Pensioni. Camusso ribadisce: abbiamo firmato un verbale non un accordo. Anche i media scoprono che il confronto è ancora aperto. Il rapporto fra anziani e giovani. La pensione di garanzia

Pensioni. Camusso ribadisce: abbiamo firmato un verbale non un accordo. Anche i media scoprono che il confronto è ancora aperto. Il rapporto fra anziani e giovani. La pensione di garanzia

Che la democrazia, la socialità, il rapporto cioè fra chi amministra e ammnistrati, i governi, la partecipazione dei cittadini, non vivano buona salute è davanti agli occhi di tutti. Una prova ulteriore viene dal modo in cui gli stessi sindacati hanno commentato il confronto con il governo sul tema previdenza. Lo hanno definito “importante” . Ed è vero. Ma  se si definisce “importante” un avvenimento in cui l’esecutivo si mette al tavolo insieme alle forze sociali, vuol dire che qualcosa non quadra. Perché dovrebbe essere una normale prassi. In realtà era stata interrotta da Renzi Matteo che vede i sindacati, Cgil, Cisl, Uil come il  fumo negli occhi. Lui va ogni giorno o quasi, a visitare qualche fabbrica, non per parlare con i lavoratori ma con i padroni. Ultimo in ordine di tempo quelli interessati al Ponte sullo Stretto con i quali già aveva avuto qualche contatto, forse anche di più, in privato. Del resto non si è mai presentato al tavolo di confronto, magari anche solo per salutare i segretari generali, Camusso, Furlan, Barbagallo, che rappresentano oltre dieci milioni di italiani. Non si presenta ma raccoglie, anzi fa propri, i frutti, molto acerbi a parer nostro, del confronto che si è protratto per alcuni mesi. Frutti acerbi, quando vai a leggere il documento conclusivo del confronto, ma nei titoli dei media, delle televisioni e delle radio, servizio pubblico, Rai in testa diventano “accordo fra governo e sindacati sulle pensioni”. La  parola con cui si è conclusa una prima fase del confronto è “verbale” cui si aggiungono aggettivi come “sintesi”, “condiviso”.

Le precisazioni del segretario generale della Cgil. Conferma: no all’Ape

Chi ha cognizione di causa di confronti fra sindacati e governo, ma  più in generale di confronti fra soggetti diversi, sa bene cosa significhi. Noi lo abbiamo scritto e troviamo conferma nelle “precisazioni” fornite da Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, in una intervista con un giornalista di Repubblica, quotidiano che, come gli altri renziani, aveva titolato sull’accordo. Chiede il giornalista che fa finta di non sapere: “Camusso, qual è la differenza tra un accordo e un verbale di sintesi? Questione di linguaggio o di merito?”. Risponde Camusso: “Semplicemente che in un verbale di sintesi ci sono i diversi punti di vista. E in quello che abbiamo sottoscritto ci sono differenze: noi, per esempio siamo contrari all’Ape, all’anticipo pensionistico con il prestito bancario”. Ad onor del vero, sia il ministro Giuliano Poletti che il sottosegretario Nannicini hanno usato la parola “verbale” annunciando che gli incontri proseguiranno.

I sindacati puntavano ad una revisione della “riforma” Fornero. Solo aggiustamenti

Allora torniamo al “verbale”, ai suoi contenuti, che non sono quell’oro che numerosi commentatori hanno messo in luce. Anzi. Non è un caso che Cgil, Cisl, Uil, nelle valutazioni che hanno fatto sottolineano: rispetto alla piattaforma che hanno presentato al confronto con il governo le distanze sono molte. I sindacati puntavano ad una revisione sostanziale della riforma Fornero. Il governo si è detto disponibile a rivedere alcuni meccanismi ed ha proposto l’Ape, l’uscita anticipata dal lavoro. Questo problema è al centro della Fornero, gli esodati ne sono la conseguenza in negativo di cui ancor oggi pagano un prezzo alto lavoratori non occupati e senza pensione. Dice Susanna Camusso che Ape quella definita “sociale” o “agevolata” che serve a mandare in pensione particolari categorie senza che il lavoratore paghi nulla, “non è uno strumento previdenziale. E’ un super ammortizzatore sociale che serve ad accompagnare i lavoratori verso la pensione”.  Dice “no” all’Ape “volontaria, perché è uno strumento finanziario. Non credo che i lavoratori italiani pensino di indebitarsi per andare in pensione”. Parla di possibilità di scelta, flessibilità in uscita fra i 62  e i 70 anni, “senza penalizzazioni perché nel sistema contributivo non ha senso. Prima si esce, meno si versa e meno si prende di pensione”. Ricordiamo che c’era la proposta di Cesare Damiano, Pd, presidente della Commissione Lavoro della  Camera, che prevedeva per alcuni anni un 2% a carico del lavoratore. Che fine ha fatto? Perché il governo ha scelto Ape? Perché non si vuole smontare la “Fornero”, dar vita ad una vera riforma. La ex ministra non a caso fa presente che la “sua” riforma  non è stata toccata. Anche i giornali che avevano “venduto” la bontà di quello che hanno chiamato “accordo” fanno marcia indietro, Scoprono che la pensione col prestito fa perdere il 37% a chi ha 62 anni, che le risorse messe a disposizione, i sei miliardi annunciati, dovranno trovare concretizzazione nella legge di stabilità. Il sottosegretario Nanncini rfiuta non solo una conferma ufficiale, nero su bianco, ma anche come vengono distribuiti i sei miliardi. Si parla di circa 1 miliardo e 700 milioni per il 2017. Poi? Si vedrà. Emergono anche forti critiche al fatto che le risorse previste per la previdenza, insufficienti per i sindacati, si inseriscono – scrive l’editorialista economico di Repubblica – in un contesto di forte sperequazione fra spesa pubblica destinata ai più anziani e quella a favore dei giovani. Il problema non è togliere agli uni, gli anziani, ma dare ai giovani.

 Ferrera (Corriere della Sera): “Dubbi sulle misure. Pensioni, l’equità che manca”

Qualche  mala lingua spiega questo fatto  affermando che in chiave elettorale gli anziani sono molto più dei giovani e Renzi sarebbe sensibile. Può essere. La realtà è che non c’è nelle intenzioni del governo una politica per il lavoro ai giovani e, agiungiamo, alle donne. Consigliamo la lettura del “Piano per il lavoro dei giovani e delle donne” messo a punto dalla Cgil, ignorato dal governo e dai media. Anche un editoriale di Maurizio Ferrera sul Corriere della Sera avanza molte critiche alle proposte del governo. Titolo dell’articolo: “I dubbi sulle misure. Pensioni, l’equità che manca”. Spiega già molte cose. Anche in questo articolo torna il tema del rapporto anziani-giovani, l’equità sociale e la flessibilità in  uscita. Ricorda che il “pensionamento degli anziani non si traduce in posti per i giovani”. Ancora: per quanto riguarda la “quattordicesima”, nota che viene concessa sulla base delle singole pensioni, non si tiene di conto dei redditi familiari, non si richiama l’Isee. Non si interviene nei confronti di chi ha veramente bisogno.

Chiara Saraceno (Repubblica). Polemica con Cisl: Eccessivo affermare che sia avanzata l’equità. Disuguaglianze fra pensionandi

Per quanto riguarda l’equità si cimenta anche Repubblica con un articolo di Chiara Saraceno. Titolo: “Sul fronte dell’equità pochi passi avanti, I poveri restano esclusi”. Scrive infatti che  i sindacati, per lo meno a verbale  è sempre utile ricordarlo,  “hanno ottenuto benefici per una delle categorie, forse la più numerosa, che rappresentano appunto i pensionati”. Poi richiama Annamaria Furlan. “Mi sembra tuttavia eccessivo  affermare come ha fatto la segretaria della Cisl che l’accordo (che accordo non è ndr) abbia fatto avanzare l’equità”. Parla di “uno scarto enorme che produrrebbe forti  disuguaglianze fra pensionandi provocato dall’Ape”. Anche Saraceno sulla maggiorazione e la estensione della quattordicesima critica il fatto che non si faccia riferimento all’Isee, che “tiene conto sia del reddito, sia della ricchezza familiare, oltre che dell’ampiezza della famiglia”. “Non si capisce – afferma – che cosa ci sia di equo nell’utilizzare criteri di valutazione diversi per definire l’accesso ad un sostegno assistenziale a seconda della categoria di appartenenza”. E ricorda che “degli oltre quattro milioni e mezzo di poveri assoluti poco più di cinquecentomila sono anziani, oltre due milioni sono minori o giovani fino a 34 anni, gli altri adulti fra i 34 e i 64 anni”.

Sempre leggendo qualche commento del giorno dopo si scopre che per quanto riguarda i lavori usuranti, tema molto importante, si è affermato solo un principio, che “tutti i lavori non sono uguali”. Bene, ma ci voleva un confronto “importante” perché ministro e sottosegretario si convincessero di una cosa che ogni giorno è davanti agli occhi di tutti noi? Ora il problema è vedere se e quanti verranno riconosciuti come lavoratori sottoposti ad usura. Per esempio i lavori di cura rientrano in questa categoria? Perché la sensazione, viste anche le risorse annunciate, è che si tirerà a stringere al massimo le maglie. E i  precoci ? Nel “verbale” ci sono anche loro. Ma da discutere gli anni da prendere in considerazione. Insomma la “rilettura” del giorno dopo mette in luce una esigenza, quella di affrontare il problema di una vera riforma che abbia come base un criterio: il diritto degli anziani ad una pensione dignitosa a prescindere, come scrive Saraceno, “dalla sua storia lavorativa e contributiva”. Ricorda che in alcuni Paesi come Olanda e Svezia esiste da tempo una pensione di base cui si aggiunge la contributiva. Parla a proposito di quanto avviene nel nostro Paese di “scelte frammentate e incoerenti che rischiano di produrre ingiustizie e contro-distribuzioni”.

Una riforma della previdenza dovrebbe guardare al domani, gli anziani insieme ai giovani

Una riforma del sistema previdenziale dovrebbe guardare al domani, agli anziani insieme alle giovani generazioni, un tratto che ha sempre caratterizzato lo Spi-Cgil, la più grande organizzazione dei pensionati, che rischiano di essere povere da giovani e anche da vecchie. Quando Susanna Camusso, con lei Furlan e Barbagallo, dopo aver firmato il verbale dichiara che “Molte più cose e risorse sarebbero state necessarie e perciò la piattaforma Cgil, Cisl, Uil continua a vivere”, dà una prospettiva, indica una strada da percorrere, già a partire da quella che viene indicata come la “fase due” che sarà soprattutto, afferma la segretaria generale della Cgil, “dedicata in particolare ai giovani, a cominciare dalla introduzione della pensione di garanzia, una soglia di assegno sotto la quale non si potrà andare”.

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