Ancora una sconfitta della Merkel e una vittoria dei populisti? Analisi del voto a Berlino

Ancora una sconfitta della Merkel e una vittoria dei populisti? Analisi del voto a Berlino

La fine della Grande coalizione. Con queste parole il Die Welt ha commentato i risultati della giornata elettorale di ieri nella capitale tedesca. Il riferimento è ovviamente alla giunta di Michael Müller che ha governato la “città libera” negli ultimi anni mediante un’alleanza tra SPD e CSU. Tuttavia l’ambiguità è assolutamente voluta, e il voto di Berlino rischia di rappresentare sia un messaggio immediato al governo federale, sia un sinistro presagio di ciò che potrebbe accadere tra un anno esatto, quando si terranno le elezioni politiche per il rinnovo del Bundestag.

I dati emersi dalle urne – dove si votava sia per il rinnovo del Senato cittadino, sia per le amministrazioni dei singoli municipi – descrivono una città divisa, dove nessuna forza politica ha ottenuto una netta maggioranza e, al contrario, si confrontano cinque partiti principali con uno scarto massimo tra loro di sette punti percentuali. L’esito era comunque già scritto e non ha sorpreso nessuno: la “città di Willy Brandt” continuerà a essere governata dalla SPD e dal Bürgermeister uscente, Michael Müller, seppur con una coalizione di governo differente da quella degli ultimi cinque anni. Per la formazione di una maggioranza nel senato cittadino sussistono solamente due opzioni: la prima, più verosimile, vedrebbe la cosiddetta alleanza “rosso-rosso-verde”, ovvero un governo guidato dall’SPD, con la Linke e i Grüne; la seconda, meno probabile ma non da escludere a priori, permetterebbe una sopravvivenza della Grande coalizione, seppur con la stampella dei liberali della FDP. Ambedue le soluzioni hanno dei significativi precedenti e, perciò, sono da ritenersi percorribili. Un governo di Berlino orientato molto a sinistra, come emergerebbe dal primo caso, sarebbe infatti una riproposizione della giunta Wowereit che ha governato la città dal 2002 al 2011, strutturandola per come la conosciamo ancora oggi. La seconda opzione rappresenterebbe invece una scelta di continuità per l’amministrazione uscente e, quindi, rispecchierebbe l’intenzione di portare avanti il lavoro svolto in questo ultimo lustro, senza produrre rotture significative.

La scelta sulla futura composizione del governo della “città libera” di Berlino spetta soltanto alla SPD e a Michael Müller. Da certi punti di vista, però, la decisione sembrerebbe già presa: la piccola Grande coalizione della capitale tedesca non godeva affatto di buona salute, perfino se paragonata a quella che governa il paese a livello federale. SPD e CDU erano finite ai ferri corti in diverse occasioni durante gli scorsi mesi. I pomi della discordia erano emersi tanto nei problemi immediati della città – edilizia, trasporti, carico delle spese sociali – quanto nei temi di interesse nazionale – come l’accoglienza dei profughi e, soprattutto, le norme per la sicurezza anti-terrorismo, dove il ministro degli interni berlinese e vice-Bürgermeister, Frank Henkel, aveva guidato la rivolta dei “falchi” della CDU contro Angela Merkel e in favore di norme di sicurezza spesso demagogiche.

La roccaforte “rossa” rimane tale

Se l’esito immediato delle elezioni non poteva sorprendere – e la città si avvia, molto probabilmente, a rinnovare la propria tradizione di sinistra dopo una parentesi di Grande coalizione – i dati politici che emergono dalle urne sono molto meno pacifici. La SPD, nonostante rimanga il primo partito, ha subito un crollo vertiginoso dei consensi, perdendo quasi il 7% rispetto alle elezioni del 2011. Lontane e irraggiungibile paiono ormai le quote tra il 28 e il 30% su cui l’SPD berlinese di Klaus Wowereit aveva costruito la propria fortuna. Ciò detto, il disastro della socialdemocrazia ha un’eco abbastanza relativo, mantenendo salda la propria guida sulla città Müller ha la possibilità di scrollarsi di dosso il logorante peso della Grande coalizione – che costa voti sia al suo partito che alla CDU – potendo riprendere in mano un esperimento di alleanza di sinistra che sembrerebbe rappresentare, alle prossime elezioni federali, l’unica possibile alternativa a un ennesimo governo di Angela Merkel.

Il tracollo dei socialdemocratici parrebbe infatti ben compensato dai risultati dei Grüne, rimasti sostanzialmente stabili, e da quelli della Linke, salita di quasi quattro punti percentuali. Le forze di sinistra hanno quindi raccolto, complessivamente, oltre il 52% dei consensi, ma anche tale percentuale rende solo parzialmente il buon risultato conseguito, poiché il vero successo lo si può misurare soltanto guardando le singole circoscrizioni elettorali dove, confrontando i mandati diretti, su 78 circoscrizioni ben 52 hanno espresso la preferenza per un candidato dell’SPD (28), della Linke (12) o dei Grüne (12), mentre solo 21 hanno visto una maggioranza della CDU e 5 dell’AfD.

CDU e AfD: vinti e vincitori?

Una sconfitta senza attenuanti è toccata invece alla CDU che, se ha perso in proporzione meno rispetto alla socialdemocrazia, vede il suo futuro nella capitale relegato all’opposizione, nonché una drammatica perdita di consensi in alcuni quartieri periferici dell’est, dove è scesa sotto il 10% in favore della AfD. Tuttavia, il dato delle elezioni berlinesi non deve essere letto – come invece stanno facendo molti giornali italiani e stranieri – al pari di un giudizio su Angela Merkel. Al contrario, a guidare la campagna cristiano-democratica, e dunque a incassare la sconfitta, era quello stesso Frank Henkel che aveva fatto della fronda interna a Merkel il proprio cavallo di battaglia. Sul piano interno, Henkel aveva intrapreso una dura campagna di “messa in sicurezza” della città, alimentando l’immagine pubblica di una capitale dove dominavano il degrado e la criminalità, impegnandosi in una serrata battaglia – alquanto inconcludente – per la rivalutazione di zone problematiche come Görlitzer Park e Rigaer Straße. La sconfitta della CDU rappresenta quindi una decisa battuta d’arresto per i programmi di rafforzamento dell’ordine pubblico – ovvero per lo “Stato di polizia” che Henkel stava creando in città, a detta anche dei suoi alleati socialdemocratici – e, da un punto di vista federale, il secondo fallimento di un oppositore interno di Angela Merkel, dopo quello di Julia Klöckner in Renania-Palatinato del marzo scorso. In altre parole, è ancora presto per cantare il de profundis della cancelliera, e comunque è improprio trarlo da queste elezioni regionali, mentre questo è testimoniato ampiamente dal fatto che Henkel non abbia accusato Merkel della sconfitta, quanto piuttosto lo stesso Müller, colpevole di aver fatto naufragare la Grande coalizione berlinese opponendosi alle politiche proposte dal suo vice-Bürgermeister.

In termini aritmetici, il vero vincitore di queste elezioni è l’AfD, passato in un sol colpo al 14,2% dei consensi, guadagnando quindi 14 seggi nel senato cittadino e rappresentando la quinta forza al suo interno. Tuttavia, tale successo è più apparente che sostanziale. L’AfD non è infatti riuscito a “sfondare”, ovvero a superare nessuno dei partiti principali, e – qualsiasi sia la definitiva composizione del governo – non rappresenterà la principale forza d’opposizione come accade adesso in Mecklenburg-Vorpommern o in Sachsen-Anhalt. Soprattutto, però, l’AfD non è riuscito a raggiungere quello che era il suo principale obiettivo: la possibilità di governare almeno uno dei municipi. Nonostante le enormi disparità dei voti tra i quartieri centrali, quelli occidentali e quelli orientali – dove in questi ultimi l’AfD ha ottenuto quasi il doppio (o il quadruplo) dei consensi rispetto alle altre zone – in nessuna delle dodici amministrazioni locali di cui si compone la capitale tedesca l’AfD ha infatti raggiunto la maggioranza (5 all’SPD, 3 alla Linke, 2 ai Grüne e 2 alla CDU). La ragione immediata, che si poteva già intuire dalle prime proiezioni, proveniva dal rafforzamento della Linke, che proprio nell’ex-Berlino est ha il suo principale bacino di voti e che, nella maggior parte delle circoscrizioni, ha rappresentato una solida diga al successo dell’estrema destra.

Il futuro della Bundesrepublik in miniatura

Da un punto di vista politico più generale, le elezioni nella capitale tedesca offrono alcuni spunti di riflessione. In primo luogo, parrebbe venire meno uno degli assunti che hanno dominato le analisi sul “fenomeno AfD”. Infatti l’ascesa di questo partito nelle regioni orientali non è direttamente proporzionale alla perdita di consensi della Linke o, altrimenti detto, un fenomeno dovuto soltanto al flusso dei voti di protesta dall’estrema sinistra all’estrema destra. Al contrario, si può piuttosto osservare una tendenza simile a quella che ha caratterizzato gli ultimi anni della repubblica di Weimar, con un progressivo dissanguamento dei partiti di governo – anche allora impegnati in una Grande coalizione, seppur sotto un altro Müller socialdemocratico – a vantaggio delle due estreme. Ciò detto, il paragone non regge ulteriormente, sia per le enormi differenze contestuali tra quell’epoca e la nostra, sia soprattutto per la diversa capacità di dialogo che sussiste tra la socialdemocrazia e le forze politica alla sua sinistra. Altrimenti detto: è probabile che all’attuale contrazione dell’SPD abbia termine con la fine delle Grandi coalizioni, tanto a livello locale quanto federale.

In secondo luogo, la crisi interna alla CDU si arricchisce di ulteriori argomenti per chi ha sostenuto che i cristiano-democratici stiano attraversando una profonda crisi di identità, per la quale le soluzioni più semplici non sono sempre le più efficaci. Le ultime tornate elettorali hanno infatti mostrato come una CDU che insegue l’AfD a destra vada incontro a significative sconfitte e non è quindi da escludere la possibilità di un contrattacco della stessa Angela Merkel per riprendere la guida del partito e, conseguentemente, la corsa per la cancelleria. Il dilemma è sostanziale: una CDU sempre più vicina all’AfD rischia di perdere il favore dell’elettorato moderato a solo guadagno dell’SPD, mentre l’unico vantaggio pratico di tale slittamento – un’alleanza con la FPD che chiami in causa anche la AfD – rappresenterebbe un passo forse troppo azzardato, che potrebbe far cadere l’impalcatura culturale (o la maschera) su cui si è retto il partito da Adenauer in poi, ovvero la promessa di non ripetere l’errore commesso del Zentrum nel 1933. Nella situazione attuale, solo una CDU merkeliana può sperare di intrattenere un dialogo con i socialdemocratici, e dunque di dissuadere questi ultimi dalle sirene di un governo “rosso-rosso-verde” anche a livello federale.

Una geografia elettorale anomala

Da ultime alcune parole le merita ancora l’apparente successo dell’AfD. Se dalle indagini statistiche del voto berlinese emergono nuovamente elementi già osservati sul populismo europeo (come la netta prevalenza di elettori maschi tra i 35 e i 60 anni con bassa scolarizzazione) la geografia elettorale della capitale suggerisce ulteriori riflessioni. L’AfD non ha “sfondato” nei quartieri propriamente operai o ad alto tasso di immigrazione – in zone come Wedding e Neukölln è rimasto sotto il 10%, mentre nella “problematica” Kreuzberg-Friedrichshein è rimasta ampiamente sotto il 5% – ma ha registrato un discreto successo sia nelle periferie orientali – come Lichtenberg e Marzahn – dove sono sempre stati forti e radicati i movimenti neo-nazisti, sia in diversi quartieri conservatori e benestanti dell’ovest che, da feudi della CDU, hanno visto una crescita esponenziale dell’AfD ben oltre la media cittadina. Emblematici sono i casi di Reinickendorf e della cittadina di Spandau, dove il partito di Frauke Petry ha superato il 17%.

Queste sono informazioni che danno da riflettere e che, forse, possono offrire uno spunto per ripensare il profilo delle destre populiste in Europa – troppo spesso liquidate come una protesta delle periferie povere e dei “dimenticati” nei processi di globalizzazione. Un’ottima domanda da porci sarebbe: quanto ha influito la questione dei profughi su queste elezioni? A livello umorale probabilmente molto, ma se osserviamo i dati, nei quartieri attorno al grande centro di accoglienza del LAGeSo, allestito nel vecchio aeroporto di Tempelhof, l’AfD ha preso al massimo l’11%, e in media è rimasta attorno al 7%.

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