Il sindaco di Parma Pizzarotti esce dal Movimento di Grillo e fa emergere la doppia natura dei 5Stelle. Politesse a Roma e ghigliottina a Parma

Il sindaco di Parma Pizzarotti esce dal Movimento di Grillo e fa emergere la doppia natura dei 5Stelle. Politesse a Roma e ghigliottina a Parma

L’uscita di Federico Pizzarotti dal Movimento 5 Stelle non è certo un fulmine a ciel sereno. Raramente dimissioni sono state così lungamente annunciate, motivate, reclamizzate, asseverate, e finalmente arrivate. Si sono materializzate nella mattina del 3 ottobre, nel corso di una conferenza stampa che il sindaco di Parma ha tenuto, circondato dalla totalità degli altri amministratori cittadini del movimento, a smentire l’isolamento in cui l’eretico Pizzarotti si troverebbe secondo Luigi Di Maio.

La nota dei consiglieri 5stelle di Parma smentisce Di Maio

Vale la pena di segnalare questo aspetto, perché se è vero che nessun altro esponente grillino di Parma ha per ora seguito Pizzarotti nella sua uscita dal movimento, è anche vero che l’intero gruppo consiliare 5S “esprime pieno appoggio e fiducia al sindaco e tutta la sua giunta” come è scritto in una nota, che così prosegue: “Il lavoro fatto in questi anni ha un valore che va ben al di là dei simboli. Nei prossimi giorni valuteremo serenamente l’opportunità di una nostra permanenza o uscita dal M5S. Lo faremo tutti insieme, come tutti insieme abbiamo preso la decisione che il sindaco ha comunicato questa mattina. Siamo una squadra e continueremo ad agire come tale”. Non sono affatto parole rituali. Sono dichiarazioni politiche forse più pesanti delle stesse accuse che Pizzarotti ha mosso alla direzione del movimento per motivare la sua uscita.

A Parma si consuma una pagina importante nella storia del Movimento di Grillo. Il confronto-scontro tra la dimensione amministrativistica e la visione palingenetica

A Parma infatti si è consumata una pagina importantissima della storia politica dei 5 stelle. A Parma si è misurata l’idoneità del movimento ad essere il motore del rinnovamento reale della politica italiana. E la dimensione amministrativistica che fin dall’inizio ha caratterizzato l’azione di Pizzarotti si è scontrata con la visione palingenetica del grillismo nella sua fase di avvio, ma che incontra le ovvie difficoltà che incontra ogni millenarismo quando fa i conti con la complessità della realtà quotidiana. Pizzarotti, dunque paga un deficit di fedeltà alla declamata intransigenza. E lo segnala in modo particolare a proposito della tormentata vicenda dell’inceneritore.

La tormentata vicenda dell’inceneritore

La chiusura dell’impianto di Uguzzolo era stata forse l’impegno principale nella campagna elettorale che lo portò, nel 2012, al secondo turno, alla guida del capolouogo emiliano. Questa chiusura non è mai avvenuta e anzi si nota come l’inceneritore abbia funzionato a pieno regime, vicino al livello di saturazione di 130.000 tonnellate, meno della metà delle quali di provenienza cittadina (il resto dalla provincia e anche dalla regione). Era inevitabile questa rinuncia alla bandiera dello “zero inceneritori”? Probabilmente sì, perché nel frattempo la giunta Pizzarotti ha lodevolmente elevato la percentuale di raccolta differenziata al 72% (veramente notevole), dimostrando però che questa seconda strada era da sola insufficiente.

I vertici del Movimento hanno più volte chiesto le dimissioni di Pizzarotti

La difficoltà di tenersi fedeli alle dichiarazioni di principio è apparsa chiarissima nel corso del 2013. E a quel punto, come ha rivelato Pizzarotti nel corso della conferenza stampa, le due anime – quella amministrativistica e quella palingenetica – sono entrate in insanabile conflitto. I vertici del movimento volevano che Pizzarotti lasciasse l’incarico, si dimettesse da sindaco, piuttosto che piegarsi a una mediazione. Meglio rinunciare che lasciarsi contaminare. “Nel 2013” ha detto Pizzarotti “ho subito pressioni sgradevoli rispetto alla scelta di chiudere la nostra esperienza e dare dimostrazione di intransigenza sul tema dell’inceneritore mettendo così in seconda battuta la città. Io ho risposto che non potevo far fallire una città di fronte a richieste di chi non ha mai amministrato la città”.

Il punto sembra questo e non può che suscitare sconcerto che la nuova sindaca di Roma Virginia Raggi, sollecitata pochi mesi fa a pronunciarsi sulla questione dell’inceneritore di Parma, si dichiarasse convinta che Pizzarotti l’inceneritore lo “sta affamando, non conferisce nulla…”. Alla faccia dell’affamamento! L’inceneritore girava a pieno regime. Ma una affermazione propagandistica, tanto per ribadire innocenza e candore, non costa nulla. Ed è da quel 2013 che matura il dissidio e che, nella denuncia di Pizzarotti, si accentua negli anni successivi anche e soprattutto perché – è sempre il sindaco di Parma a sostenerlo – “il movimento è cambiato”. Ribadita la fiducia in Grillo – anche se si stenta a trovare coerente questa dichiarazione con la radicale critica alla recente nomina del padre fondatore a “capo politico” – Pizzarotti lascia “da uomo libero”, perché nel frattempo il movimento è finito in mano ad “arrivisti ignoranti”.

La nuova parola d’ordine del sindaco di Parma: governare e dialogare

Il più specifico bersaglio di questa critica è Luigi Di Maio, al quale Pizzarotti rimprovera di non aver mai fornito risposte alle sue sollecitazioni. Attribuitosi, probabilmente con eccesso di autoreferenzialità, il merito di essere “l’unico ad aver mostrato una coscienza critica”, il sindaco ha infine reso ancora più esplicito il senso vero del contrasto che lo ha indotto oggi ad uscire dal movimento: “In tante parti d’Italia siamo stati consumati da arrivisti ignoranti che non sanno cosa vuol dire amministrare: vogliamo governare e poi non si dialoga con nessuno. Questo non vuol dire governare”. Governare e dialogare, dialogare e governare. A un anno dal rinnovo dell’amministrazione di Parma, Pizzarotti lancia il suo manifesto, proprio nelle giornate in cui a Roma il movimento sembra andare in tutt’altra direzione.

Pizzarotti ha fatto chiaramente capire (anche se non lo ha detto in modo esplicito) che l’anno prossimo alle elezioni ci sarà anche lui e non sarà solo, come la nota dei consiglieri di Parma lascia intendere. Del resto, anche se sono scontate nella loro strumentalità le lodi a Pizzarotti sindaco che arrivano da suoi colleghi del pd (Sala, Nardella…), è altrettanto vero che è generalmente positivo il giudizio che si dà di questa prima importante esperienza di governo locale del Movimento 5 Stelle.

L’ambiguità del Movimento: politesse a Roma e ghigliottina a Parma

La battaglia per dare sostanza politica alla vocazione rivoluzionaria dei 5 Stelle è appena agli inizi. L’uscita di Pizzarotti è una tappa importante di questo percorso e rende manifesta la pretestuosità delle accuse di violazione delle regole interne (ma quali regole?) per non aver tempestivamente denunciato un’indagine cui il sindaco era sottoposto. Quella vicenda, legata alla procedura per le nomine del Teatro Regio, si è poi dissolta in un nulla di fatto ed ha una rilevanza politico-giudiziaria abissalmente distante dal tessuto dell’indagine cui è sottoposta a Roma l’assessore Muraro, per la quale però è stata introdotta la norma del “Calma ragazzi, dobbiamo vedere le carte”.

Insomma, politesse a Roma e ghigliottina a Parma. In attesa di un possibile, ma ormai privo di senso incontro fra l’eretico di Parma e il “capo politico”, annunciato, non sappiamo con quanta consapevolezza da Roberto Fico. Se avevano qualcosa di significativo da dirsi, avrebbero dovuto farlo prima della conferenza stampa. Ora il dado è tratto.

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