L’inchiesta. Olimpiadi, quel che resta di Roma 1960: la Città dei Diecimila tra sogno e degrado

L’inchiesta. Olimpiadi, quel che resta di Roma 1960: la Città dei Diecimila tra sogno e degrado

La Città dei Diecimila, dovrebbe essere questo il nome del Villaggio Olimpico, poi il tempo e la consuetudine legata alle Olimpiadi di Roma 1960, ha cancellato questa definizione storica, coniata per questa cittadella nella città. Purtroppo si tratta di una storia dal doppio volto, uno che affonda nel passato e ci racconta di una struttura all’avanguardia con le regole architettoniche ed urbanistiche moderne e l’altra, più attuale, dei nostri giorni che ci descrive invece come, non solo il peso degli anni, ma il degrado, rischiano di modificare il volto di una delle opere più significative costruite a Roma a cavallo degli anni Sessanta. Se guardiamo al passato e poi ci portiamo al presente, si scopre anche il perché di quanto sta accadendo.

Un sogno spezzato dalla burocrazia e da scellerate gestioni del patrimonio

Con la fine della gestione diretta dell’Istituto Incis, ed il passaggio ad altro Ente, sono saltati tutti quei paletti che consentivano il buon andamento dell’area. L’Incis garantiva la manutenzione degli edifici e degli spazi verdi comuni, un servizio di portierato e controllo ed il riscaldamento centralizzato. Tutto questo è venuto meno e tutto, nel medio periodo, è precipitato nel degrado delle strutture. Ma lo stato di disfacimento dell’area è stato determinato anche da altre cause. Finita l’epoca d’oro delle cure maniacali di strade e verde, tutta l’area divenne terreno di conquista dell’illegalità. Le aree verdi nel tempo sono divenute luogo di sosta per prostitute e transessuali, aree di spaccio, discariche a cielo aperto dove è possibile trovare di tutto. Inutili, nel tempo, le proteste e le richieste dei vari Comitati di quartiere che si sono succeduti nel tempo.

Ferma al palo dal 2004 le richieste di manutenzione straordinaria del Villaggio. L’arrivo del Parco della Musica

Nell’ormai lontano 2004, inutilmente fu chiesta la riqualificazione pubblica del quartiere. Erano necessari circa 8 milioni di euro, soldi da destinare alla manutenzione degli immobili ed al salvataggio delle aree verdi. Purtroppo, l’allora amministrazione guidata dal sindaco Veltroni fece altre scelte ed il Villaggio rimase con i suoi problemi. Ma secondo i residenti, il colpo finale arrivò con la realizzazione dell’Auditorium. L’opera progressivamente portò ad una
esplosione del caro-affitti ed una ulteriore diminuzione della vivibilità del quartiere, visto che i residenti, da allora sono costretti a convivere con gli eventi programmati nel Polo della Musica e della Cultura, che ogni anno scarica centinaia di migliaia di persone a poche decine di metri dal Villaggio. Nella stessa area, va detto, trovano poi spazio i bus che giungono a Roma sia per gli eventi religiosi (Giubileo, udienze, beatificazioni e santificazioni ndr) che civili (manifestazioni sindacali, dei movimenti e dei partiti ndr). Tutto questo viene ‘incassato’ dai residenti, senza avere un ritorno in termini di manutenzione neppure ordinaria. Fa riflettere il fatto di avere a poche decine di metri di distanza, una struttura moderna e per certi versi rivoluzionaria come l’Auditorium e vedere sconfitta, demolita e dimenticata una altrettanto moderna idea urbanistica della città.

A far da cornice al degrado dell’area l’incredibile stato di abbandono dello Stadio Flaminio

Ma c’è di più, a poca distanza dall’Auditorium sorge una seconda meraviglia architettonica, lo Stadio Flaminio, progettato dagli architetti, oggi sarebbero definiti archi-star Antonio e Pier Luigi Nervi, e realizzato sulle ceneri dello Stadio Nazionale, demolito nel 1957 per far posto, in poco meno di due anni al nuovo impianto che ospitò il torneo di calcio delle Olimpiadi di Roma. Anche questo fiore all’occhiello di Roma Capitale, ma ne parleremo un una seconda inchiesta che accenderà i riflettori sull’impiantistica sportiva passata e presente della città, è ormai vicino al collasso strutturale ed è nel più profondo stato di degrado. Ma torniamo al Villaggio. Da quartiere popolare più bello d’Europa, questa era la definizione che lo rendeva celebre fino agli anni ’70, a quartiere dimenticato. Una sorta di periferia degradata nel centro della città. Gli alberi monumentali, piantati in occasione delle Olimpiadi sono ancora lì, e senza una periodica manutenzione, danno il peggio di loro. Le radici soprattutto dei pini hanno letteralmente devastato strade e marciapiedi. Nota di colore: il Villaggio era celebre soprattutto ai giovani che dovevano conseguire la patente di guida, proprio in quelle che erano ordinate stradine, si tenevano gli esami con gli ingegneri della Motorizzazione Civile. Il degrado ha fatto fuori anche questo rito.

Una sopraelevata che gli architetti Nervi avevano progettato anche come passeggiata per i residenti

Tra le idee architettoniche dei progettisti dello Stadio Flaminio, anche la sopraelevata che sfiora lo Stadio e poi si distende dai Parioli verso il Foro Italico lambendo il Villaggio. L’idea di Antonio e Pier Luigi Nervi era sì di creare un asse viario a scorrimento veloce, ma di realizzare sotto i piloni dei viadotti una passeggiata fruibile sia in estate che in inverno. Purtroppo anche questo, come lo Stadio Flaminio ha fatto una brutta fine. Mentre le auto ancora filano via veloci, sotto la lingua di cemento ed asfalto piccole e grandi discariche mostrano il volto degradato e dimenticato di una città che poco ha di europeo. A poca distanza da questa opera monumentale quella che una volta era una delle straordinarie oasi della Città dei Diecimila, chissà se Cassius Clay si è mai riposato sulle panchine che una volta attorniavano lo stupendo giardino, la vasca ed il canale di via Gran Bretagna. Di tutto questo restano le solo tracce ed il degrado. Fontana e canale da tempo sono senza acqua e naturalmente prive di qualsiasi manutenzione, mentre le vecchie, comode panchine sono solo un ricordo. Questo è quel che rimane di una delle opere urbanistiche meglio riuscite nella Capitale che si è visto sfilare negli ultimi decenni, decine di progetti volti alla sua salvaguardia. Nessuno di questi, però, è diventato sostanza.

La storia della realizzazione dell’opera

La Città dei Diecimila, così era all’origine il nome dell’attuale Villaggio Olimpico, fu edificata, in poco meno di 2 anni, visto il tempo che separa l’assegnazione a Roma dei Giochi del 1960 (16 giugno 1955), la posa della prima pietra (10 maggio 1958), e la consegna degli alloggi per atleti e parte degli accompagnatori (4 giugno 1960). L’edificazione di questa modernissima città nella città non era un fatto episodico e legato all’avvenimento sportivo, ma la realizzazione di una struttura che desse risposte, immediatamente dopo i Giochi, alla fame di case che Roma viveva nel periodo di poco precedente al cosiddetto boom economico degli anni ’60. La scelta di edificare in quell’area della città teneva conto di tre requisiti fondamentali: il primo, consentire agli atleti ospitati nel Villaggio, un accesso immediato agli impianti destinati alle gare (Stadio Olimpico-Stadio del Nuoto- Stadio dei Marmi-Palazzetto dello Sport e Stadio Flaminio); il secondo, bonificare una vasta area della città in cui era sorta una baraccopoli in cui vivevano, prive dei più elementari servizi, centinaia di famiglie; terzo punto, di prospettiva, era quello di assicurare una continuità ed un futuro del comprensorio abitativo, non a caso l’Ente committente dell’Opera era l’Incis, ovvero l’Istituto per le case destinate agli impiegati dello Stato. Per far posto alle nuove abitazioni destinate agli atleti, fu necessario, oltre allo sgombero della baraccopoli, anche la demolizione di alcune preesistenti strutture sportive, come l’ippodromo di Villa Glori ed il Cinodromo della Rondinella.

In poco meno di due anni 35 imprese di costruzioni realizzarono la cittadella

Trentacinque le imprese edilizie e delle costruzioni che operarono alla realizzazione dell’opera, che tenne conto dei principali standard di qualità, che in quegli anni erano in larga parte disattesi dai più. Illustri le firme dei progettisti, gli architetti Vittorio Cafiero, Adalberto Libera, Amedeo Luccichenti, Vincenzo Monaco e Luigi Moretti. Saggia ed ancor oggi attuale la concezione dell’opera, visto che in primo luogo ci fu un rispetto assoluto dell’ambiente (piantumazione di 800 alberi di alto fusto e 8000 tra arbusti e cespugli) e pieno rispetto urbanistico nel contesto dell’area in cui spiccava la presenza di Villa Glori, del Tevere e delle alture dei Parioli.

Nel cuore del Villaggio debuttò il primo vero supermercato italiano

Va detto, a corredo di questa breve illustrazione storica, che nella ‘pancia’ del Villaggio sorse uno dei primi supermercati italiani. I lotti residenziali prevedevano la costruzione di palazzine che variavano da due e fino ad un massimo di cinque piani ed erano tutte dotate, per la prima volta in Italia, di serramenti in metallo. Il Villaggio Olimpico, se recuperato allo stato di abbandono in cui è precipitato, rappresenterebbe ancora oggi un dignitoso esempio di zona residenziale cittadina a livello europeo. Va detto che immediatamente dopo la sua edificazione, l’opera si aggiudicò uno dei riconoscimenti più importanti: il Premio In/Arch. È senza dubbio uno dei migliori quartieri di iniziativa pubblica realizzati a Roma, certamente il primo in cui siano stati applicati con coerenza i principi dell’urbanistica del Movimento Moderno.

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