Apertura Ue, un trucco. Moscovici, assist a Renzi sul sì nel referendum contro il rischio populismo. Sulla flessibilità ricorda che “nel gennaio 2015 abbiamo già detto cos’è”. E se si occupasse della Francia e di Hollande pieno di guai?

Apertura Ue, un trucco. Moscovici, assist a Renzi sul sì nel referendum contro il rischio populismo. Sulla flessibilità ricorda che “nel gennaio 2015 abbiamo già detto cos’è”. E se si occupasse della Francia e di Hollande pieno di guai?

Il trucco c’è ma non si vede. Riguarda “l’apertura” di Pierre Moscovici, commissario Affari economici della Unione europea, sulla ormai famosa questione della flessibilità, il cavallo di battaglia per i conti pubblici del nostro paese, richiesta a gran voce da Renzi Matteo. Il premier l’avrebbe spuntata. Moscovici ha fatto così un assist per il presidente del Consiglio. Afferma il Commissario francese che  l’Italia “è un paese a rischio populismo”,  e si capisce che richiama Brexit, l’Austria, l’Ungheria, si riferisce ovviamente anche al referendum costituzionale e a una eventuale vittoria del no. “L’Europa – afferma – ha bisogno di una Italia forte. Ecco perché sosteniamo gli sforzi di Renzi”. A questo proposito, Moscovici farebbe meglio a pensare al suo paese, la Francia, di cui è stato ministro socialista, si fa per dire, e ad Hollande. Ma ne parleremo dopo. Torniamo alla “apertura” della Ue ed ai media che contano a partire dalla televisione pubblica e a quelle di Mediaset, il cui capo, Confalonieri, fa propaganda per il sì e cerca di convincere anche Berlusconi perlomeno a tacere, i giornaloni che rilanciano con titoloni a tutta pagina sul successo di Renzi Matteo. Dov’è il trucco? È vero che Moscovici quando annuncia le “aperture” fa riferimento ad una “Italia che deve essere partner forte” ma  ricorda che, a proposito della flessibilità, non è da ora che  dice chiaramente cos’è.

Il testo integrale dell’intervento pronunciato dal commissiario Ue smaschera i media

Leggiamo l’intervento che Moscovici ha pronunciato a Washington al Fondo monetario nel corso dell’Atlantic Council. “Abbiamo detto chiaramente cosa è la flessibilità nel gennaio 2015. L’abbiamo fatta per l’Italia quando ha creato investimenti, ha fatto riforme strutturali. Abbiamo detto che saremo pronti a considerare spese per la crisi dei rifugiati o il terremoto o un paese che soffre, attacchi terroristici come in Belgio. Si tratta di flessibilità precise, limitate e chiaramente spiegate. In generale un paese deve rispettare i criteri e ridurre il debito pubblico che è il principale problema di Italia e Belgio”. I  media invece accreditano l’apertura Ue al fatto che Renzi è  il numero uno che mette a tacere Merkel in primo luogo e Hollande ci deve fare i conti. Che anche se non è stato invitato al vertice a Berlino, il “potere” renziano apre le porte della Unione europea. Nel riportare l’intervento di Moscovici hanno omesso, cosa che non fa il Sole 24 ore, un particolare, quello in cui afferma che “nel gennaio 2015 abbiamo chiaramente detto cos’è la flessibilità”. Se avessero scritto che Renzi e Padoan sapevano come potevano muoversi saltava tutta la campagna renziana: “vi faremo vedere noi chi sono gli italiani”. Saltava così un fatto non secondario.  Renzi non poteva scaricare sulla Unione europea, che di colpe ne ha molte, le difficoltà in cui si trova il nostro Paese, dovute alla politica del governo.

Oscurati tutti i dati economici negativi a partire dalla crescita del debito pubblico

Tutti i dati economici e sociali sono negativi, la crescita non c’è, la crisi permane, lo zero virgola non ci porta da nessuna parte. “L’apertura” di Moscovici, in questa situazione, con alle porte il referendum, con impegni presi da Renzi che, al solito, non potrà mantenere, i tagli previsti, sanità in primo luogo, era come la manna. Il premier, con l’aiuto dei media se la poteva giocare. Altro che il ponte sullo Stretto o il piano fantasma Industria 4.0. Non a caso l’intervento di Moscovici per quanto riguarda il debito pubblico veniva pressoché oscurato, così come le previsioni del Fondo monetario internazionale che vedono  il debito in crescita, dal 132,2 del 206 al 133,4 del 2017.

Passata la sbornia sulla decantata “apertura” da parte della Ue si torna alle miserie terrene, la nota di aggiornamento  relativa al Def, documento di economia e finanza. La risoluzione presentata dal ministro Padoan  all’Ufficio di Bilancio del Parlamento non ha avuto l’approvazione di questo organismo. Non ha dato la “bullonatura”, la validazione, a seconda dei gusti, perciò il documento è tornato al mittente. Senza la “bullonatura” non si va da da nessuna parte, né alle Commissioni del Parlamento né al voto delle Camere. È la prima volta nella storia che avviene un fatto del genere, unito ad un coro generale di critiche al documento approvato dal Consiglio dei ministri nei ritagli di tempo, dalla Banca d’Italia alla Bce, al Fondo Monetario, all’Ocse e chi più ne ha più ne metta. Sotto accusa in particolare è un numero, riguarda la crescita del Pil dell’ 1% prevista per il 2017, quando tutti gli indicatori si fermano al massimo, stiracchiato, ad uno 0,9, ma si oscilla verso uno 0,6.

Il “miracolo” di Padoan che prevede per il 2017 il Pil all’1% in più

C’è chi lo chiama il “miracolo” di Padoan, ma sono in pochi a crederci. Ora il ministro si deve ripresentare all’Ufficio di Bilancio. Si dice che alzando il deficit dello 0,4, portandolo al 2%, meglio ancora se al 2,4%, pari alla disponibilità di sette miliardi, questi miliardi in più farebbero da volano alla crescita, che raggiungerebbe così l’1% previsto da Padoan. Insomma in soldoni, il deficit ci farebbe crescere. Il problema è che l’Ufficio bilancio ci creda o che il ministro abbia in riserva la carta giusta Al massimo entro sabato la risoluzione deve essere pronta, approvata in modo da inviarla alla Commissione Ue che lunedì la prende in carico. Sabato la Ue chiude i battenti e così si è guadagnato un giorno in più. Dall’Europa torniamo  alla Francia, all’intervento di Moscovici. Veniamo alla situazione economica come descritta da Le Monde e da Liberation. È poco dire che “è sull’orlo del collasso”. Anche in Francia la crescita è di pochi decimali e aumenta catastroficamente la disoccupazione generale. Soprattutto quella giovanile, che ha visto scendere in piazza centinaia di migliaia di giovani proprio contro la riforma del mercato del lavoro voluta da Hollande e da Valls, per arginare gli effetti della crisi liberalizzando i rapporti di lavoro a tutto vantaggio delle imprese.

La crisi di Hollande e dei socialisti. A Moscovici: quando non sai che dire meglio tacere

Inoltre, va aggiunto che il governo francese non ha un ministro dell’Economia, dal momento che Macron è uscito dal governo per formare un suo partito che gareggerà contro i socialisti. Da questa situazione, nasce la costante richiesta di Hollande alla Commissione europea di sforare il limite del 3% del deficit pubblico, e soprattutto la decisione di Bruxelles di concederla, anche perché il debito pubblico francese è poco al di sotto del 100%, ma distante da quel 60% limite massimo consentito. La fase di turbolenza economica francese è anche caratterizzata dalla forte instabilità politica, determinata dal prossimo voto presidenziale e dall’affermazione della destra populista di Le Pen. I socialisti che nei sondaggi sono messi proprio male, hanno optato per le primarie da tenersi a gennaio, infliggendo una pesante umiliazione  ad  Hollande. Un segnale della crisi di consensi nei confronti del presidente uscente e più in generale della crisi dei socialisti, terzi nei sondaggi, accusati di aver praticato, al governo, una politica che di sinistra ha ben poco. Anche i Repubblicani di Sarkozy ricorrono alle primarie. L’unico candidato certo alle presidenziali resta dunque Marine Le Pen. In un celebre cartone animato, una cerbiatta, la madre di Bambi, dice al figlio cerbiattino: “Quando non sai che dire è meglio che tu taccia”. Un consiglio  di cui  Moscovici dovrebbe far tesoro.

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