Referendum. Le ragioni forti del No contro le incoerenze e i rischi della riforma. Il caso della libertà di ricerca e la critica a Benigni

Referendum. Le ragioni forti del No contro le incoerenze e i rischi della riforma. Il caso della libertà di ricerca e la critica a Benigni

La battaglia sulla riforma costituzionale scritta dal premier Renzi e dalla ministra Boschi, e sostenuta in 4 delle sei votazioni parlamentari da una maggioranza composta da Pd, Alfano e Verdini, ha avuto inizio, in realtà molti mesi fa, ad aprile, quando ci fu l’approvazione definitiva. I sostenitori della riforma sostengono che aver discusso di riforma costituzionale per 24 mesi, come prescrive l’articolo 138 della Costituzione del 1948, è una virtù che conferisce alla riscrittura di 47 articoli della Carta una sorta di lasciapassare. I contrari alla riforma sostengono invece che se quello proposto è il risultato, meglio sarebbe stato bloccarsi e ripensarlo. In realtà, la fretta di varare questa riforma è stata imposta non dalle relative lacune di alcuni articoli della Costituzione, in particolare nel Titolo V sulle diverse competenze attribuite ai diversi organi dello stato così emendato dalla riforma del centrosinistra del 2001, ma da una tenaglia di interessi, economici e ideologici, in parte anche istituzionali.

Chi sono i veri “padri costituenti” della riforma Boschi

Così, i “padri e le madri costituenti” di questa particolare riscrittura di 47 articoli sono ben definiti, e non sono né Leopoldo Elia, né Roberto Ruffilli, come affannosamente cercava di sostenere il premier nel confronto televisivo con Gustavo Zagrebelsky, ma ad esempio l’amministratore delegato della JP Morgan, la banca d’affari e di investimenti, la presidente del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde, il presidente della Commissione europea, Juncker, e probabilmente la coppia Merkel-Hollande. Si tratta pertanto di organismi finanziari e istituzionali esterni al dibattito costituzionale, e che tuttavia hanno imposto una sorta di “ideologia della velocità”. I parlamentari della maggioranza che hanno approvato gli emendamenti a quei 47 articoli della Costituzione del 1948 ne erano a tal punto consapevoli che oggi, a 40 giorni dal voto del 4 dicembre, ne recitano perfino le “magnifiche sorti e progressive”. Sono loro che propagandano le ragioni economiche che hanno spinto a quel tipo di nuovo assetto dello stato e sono loro che ne decantano “la grande bellezza”, senza un minimo di sobrietà.

Adattare la Costituzione alle richieste delle agenzie finanziarie internazionali

Qual era la richiesta delle istituzioni finanziarie internazionali? Dateci un’Italia più snella, senza particolari contrappesi istituzionali, dove si sa chi comanda e come lo fa, e noi saremo più liberi di fare investimenti. Un’Italia così aveva bisogno di un monocameralismo sancito costituzionalmente e di una legge elettorale più favorevole all’esecutivo, e senza particolari contrappesi o fastidiosi inciampi istituzionali. Bisognava togliere poteri diffusi giustificando la riforma con la riduzione dei costi della politica: via le province e via le competenze delle Regioni, inscenando un Senato farlocco che però desse l’idea di un certo rispetto dei territori. Perciò, da una parte, ad esempio con l’articolo 117 della riforma Boschi, si centralizzano decine e decine di funzioni e di competenze, e dall’altra col Senato composto da 15 sindaci e 80 consiglieri regionali, si finge di restituire ciò che è stato tolto. È questa enorme centralizzazione che allarga a dismisura i poteri del premier e dell’esecutivo, e con una sola Camera, sostanzialmente formata da eletti rigorosamente dipendenti dal premier, che è anche leader del partito vincente, si costruisce l’impalcatura costituzionale e istituzionale auspicata con precisione da quegli attori economici e finanziari.

Il caso più eclatante, la norma che limita la libertà di ricerca

Un esempio? È sfuggito a molti, e per questo lo segnalo qui, che proprio nell’articolo 117 della riforma Boschi, tra le tante nuove attribuzioni dello Stato centrale, ve n’è una che riguarda un elemento strategico della modernità. Alla lettera “N” dell’articolo 117 si scrive esplicitamente che “la programmazione strategica della ricerca scientifica e tecnologica” è attribuita allo Stato centrale, e dunque al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Saremmo l’unico stato al mondo a scrivere in Costituzione una tale strampalata norma. Tuttavia, se c’è, qualcuno deve pur averla pensata e scritta, e ora verrà sottoposta a referendum. Una tale norma non esiste al mondo perché la programmazione strategica della ricerca non appartiene allo Stato ma alla comunità scientifica, alle accademie, ai ricercatori, pubblici e privati. Semmai, appartiene allo stato la saggia definizione e ripartizione delle risorse. Ma proprio di questo si tratta. Se passasse questo sciagurato articolo così come è stato formulato, per la ricerca avverrebbe quel che tutto il mondo della scienza e della ricerca rifiuta, ovvero la limitazione della libertà di ricerca, poiché l’intera programmazione verrebbe decisa nelle stanze di viale Trastevere, dove ha sede il Ministero. Come sarà decisa strategicamente la ricerca e da chi, secondo quali logiche? Quelle parole, seminascoste, danno il senso di come si vuole stravolgere la Costituzione e in quale direzione, ovvero, quella di favorire precise lobby. Il risultato sarebbe la disastrosa subalternità della comunità scientifica alle decisioni prese altrove, dalla burocrazia ministeriale. Ricorda molto da vicino gli anni bui del fascismo. Ma di questo torneremo a parlare.

Chi sostiene la riforma con argomentazioni economicistiche sbaglia

Ciò che qui si vuol sostenere è che ogni tentativo di giustificare questa pessima riforma di 47 articoli della Costituzione del 1948 con argomentazioni economicistiche è destinato a scontrarsi con la palese, evidente, violazione con i principi inscritti nella prima parte. Ne è testimonianza la pessima performance di Roberto Benigni, che da una parte afferma che la nostra è la Costituzione più bella del mondo, poi però avverte che votare no sarebbe peggio della Brexit. E dove lo ha detto? Guarda caso, in una trasmissione di Mediaset, alle Iene, particolarmente seguita dalle nuove generazioni. In televisione quasi nulla accade per caso: la trasmissione era registrata, Benigni sapeva benissimo a quale pubblico stava rivolgendosi, e sospettiamo che l’accostamento tra il No nel referendum italiano e la Brexit fosse calcolato, pensato, studiato a tavolino. Si tratta di una evidente operazione di terrorismo ideologico, scatenare le paure suscitate dalle conseguenze dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea proprio in quella “generazione Erasmus” che più di tutte ha ancora fede nell’Europa, nonostante i suoi mille difetti. A Benigni infatti osiamo chiedere come mai questa parte della Costituzione in vigore da 70 anni non abbia limitato, ma aperto all’Europa, e ora invece viene negata, derisa, assunta come un impedimento? Il comico non l’ha spiegato. Perché non si può spiegare una tale corbelleria, che sembra buttata là come una battuta, ma potrebbe avere conseguenze pesanti. E a Benigni osiamo infine chiedere: ha mai provato a verificare le palesi incongruenze e incoerenze della riforma Boschi con la prima parte della Costituzione, quella che egli considera la più bella del mondo? Lo faccia, e cambierà idea.

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