Ilva di Taranto. La Regione presenta un dossier: confermata la relazione tra stabilimento e alti tassi di cancro e mortalità. Scontro tra Regione e governo centrale. Lettera di Landini agli operai

Ilva di Taranto. La Regione presenta un dossier: confermata la relazione tra stabilimento e alti tassi di cancro e mortalità. Scontro tra Regione e governo centrale. Lettera di Landini agli operai

Un eccesso di ricoveri per patologie respiratorie tra i bambini, dai neonati ai 14enni, residenti a Taranto nei quartieri Tamburi (+24%) e Paolo VI (+26%). L’aumento di malattie neurologiche e cardiache, dei tumori a polmoni, stomaco e reni. Gravidanze “con esito abortivo” e casi di cancro alla mammella e alla cute tra le donne. Secondo lo studio epidemiologico commissionato dalla Regione Puglia per “valutare l’effetto delle sostanze tossiche emesse dall’Ilva”, sono questi i ‘mostri’ contro cui combattono dal 1965 oltre 321mila abitanti del capoluogo ionico e dei comuni limitrofi Massafra e Statte, seguiti fino al 2014. Nell’indagine, presentata il 3 ottobre, si evidenzia che non solo esiste una “forte relazione” tra “emissioni industriali e danno sanitario”, ma che “l’andamento della mortalità ha seguito in modo speculare quello della produttività e dell’inquinamento”.

Michele Emiliano e il Consiglio regionale pugliese impugnano la legge sull’Ilva dinanzi alla Corte Costituzionale

Per questo, il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano in mattinata aveva anticipato l’intenzione di impugnare dinanzi alla Consulta la legge “che impedisce alla magistratura di bloccare l’impianto”, poiché proroga i termini per l’adeguamento del siderurgico alle normative ambientali. Intenzione realizzata in serata quando la Giunta regionale in seduta straordinaria “ha deliberato di impugnare la legge numero 151/2016 che ha convertito l’ultimo decreto legge sull’Ilva”. La motivazione formale è la “lesione del principio di leale collaborazione che dovrebbe ispirare l’operato del legislatore” in quanto la legge “non prevede alcuna forma di coinvolgimento della Regione nella procedura di modifica o integrazione al piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria, o di altro titolo autorizzativo necessario per l’esercizio” dell’Ilva. Per Emiliano, questa era una delle poche frecce che la Regione poteva ancora scoccare per “limitare i danni” di un “impianto che andrebbe bloccato fino a che non si sia in grado di funzionare senza pericolo”, oppure “rallentato” per portare i valori “fuori scala” a un livello “minimo”. Anche per questo il governatore aveva già dato “indicazione all’Avvocatura regionale di istruire la richiesta di revoca dell’Aia”. Il rapporto, infatti, mette sotto accusa polveri sottili (Pm10) e anidride solforosa (So2). Sostanze che tra la popolazione più esposta (a concentrazioni di 10 microgrammi al metro cubo) causerebbero un aumento della mortalità, rispettivamente, del 4% e del 9%. Entrambi gli inquinanti sarebbero dunque responsabili di nuovi casi di tumore al polmone (+29% le polveri e +42% la anidride solforosa), e di infarti del miocardio (+10% e +29%). Nel rapporto, inoltre, si è osservato “un eccesso di mortalità per tumore dello stomaco (+41%) e della pleura (+72%) tra i lavoratori impiegati in siderurgia”.

L’accusa di Emiliano a Renzi: lo studio è da giorni a Palazzo Chigi, perché non ti sei mosso?

Questo studio, ha sottolineato Emiliano, è “da diversi giorni” sulla scrivania del premier Matteo Renzi ma col governo “non riusciamo ad avere un confronto sull’Ilva da “più di un anno, credo a questo punto per ragioni di natura politica”. Ora, però, “il governo ha l’obbligo giuridico di intervenire” con “provvedimenti immediati”. Ricordando infine di “non aver avuto risposta” neppure alla sua proposta di produrre acciaio in maniera meno inquinante, attraverso la decarbonizzazione del siderurgico, Emiliano ha concluso di essere “al limite della tensione istituzionale: non so cos’altro fare per tenere insieme il mio dovere con il principio di leale collaborazione col governo”.

La replica del sottosegretario De Vincenti

“Le autorità sanitarie, che stanno già monitorando attentamente la situazione di Taranto, esamineranno con la massima attenzione anche i dati presentati oggi a Bari. A Michele Emiliano ricordo che al centro del decreto legge c’è proprio la valutazione del piano ambientale come presupposto per il futuro di Ilva. C’è chi, come lui, lavora per lo sfascio e chi, come il Governo, per tutelare insieme salute e occupazione”, ha replicato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Claudio De Vincenti.

La lettera di Maurizio Landini agli operai dell’Ilva in occasione del rinnovo delle RSU

“L’Ilva di Taranto è il più grande paradosso industriale italiano: una fabbrica dalle potenzialità straordinarie ridotta a problema sociale, ambientale, economico. È questa l’eredità pesante della gestione della famiglia Riva, fatta di arricchimento personale e speculazioni finanziarie, sfruttamento dell’uomo e dell’ambiente, miopia aziendale”. Lo afferma il segretario nazionale della Fiom Maurizio Landini in una lettera alla vigilia del rinnovo delle Rsu nello stabilimento di Taranto. Queste, aggiunge Landini, sono “caratteristiche che hanno portato al collasso dell’impresa e del territorio, rovinando l’esistenza e la salute di chi lavora all’Ilva e di chi ci vive attorno. Fino a metterne a rischio la stessa vita con un tasso di mortalità per inquinamento e una quantità di morti sul lavoro che non trovano riscontro in nessun’altra parte d’Italia. Ma tutto questo non è inevitabile”. “Oggi, con il commissariamento e la messa in vendita del gruppo, siamo a un momento cruciale – osserva ancora il leader della Fiom – per il futuro dello stabilimento e dell’intero gruppo, per il domani dei lavoratori e dei cittadini di Taranto. Si può dare un futuro industriale a Taranto, si può produrre acciaio senza distruggere la vita di chi lavora e di chi ci sta attorno, come si fa nelle parti più progredite del mondo”. Il problema, sostiene Landini, “è che finora non c’è stata la volontà di farlo. Da quando è esploso il ‘caso Taranto’ si sono persi troppi anni e dilapidati inutilmente troppi soldi pubblici. Ora non c’è più altro tempo da perdere e serve una vera svolta che riconiughi le ragioni dell’ambiente con quelle del lavoro, il diritto alla salute dei lavoratori con quello dei cittadini. Per trovare una soluzione al ‘caso Taranto’ – conclude Landini – non basta una nuova proprietà, è necessario che in essa trovi spazio l’intervento pubblico, attraverso la Cassa depositi e prestiti, in modo che il governo garantisca gli investimenti necessari e la loro finalizzazione a una politica industriale di svolta che tuteli il lavoro, l’occupazione, l’ambiente”.

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