Il governo sulla graticola. Pioggia di critiche sulla manovra. Padoan scrolla le spalle, diamo un “boost”, spinta, alla crescita, fa più chic. Renzi “avverte” la minoranza

Il governo sulla graticola. Pioggia di critiche sulla manovra. Padoan scrolla le spalle, diamo un “boost”, spinta, alla crescita, fa più chic. Renzi “avverte” la minoranza

Li mettiamo in fila. Bce, Banca d’Italia, Ufficio Parlamentare di Bilancio, Corte dei Conti, Fondo monetario internazionale, esponenti di Regioni, Comuni, un coro di critiche nel merito della stesura della nota di aggiornamento al documento di Economia e finanza che il governo deve presentare alla Commissione della Unione europea. I commenti più benevoli parlano di “eccesso di ottimismo”. In particolare viene preso di mira l’1% previsto per il Pil nel 2017, 0,8 per il 2016. Il ministro Pier Carlo Padoan difende l’impostazione del governo. L’1% di Pil nel 2017, ha detto in audizione al Parlamento, è un “obiettivo ottimistico secondo alcuni, ambizioso secondo altri, anche se realizzabile. Anche noi consideriamo che questo obiettivo sia ambizioso perché abbiamo il dovere di esserlo. Questa ambizione è sostenuta da una manovra che dà un boost, una spinta alla crescita”. “La manovra – ha aggiunto – è costruita con la cura spesso invocata dal presidente della Bce e che ieri è stata richiamata durante l’audizione della Banca d’Italia”. Davvero un “coraggioso” questo ministro, il quale riconosce che l’obiettivo è ambizioso, ottimistico, ma questa ambizione, dice, è sostenuta da una manovra che dà un “boost”. Stupendo il ricorso a questa parola che in italiano significa “spinta, stimolo” e si usa per pubblicizzare prodotti di vario genere. Insomma una manovra ambiziosa che si spera stimoli la crescita. Che dire? Rimaniamo ammutoliti. Non è da meno il presidente del Consiglio. Renzi Matteo, con l’arroganza che gli è propria, poco ci manca che definisca gufi tutti coloro che esprimono critiche.

Ufficio parlamentare di Bilancio: previsioni eccessivamente ottimistiche

Compresa una autorità quale l’Ufficio parlamentare di Bilancio, Upb, che ha  il compito di convalidare ai fini della Ue i documenti di bilancio italiani. Nota il presidente Giuseppe Pisauro che le previsioni macro del governo sono in linea con gli esperti censiti dall’Upb per il bienno 2015-2016, mentre per il 2017-2018 “dobbiamo confermare una scarsa prudenzialità della previsione” che appare “eccessivamente ottimistica”. L’Upb ha fatto anche notare che la Finanziaria prevede dal 2016 “impegni di carattere permanente”. Pisauro ha quindi riflettuto sull’opportunità di attivare la leva dell’Iva: se dovesse essere “confermata l’intenzione indicata nel Def di aprile di disattivare le clausole” anche per il 2017 e 2018, sarà necessario “reperire risorse a regime per un punto percentuale di Pil”. Nella relazione si sottolinea infatti che, se la disattivazione delle clausole è completa per il 2016, “si prospetta in sostanza il mantenimento a decorrere dal 2017, degli aumenti dell’Iva. Resta quindi in vigore una clausola di salvaguardia per 15 miliardi nel 2017 e circa 20 miliardi negli anni successivi”. Pisauro ha poi  sottolineato come gli impegni per il 2016 “sono in buona parte finanziati da risorse temporanee”. Nel 2017 la finanza pubblica dovrebbe essere garantita solo dalla ripresa. Ma come  scrive il poeta “del  futur non c’è certezza”.

Corte dei Conti: rischi per i Comuni e le Regioni

La Corte dei Conti  si associa ai tecnici del Senato che vedono rischi per le autonomie locali legati al taglio della Tasi sulle prime case. Per i magistrati contabili, senza la tassa si limita la capacità fiscale dei comuni, favorendo chi ha già alzato al massimo le aliquote. Per il presidente della Corte Raffaele Squitieri, il problema è che la manovra “in deficit lascia nodi irrisolti”.  Effetti indesiderati della manovra  non solo sui Comuni ma anche sulle Regioni “sono certi”. Il Servizio Politiche Territoriali della Uil ha stimato il rischio di aumento delle addizionali regionali Irpef nelle regioni in rosso sanitario. In Piemonte, Liguria, Lazio, Abruzzo, Campania, Molise, Calabria, Puglia e Sicilia l’aumento medio, ha spiegato il segretario confederale Guglielmo Loy, rischia di essere di 221 euro pro capite.

La Bce mette in guardia da deroghe al patto di stabilità. Bankitalia: diminuire il debito pubblico

Scende in campo anche la Banca centrale europea che lancia un messaggio. L’istituto di cui è presidente Mario Draghi mette in guardia da deroghe al patto di stabilità (quello che vuole Renzi ndr) in cambio di riforme. Come quello 0,3%  pari a a 4-5 miliardi di spesa, che il governo conta di strappare alla Commissione europea. Per la Bce “solo una serie limitata di riforme strutturali può avere un impatto a breve termine sul bilancio pubblico”, quindi vanno evitati “abusi”.

Sull’uso del contante si è soffermato il vicedirettore generale della Banca d’Italia, Signorini, la cui riduzione “resta un obiettivo da perseguire” visto che la propensione al suo utilizzo nel nostro Paese rimane molto più elevata delle media europea. “Non vi sono – dice – elementi per escludere a priori l’opportunità di un innalzamento del limite generale da mille a tremila euro”. Ha insistito sulla necessità di diminuire il debito pubblico per dare fiducia ai mercati.

Il Fondo monetario  la vede nera. Disoccupazione resterà sopra l’11%

Sul debito interviene il Fondo monetario internazionale che la vede nera, in crescita al 133,2% del Pil nel 2016, dal 132,7% del 2015, e un ulteriore aumento al 133,4% nel 2017. Il tasso di disoccupazione in Italia è destinato a rimanere sopra l’11% anche nel 2017. Stando agli economisti di Washington il tasso si attesterà all’11,5% nel 2016, in flessione dall’11,9% del 2015, e poi si posizionerà all’11,2% l’anno prossimo.

A fronte di questo “pacco” di critiche che fa il ministro in audizione al Parlamento? Spallucce. Con la faccia triste annuncia che “il  recupero dei livelli pre crisi è più lento di quanto desiderabile”. Bontà sua perché la ripresa non c’è, siamo allo zero virgola quando non sotto. Dice che le riforme hanno effetti nel tempo, andavano fatte prima della crisi. Campa cavallo. Insomma chi vivrà vedrà. Parla di “rallentamento dell’economia globale ed europea insieme”. Poi svela la strategia del governo, sostegno alla crescita, di cui non c’è cenno, “consolidamento dei conti pubblici, massima attenzione alla sostenibilità del debito nel medio e lungo periodo”, in una parola tagli. “Resta ferma l’intenzione del governo – ha detto – di proseguire con il programma di dismissioni del patrimonio immobiliare e di privatizzazioni, frenato quest’anno dalle condizioni di elevata volatilità dei mercati”.

Il premier, oligarca, fa capire alla minoranza chi tiene il bastone di governo

Renzi Matteo fa orecchie da mercante. Il “pacco” di critiche stimola la sua arroganza. Arringa i parlamentari del Pd riuniti in assemblea. “Questa legge di stabilità è una legge sulla fiducia”. Drammatizza: “Siamo al bivio: o prendiamo l’occasione della stabilità come l’accelerata decisiva, oppure buttiamo tutto quello che abbiamo fatto. È il momento della svolta: la legge di stabilità sia il punto di cambiamento”. I tagli? Fa salire il tono: “Sulla sanità, il sociale e la cultura, noi investiamo più di prima. Nel 2014 erano 109 miliardi, nel 2015 110, 111 nel 2016. È demagogia dire che sulla sanità mettiamo meno soldi. Non c’è presidente di Regione che guadagni meno del premier. Il governo è con le Regioni ma non bisogna fare demagogia”. Ma quello che interessa a Renzi è far capire alla minoranza chi tiene il bastone di comando. Con tono sprezzante usa parole come la “ditta”, tipiche del linguaggio bersaniano. “La legge di stabilità è di sinistra come la nostra impostazione. Non è che la ditta è di sinistra se il congresso lo vince Tizio o Caio. Cari amici e compagni, le regole valgono sempre o non valgono mai”. Non poteva mancare un accenno ai “salotti”.  “La prossima partita politica – afferma – si vincerà nelle periferie non nei salotti del centro storico. La decrescita è un argomento che va bene nei salotti. Compito della politica è dare un lavoro a tutti, non lo stipendio”. Camminate, trottate gente, pare dire, lo “stipendio”, il seggio parlamentare ve lo dovete guadagnare. Non si sgarra. Insomma, se qualcuno aveva dubbi, sull’uomo solo al comando, su Matteo, “l’oligarca”,  parola che piace a Scalfari,  è servito.

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