sociali non diciamo di sinistra, ma perlomeno progressiste, liberal. Non è “austerità” il jobs act che ci viene a raccontare? O meglio, austerità per i lavoratori, ma non per quegli imprenditori che si sono portati a casa bei soldoni con la decontribuzione e poi si scopre che aumentano la disoccupazione e i licenziamenti. Ed è “austerità” per tre milioni di dipendenti pubblici si che vedono bloccati da otto anni i contratti delle categorie di appartenenza. E potremmo continuare, segnalando le vertenze aperte in tante aziende che minacciano la chiusura, mentre  il governo presenta “Industria 4.0”, neppure un libro dei sogni, parole in libertà prese dalle tante pubblicazioni sulle nuove tecnologie o sulla “buona scuola”, che umilia insegnanti e studenti. Per non parlare del Mezzogiorno e dei pellegrinaggi del premier nelle regioni a stringere patti per lo sviluppo. Che sono solo patti, per lo sviluppo si rinvia al ponte sullo Stretto.

Il premier in continua fibrillazione. E c’è chi comincia a prendere le distanze

Quelle parole pronunciate da Renzi, “la manovra non si cambia”, non sono un segno di forza. Al contrario, dimostrano le difficoltà del presidente del Consiglio e segretario del Pd, qualcuno anche fra chi gli sta vicino, dice  che  è in continua fibrillazione anche perché la grande stampa che lo ha sostenuto a piene mani sembra prendere le distanze, comunque non sposa più le sue declamazioni. Sempre più insistenti le “voci” sulla lettera che dovrebbe arrivare da Bruxelles nella quale si chiedono “chiarimenti” molto consistenti sulle una tantum a pioggia, sulle spese  reali sostenute dall’Italia per l’assistenza ai migranti, come per quelle relative agli interventi per il terremoto. Juncker in particolare ha un conto aperto con Renzi. Di fatto c’era un accordo con il premier per un deficit del 2,2%, che sarebbe stato sostenibile di fronte agli altri partner europei. La manovra di Bilancio lo ha portato al 2,3. Poca cosa? Sono sempre soldi in più, forse un miliardo. Ma la realtà è che facendo i conti si scopre che per coprire  i bonus  e altri interventi a pioggia il deficit dovrebbe salire. A Bruxelles insomma non si accontentano delle slide che tanto piacciono al nostro premier. Da qui l’annuncio più volte dato dai media riferendo fonti attendibili della “letterina” che dovrebbe  arrivare dalla Commissione Ue con la richiesta di chiarimenti consistenti, di fatto modifiche della legge. Dal ministero dell’Economia non si conferma né si smentisce. Si sottolinea solo che non ci saranno modifiche  alla legge prima dell’invio ufficiale in Parlamento, lunedì, forse.

A Bruxelles il tempo volge al nero. Se la manovra non viene cambiata, se non vengono accolte le osservazioni della Commissione si aprirà la procedura di infrazione. Unica concessione a Renzi l’impegno a non aprire la procedura prima del referendum. Le Camere avranno modo di dire la loro, se non le sarà impedito con un voto di fiducia. Tutto è possibile.

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