Rio 2016. Oro nel ciclismo al soprendente Elia Viviani. Rachele Bruni argento nella maratona in acqua libera. Setterosa alle semifinali come il duo del beach Volley

Rio 2016. Oro nel ciclismo al soprendente Elia Viviani. Rachele Bruni argento nella maratona in acqua libera. Setterosa alle semifinali come il duo del beach Volley

Questo nostro paese di santi, di eroi, poeti, di navigatori e di tiratori (e tiratrici), ogni tanto si ricorda di essere anche un paese di ciclisti. Ce lo ha ricordato, per meriti suoi e per fortuna nostra, il veronese Elia Viviani, ieri sera. Il dilagare – su strada e su pista – negli ultimi anni del ciclismo di lingua inglese (britannici, statunitensi, australiani, neozelandesi…) ci aveva fatto temere di aver perso il gusto della pedalata: il gusto della pedalata agonistica. E se le cose non vanno un granché su strada (la caduta di Nibali è stata una botta di sfortuna, ma non occulta il tono medio-basso del nostro professionismo), in pista vanno forse anche peggio: anche perché da tempo il settore è disertato da un convincente impegno federale e manca di impianti adeguati, nonché – è spiacevole, ma è un dato di fatto – dell’interesse popolare che suscitavano, qualche era geologica fa, Maspes e Messina, Bianchetto e Gaiardoni. Bene, Elia Viviani con la medaglia d’oro ottenuta ieri nell’omnium, ci ha dato confortanti segnali di vitalità, Viviani è nel pieno della maturità agonistica. Gareggia anche su strada (e vince, perché ha uno spunto molto veloce), ma è soprattutto un pistard, un grande pistard, completo, bravo in tutte le specialità, senza essere il migliore in nessuna. L’omnium è la sua gara. E l’ha vinta. L’omnium è una specie di gara a tappe in pista. Sei tappe: lo scratch (15 chilometri con traguardo finale unico ed eliminazione dei doppiati), l’inseguimento, l’eliminazione, il chilometro, il giro lanciato e l’individuale a punti (quaranta chilometri, con volate a punti ogni dieci giri). Questa medaglia d’oro Viviani avrebbe dovuto vincerla a Londra quattro anni fa e la perse proprio nella prova conclusiva quando era in testa. Anche stavolta, Elia si è presentato all’ultima tappa saldamente al comando. Ma non ha commesso errori, ha fatto le volate che gli servivano a far punti e ha evitato che i più accreditati rivali gli rubassero qualche giro. Eccellente tattico, ha contenuto il ritorno di concorrenti che si chiamano Mark Cavendish (cioè il più grande velocista su strada dell’ultimo decennio) e il danese Hansen, campione olimpionico uscente.

Bene, con Viviani le medaglie d’oro italiane salgono a otto. In una giornata che ci gratificato anche in altri campi di gara. Riprendiamo il tema, suggestivo e stimolante, anche se forse estraneo allo spirito olimpico, della sfida latina Italia-Francia. Anche ieri se le sono date di santa ragione, con alterne fortune. Ha cominciato Aurelie Muller, nella 10 chilometri di nuoto in acque libere. Gara bellissima, in mezzo a flutti schiaffeggiati dal vento, con fuga per la vittoria dell’olandese Van Rouwendahl. A qualche decina di metri di distanza si sono presentate in dirittura la Muller e la nostra Rachele Bruni, titolatissime entrambe. Hanno disputato un sprint lunghissimo, violento, spalla a spalla. Al momento di toccare la piastra metallica, la francese, capendo di essere in leggerissimo ma decisivo ritardo, ha cercato di affondare la rivale, spingendola sott’acqua col braccio destro. E dunque ha toccato la piastra con pochi centesimi di vantaggio. Ma il fallo era così vistoso, che non poteva che produrre la squalifica. Così è stato: e Rachele Bruni, fiorentina venticinquenne, è salita sul podio. Un’altra medaglia d’argento.

 Dal nuoto al pugilato. La Francia ci ha ripagato in serata con Estelle Mossely, che eliminato suon di pugni la diciottenne Irma Testa. Troppo acerba la ragazza di Torre Annunziata per una pugilatrice esperta come la francese, che è entrata in semifinale. Con l’oro di Viviani e l’argento di Bruni, l’Italia è al quinto posto del medagliere: 8 medaglie d’oro, 9 d’argento e 6 di bronzo. Davanti a noi solo gli USA (70 podi a tutt’oggi!), la Gran Bretagna, la Cina e la Russia. Dietro ci sono Francia, Germania e Giappone. Un percorso, quello dell’Italia, ricco anche di controprestazioni, come è fisiologico nello sport, ma complessivamente più generoso delle generali previsioni. Durerà?

Oggi, sulla carta, non ci sono grandi opportunità per l’Italia, salvo che nella gran fondo di nuoto maschile sui 10 chilometri. Simone Ruffini (campione del mondo sui 25) e Federico Vanelli valgono i migliori. Possono emulare la Bruni, ma anche far meglio. Sarà una gara apertissima. Al ventunenne Carlo Tacchini, finalista a sorpresa nella canoa canadese 1000metri, non si può chiedere più del molto che ha già fatto. Ma è giovane, esuberante, in continuo progresso. Chissà.

Nello stadio dell’atletica il livello agonistico e tecnico è elevatissimo. Già due primati mondiali sono stati battuti: quello dei 400 metri ad opera del sudafricano Van Niekerk, che ha corso in 43”03; e quello del martello femminile, ove la polacca Wlodarczyk ha annichilito la concorrenza, con un lancio a 82,29 (le altre a sei metri di distanza). Di questo passo, si dovrà decidere di appesantire l’attrezzo (è già successo nel giavellotto) per evitare che finisca fuori campo. Scende ancora in pista Usain Bolt, sui 200. Ma attenzione, Bolt non è la stella solitaria dell’atletica giamaicana. I suoi connazionali sono vitalissimi e si aggiudicano anche la velocità femminile e si accingono a fare bottino anche nelle staffette e nei 110 a ostacoli.

E l’Italia? Priva di Tamberi e Schwazer, vale pocuccio. Avremo forse qualche soddisfazione nella marcia femminile (Giorgi, Rigaudo). Duole dirlo, ma nei due sport più rappresentativi del calendario olimpico, l’atletica e il nuoto (in piscina), il quadro complessivo è molto fiacco. La finale non la vede nessuno, tranne la “cubana” Libania Grenot, la “panterita” come ama chiamarsi, campionessa europea dei 400 metri, che, in una serata flagellata da una pioggia torrenziale che ha interrotto per parecchi minuti le gare, ha disputato una coraggiosa finale (partenza sostenuta e calo in dirittura), senza riuscire ad evitare l’ottavo e ultimo posto. Spettacolo del kenyano Rudisha sugli 800: ha vinto come quattro anni fa a Londra, volata lunga, irresistibile (e un tempo non distante dal mondiale: 1’42”15). Tre azzurre impegnate nelle batterie dei 400 a ostacoli. Due ce l’hanno fatta e si sono qualificate per le semifinali: la diciannovenne Ayomide Folorunso e la ventinovenne Yasdisleidy Pedroso. Nigeriana la prima e cubana la seconda. E ora entrambe di italica nazionalità. Sono i vantaggi di una società multietnica.

Da pallanuoto e pallavolo, visto come stanno andando le cose, qualche medaglia dovrebbe venire. Le pallanuotiste hanno ottenuto la quarta vittoria consecutiva (12-7 sulla non trascendentale Cina) e sono in semifinale. I pallavolisti, dopo aver messo sotto Francia, USA, Messico e Brasile, ieri si sono presi una licenza, consentendo al Canada una sorprendente vittoria in quattro set (25-23, 25-17, 16-25, 25-21), che tuttavia non sottrae alla nostra nazionale il primato nel girone eliminatorio. Nei quarti l’Italia affronterà l’Iran, avversario tra i meno ostici. Di tutte le squadre viste in campo finora, il sestetto di capitan Birarelli e del “martello” Zaitsev, malgrado la battuta d’arresto di ieri, sembra il più solido e attrezzato. Siamo decisamente al di sopra del credito che ci veniva concesso.

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