L’Almanacco Cgil: Padoan sfiora il ridicolo, altro che “treno della crescita”. Il governo non muove alcuna critica alla politica liberista della Ue, fondata su austerità flessibile e svalutazione competitiva

L’Almanacco Cgil: Padoan sfiora il ridicolo, altro che “treno della crescita”. Il governo non muove alcuna critica alla politica liberista della Ue, fondata su austerità flessibile e svalutazione competitiva

Parla Pier Carlo Padoan all’International Monetary and Financial Committee che si svolge a Washington, una importante riunione di coloro che contano. Draghi, il presidente della Bce, molto ascoltato, ha appena detto che le cose non vanno bene, che anche la crescita delle economie più  avanzate è discontinua, la politica monetaria non può sostenere a lungo la crisi di un sistema, che ci vogliono le riforme di struttura di cui tutti parlano ma nessuno dice apertamente quali. Ma si capisce che a sostegno del sistema capitalistico si pensa a ridurre  i diritti dei lavoratori, in un mercato sempre più libero e, insieme, a rendere sempre più labile il welfare. Il ministro Pier Carlo Padoan interviene in questo dibattito e ne spara una grossa in merito alla situazione del nostro paese: “Tra due anni – afferma – saremo in testa al treno della crescita”. Non sappiamo se queste parole le ha pronunciate davvero o se si tratta di dichiarazioni rilasciate a qualche giornalista italiano ad uso e consumo dei media renziani. E’ certo che le ha rilasciate alla Cnn. Ma, in particolare, per parlare a Moscovici, il commissario Ue all’Economia cui lunedì 17 verrà consegnata la nota di aggiustamento del Documento di economia e finanza dopo il ritorno della risoluzione all’Ufficio parlamentare di Bilancio, organismo ufficiale che deve mettere la “bollinatura”, ossia convalidarla. Come è noto una prima bozza è stata respinta in quanto troppo “ottimistica” sulla crescita del Pil dell’1% per il 2017. Poi dovrà passare all’esame del voto del Parlamento.

La battuta del ministro dell’economia non ci fa fare bella figura. Siamo il fanalino o quasi

La battuta del ministro dell’Economia ovviamente non ci fa fare bella figura. Sfiora il ridicolo visto che l’Italia, purtroppo, è fanalino di coda, o quasi, fra i paesi della Ue, toglie quel poco di credibilità che ci resta, è fatta ad uso e consumo per “garantire” ai nostri partner che la stabilità politica è assicurata da Renzi e dal governo. I partner, a partire proprio da Moscovici, fanno il tifo per il “sì” al referendum costituzionale, dipingendo una eventuale vittoria del “no” come una specie di catastrofe. Questo è il clima di una stagione italiana arroventata, con la questione economica che, nella propaganda renziana, si intreccia con il referendum. L’ottimismo di maniera che ispira gli interventi del premier, due o tre al giorno, quasi a reti unificate, dei ministri “comandati” a orchestrare il coro, fonda la propria credibilità sui numeri, falsi o interpretati in modo indecente, che riguardano i diversi comparti dell’economia. Facciamo un po’ di chiarezza aiutati dal nuovo numero dell’Almanacco della Cgil. In Italia nel secondo trimestre 2016 la variazione congiunturale del Pil è pari a zero. L’Istat nella nota congiunturale emessa qualche giorno fa afferma che “i dati più recenti sull’economia italiana delineano uno scenario di persistente debolezza dei livelli di attività economica. Al -0.3 della domanda interna dovuto al calo degli investimenti e dei consumi pubblici, corrisponde una identica variazione della domanda estera”. Sempre da Istat si segnala nell’ultimo mese l’ottava variazione negativa consecutiva. Solo il bello spirito di Padoan può supporre che fra due anni siamo alla testa del treno. Già, dicono Renzi ed i ministri, ma ci sono gli effetti benefici del jobs act. Da Istat, certo non una pericolosa associazione di sovversivi, viene reso noto che il tasso di disoccupazione giovanile di luglio è pari al 39,2% cioè circa 20 punti sopra il livello pre-crisi e il numero dei nuovi occupati permanenti dall’inizio dell’anno è di appena 75 mila, a fronte di 239 mila lavoratori a termine e di 161 mila indipendenti, ovvero precari, voucher, partite iva individuali, ecc.

Tutte le previsioni  hanno già ridimensionato le stime della crescita

Segnala l’Almanacco dell’economia a cura dell’area sviluppo della Cgil che a metà dell’anno in corso, tutte le previsioni istituzionali nazionali e internazionali avevano già ridimensionano le stime di crescita per l’Italia, calcolando una variazione annua sotto il punto percentuale, sia per il 2016 che per il 2017. Nella nota di aggiornamento del Def 2016, lo stesso governo ha dovuto ridimensionare a +0,8 e a +0,6 la stima tendenziale del PIL 2016 e 2017, rispetto alla previsione del DEF di aprile scorso in cui aveva calcolato +1,2 per entrambi gli anni. La previsione dell’indice pari a -1,0 e lascia presagire che anche i prossimi 30 mesi non conteranno rilevanti incrementi della crescita e dell’occupazione.

Un  balletto di numeri diffusi da ambienti governativi  segno della confusione

Un balletto di numeri che sono un segno del marasma, della confusione dell’esecutivo che, aiutato dai media, con editorialisti improvvisati oppure talmente di parte da essere accecati, cerca di mascherare il fatto che questi anni “renziani” non hanno fatto progredire il paese. Anzi. Non solo da Palazzo Chigi, dai ministeri si fanno uscire illazioni, come quella dei 900 milioni di euro che verrebbero stanziati per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego bloccati da quasi dieci anni. Una beffa per milioni di lavoratori e per i sindacati. Oppure una “simil Ape”, la fissazione del sottosegretario Nannicini, per giovani che comincerebbero a pagarsi la pensione in anticipo. Così come il nuovo bonus a famiglie con due figli a carico in condizioni di bisogno quando la povertà in Italia ha raggiunto e superato i tre milioni di persone. Illazioni lanciate per vedere le reazioni. Un segnale di un governo che si muove alla cieca, se ce ne fosse bisogno. La riprova di un esecutivo in grande difficoltà viene anche dalla  nota di aggiornamento del DEF che delinea il quadro programmatico, macroeconomico e di finanza pubblica, nel quale verrà definita la Legge di Bilancio (ex Legge di stabilità) per il prossimo triennio. Netto e duro il giudizio espresso dall’Almanacco Cgil che scrive: “Al di là della dialettica con le istituzioni europee, sin dalla premessa del documento, il governo non muove alcuna critica alla politica economica europea e sceglie di star dentro alla visione liberista, incentrata sull’austerità flessibile e sulla svalutazione competitiva”.

Il documento per i prossimi anni indica una politica di tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni, riduzione delle imposte, soprattutto alle imprese; con poche “attenuanti”, quali la spesa per la ricostruzione e i migranti fuori dal Patto di stabilità, con il consenso, forse della Commissione UE, ma come ha detto Moscovici con interventi limitati e spiegabili, le misure fiscali a sostegno dei pensionati non meglio ancora definite e le risorse, irrisorie, per il rinnovo dei contratti pubblici. Dal momento che la crescita tendenziale nel 2017 sarà molto contenuta, il ministero dell’Economia e Finanza per far tornare i conti e scommettere su una crescita del PIL dell’1% (da 0,6% tendenziale) calcola un effetto esagerato delle misure economiche che intende approvare con la Legge di Bilancio. “Per ottenere la crescita aggiuntiva – scrive l’Almanacco Cgil – si prevedono moltiplicatori fiscali positivi pari a +0,6 punti percentuali di PIL, di cui +0,3 solo per effetto dell’ulteriore rinvio delle cosiddette clausole di salvaguardia (aumenti di IVA e accise), che diventano +0,4 a causa dell’impatto dei tagli e delle coperture finanziarie (con moltiplicatori negativi pari appunto a -0,2 punti di PIL). Il governo mente sapendo di mentire, ancora una volta”. C’è una sola certezza: “nel 2017  non si raggiungerà né la crescita auspicata, né la riduzione del debito pubblico. Continuerà la spirale perversa dell’austerità depressiva, finché non verrà realizzata una politica economica alternativa. La produttività e il PIL-afferma lì’Almanacco Cgil- crescono solo se si investe, anche e soprattutto nel lavoro”.

Nella nota di aggiornamento al Def la riduzione dei salari e dei redditi da lavoro

Nella nota di aggiornamento del Def 2016 si calcola una riduzione dei salari reali (-0,6%) e della stessa quota dei redditi da lavoro sul PIL (-1,5%) nel prossimo triennio. Inoltre, non c’è alcuna soluzione per ridurre significativamente la disoccupazione. Il tasso di disoccupazione, addirittura, viene programmaticamente fissato come obiettivo attorno al 10% nel 2019 (nel 2007 era il 5,6). Sottolinea l’Almanacco Cgil che “il dibattito internazionale si è sempre più concentrato sulle possibilità di intervento pubblico in economia, soprattutto in termini di investimenti pubblici e creazione diretta di occupazione, al fine di scongiurare il rischio di stagnazione secolare”. Interessa qualcosa a Renzi? Pare proprio di no. A lui interessa mostrare il volto duro, gonfiare il petto, ma è tutta apparenza. Una politica di sinistra in Europa è, dovrebbe essere, tutt’altra cosa, forse non c’è proprio, a leggere il Gianni Pittella pensiero, presidente del gruppo dei Socialisti e democratici. Non parliamo di Padoan che  non rimarrà famoso per l’immagine del treno Italia alla testa della crescita. Di treni famosi ne ricordiamo uno solo, “Quel treno per Yuma”. Non si faccia illusioni il Padoan.

 

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